Mark Knopfler Privateering 2012

Pubblicato: settembre 1, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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E’ difficile non essere affezionati a Mark Knopfler, chitarrista e musicista per certi versi atipico; per anni ha fatto sognare con i suoi Dire Straits che oggi purtroppo paiono così distanti nel tempo. Inglese ma profondo amante del rock e del blues americano ha firmato con la band pagine indimenticabili, per qualità e per carica emotiva contenuta nei brani. Se vogliamo anche un innovatore perchè fin dall’esordio in quel lontano 1978 le sue svisate, i suoi riff, il talento indifferentemente espresso dalla sua elettrica come dall’ acustica si mostrarono pregni di questa strana commistione tra un sound tipicamente “american” e le origini europee. Ecco che andarono fondendosi quell’ istintività, quella passionalità travolgente di stampo tipicamente U.S. con momenti e passaggi musicalmente più ricercati e talvolta elaborati , retaggio certo più di matrice inglese e comunque europea.

Ne è così scaturito uno stile vero e proprio, divenuto una sorta di lettura del rock americano da una diversa angolazione che ne ha fatto, aldilà dei gusti personali e delle preferenze, un chitarrista di riferimento; a corredo di questo non si può dimenticare la voce, talvolta dolente, altre volte aspra, altre ancora dolce e malinconica.

Oggi, alla bella età di 63 anni, con una miriade di trionfi, dischi venduti ed attestati alle spalle, è ancora sulla breccia; prosegue così la carriera solista di uno dei re del fingerpicking che con questo doppio album, intitolato Privateering, giunge al settimo episodio. Carriera solista che ha preso quasi da subito un indirizzo a sè stante rispetto al clamore e ai fasti dei DS: progressivamente infatti è andata attenuandosi la vena più rock, soppiantata da una molto più vicina al rock blues e in altri casi al countryBob Dylan, Leonard CohenJohn Mayall, Eric Clapton le muse ispiratrici cui, da sempre, ha fatto riferimento il buon Mark nelle sue produzioni soliste.

A distanza di tre anni da Get Lucky, che a dire il vero avevo trovato un pò monocorde, torna alla ribalta addirittura con un doppio Cd, equamente diviso per dieci brani ognuno, co-prodotto insieme al tastierista (ex Straits) Guy Fletcher. Elementi country, folk , rock blues e a tratti un primigenio rock sono i tratti fondanti di questo lavoro.

Cd 1

La musica sembra partire davvero molto da lontano, dalle radici più distanti nel tempo, intersecando (meravigliosamente) tra loro folk e country americano. Redbud Tree Haul Away rimandano qua e là persino allo Springsteen di Tom Joad.

Non può sfuggire il richiamo a John Mayall per la splendida Don’t Forget Your Hat, blues elettrico sporco e graffiante, segnato dalla magnifica armonica suonata da Kim Wilson.

Nè mancano struggenti ballate come la title track (un pò lunga per la verità) o Miss You Blues, rese accattivanti dal timbro inconfondibilmente caldo e nostalgico di Knopfler.

Tuffo nel Dire Straits’s sound con Corned Beef City per poi planare sulle dolci acque di Go, Love, in assoluto uno dei pezzi più belli e  intensi del disco, con un lavoro alle chitarre letteralmente da incorniciare.

Di nuovo un caldissimo blues, Hot or What, contrassegnato da un bellissimo fraseggio tra chitarra, piano e armonica mentre sullo sfondo la ritmica batte costante ed avvolgente.

Yon Two Crows ha il profumo delle brumose campagne d’ Irlanda con il suono delle sue cornamuse. Seattle chiude il primo Cd, un’ ottima ballad d’amore ambientata nella città della pioggia; ai cori la bella voce di Ruth Moody.

Cd 2

Kingdom of Gold apre il secondo Cd ed è una partenza non troppo simile da Redbud Tree pur se ammantata di più solennità.

Quando i Bluesbreakers e i Dire Straits si incontrano: questa è Got To Have Something, blues sincopato interpretato con la consueta maestria dal chitarrista; simili sensazioni desta la coinvolgente Today Is Okay.

Radio City Serenade è uno dei brani più malinconici e notturni, aperto dalle note della tromba di Chris Botti.

In uno schema che pare talvolta ripetersi I Used To Could e Gator Blood vanno a ricercare analogie col sound della vecchia band, impoverendolo di impeto rock al cui posto compare un vitale rock blues.

Il chitarrismo di Knopfler si sublima nei pochi minuti di Bluebird nei quali il tocco e le svisate di Mark si dispiegano in tutta la loro classe ed eleganza. Lo stesso approccio si può ritrovare nella bollente Blood And Water.

Tocca ad un ‘altro pezzo dal mood tipico, Dream Of The Drowned Submariner, conquistare l’attenzione; come sempre splendidi gli intrecci tra l’acustica e l’elettrica.

Armonica, banjo e un atmosfera country-roots fanno da cornice alla conclusiva After The Bean Stalk che così, in qualche modo, riallaccia i fili con l’inizio del lavoro.

Considerazioni a margine; si tratta sicuramente di un bel disco, dedicato particolarmente agli amanti di questo tipo di sonorità. Non si scoprono certo oggi le doti di Mark Knopfler che ancora una volta riesce a sfornare un album interessante; a mio modo di vedere forse una maggiore sintesi avrebbe giovato al progetto. L’unica pecca che posso rilevare è che un ascolto tutto di un fiato può divenire stancante; come un buon vino, per essere apprezzato sino in fondo, deve essere centellinato.

Max

 

 

 

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commenti
  1. rovinson ha detto:

    Ma per favore:sono un fans “affezionato” ho comprato il disco di default perchè posseggo tutta la discografia ,alcuni anche in versione sacd e vinile :questo per dire che non sono certo un detrattore ma con tutto rispetto per chì ha recensito il disco devo dire che l’ho trovato piuttosto insipido e spento:nessun colpo d’ala (non che si voglia il ritorno al rock ),nessuna canzone che “entra dentro”,l’ultimo “get lucky” qualche brivido me lo aveva dato ,non parliamo di GOLDEN heart e shangri-la ,due vere gemme ,questo è veramente una pizza oltretutto doppia,mi dispiace ma se devo sentire blues sento altro,musica celtica anche,è rimasta la voce bellissima come al solito ma le canzoni non decollano,non emozionano per niente ,ripeto sono dispiaciuto ma questa è solo la mia opinione…

    • Max ha detto:

      ..opinione del tutto rispettabile. Se non sbaglio ne parlo come di un buon album, particolare e probabilmente un po’ prolisso ma non l’ ho definito un capolavoro. Gli anni passano, i musicisti (e le persone) cambiano….

  2. rovinson ha detto:

    Grazie dello spazio a disposizione inanzitutto…sono d’accordo gli anni passano…e poi un artista meraviglioso come Mark ha dato veramente tanto…sono anche d’accordo che la recensione fà capire in maniera senz’altro più professionale la particolarità delle sonorità che esamina,forse sono stato troppo diretto e in definitiva l’ho anche ascoltato poco…anche se ora stò ascoltando sailing to philadelphia……un saluto

    • Max ha detto:

      Ah beh….Sailing to Phila….hai detto poco, disco stupendo !!!
      Prova a riascoltarlo, con tempo a disposizione, cercando di non fare il paragone. Sailing credo sia difficilmente ripetibile.

  3. Marco Ferro ha detto:

    assolutamente da non perdere: un vero e proprio viaggio interiore di chi ha saputo frequentare “ogni tipo di strada”. Ballate stupende, struggenti passaggi di finger, una voce perfetta, armonie che da tempo non si ascoltavano. Radio City Serenade (che apre con un suono identico a down to the waterline per preseguire con un’intro di Botti da paura) è una punta d’eccellenza. C’è del gran vino buono invecchiato in questa infinita botte che è Knopfler. Great

  4. Paperinik ha detto:

    Che tristezza!!! continuo anche io a comprare ogni lavoro del buon Mark, sulla parola e senza ascolto preventivo….ma è sempre la solita nuova vecchia minestra…….per chi a suo tempo aveva stroncato On every street, definendolo commerciale e monocorde…..beh mi mancano quei suoni, quella chitarra e quell’energia, che ha raggiunto l’apice in Alchemy. Lo so, mi direte che quella musica non esiste più, che lo stile è cambiato, più maturo e ricercato, allora scusate l’ignoranza ma ridatemi gli assoli dei bei tempi, le scorribande sulla tastiera della stratocaster, schecter o Pensa Suhr di turno!!!

  5. fede ha detto:

    ovvio che chi e’ nostalgico dei dire straits con questo disco non possa ritrovarsi; bisogna infatti slegarsi da questi ricordi, e apprezzare il nuovo Mark Knopfler da solista, e godere della musica che ancora riesce a produrre. Se questo disco fosse stato di soli 10-12 tracce sarebbe stato definito meraviglioso dai piu’; invece con l’inserimento di alcuni pezzi blues si tende a classificarlo come noioso … io penso non sia esattamente cosi’ … E ringrazio sempre Mark per tutto il suo lavoro (dire straits e solista)

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