Bob Dylan Tempest 2012

Pubblicato: settembre 4, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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La voce, da anni, è sempre più roca, in certi momenti pare quella ispida di Tom Waits; una voce calda e scura, lontana galassie intere da quella nasale, strascicata e un pò indolente dei tempi che furono. Anche le primavere oramai non sono poche, già 71, così come non sono davvero pochi i dischi che ne hanno costellato l’immensa carriera. Il fascino e la magia del menestrello sono però tuttora lì, inscalfibili dal tempo, dalle mode e dall’ avvicendarsi delle generazioni; trascorsi tre anni dall’uscita di Together Through Life giunge il gradito ritorno di Bob Dylan con Tempest, trentacinquesimo album in studio della sua infinita discografia.

Durante il recente tour con Mark Knopfler, che vede la sua prosecuzione negli States sino a tutto l’autunno, il buon Bob aveva accennato sul palco qualcosa dal nuovo disco, sollecitando la curiosità e la spasmodica attesa tra gli appassionati anche perchè correva  voce dovesse essere l’ultimo lavoro di Dylan, il quale ha prontamente smentito.

Scritto, suonato e cantato (oltreché prodotto) dallo stesso Mr. Zimmerman, registrato in California (studi di Jackson Browne), Tempest si presenta nel classico formato diviso in dieci tracce e rappresenta un’ideale continuazione delle ultime due/tre produzioni.Liriche figlie di un presente incerto ed inquietante che comprendono, con naturalezza, tutta la drammaticità e la corrosività ma anche l’ironia e la speranza delle quali solo Dylan sa fare un tale e sapiente uso. La protesta, la denuncia, la rabbia sono ancora presenti nei suoi testi ma vengono espresse in altro modo, con altri toni, forse più semplicemente con le modalità di un artista oramai “maturo” e ricco di ogni tipo di esperienza (politica, religiosa, sociale); non per questo risultano meno forti, anzi. Probabilmente per certi versi i testi sono diventati anche più crudi e cinici.

Dal punto di vista strettamente musicale la band che lo circonda appare sempre all’altezza, precisa e puntuale, mai invadente e al completo servizio della musica. Charlie Sexton Stu Kimball, ambedue chitarristi, ne rappresentano le novità.

Duquesne Whistle è il brano di apertura e quello scelto come primo estratto dal Cd, sospeso tra un’atmosfera anni ’30 e una ballata popolare americana; un treno carico di ricordi e di speranze, tra allegorie e metafore narrate in swing.

A seguire la dolce ballad Soon After Midnight, tipica nel mood dell’ autore la cui voce attuale assume valenze ancora più espressive e piene di pathos.

Il tagliente blues di Narrow Way scompagina le carte sin qui svelate, spostando su un altro versante ancora la musica di Dylan. Blues primitivo con qualche venatura country per un testo affilato.

Long And Wasted Years, breve ma magica perchè ha il potere di restituire al cento per cento quel compositore così diretto, emozionante, la cui abilità di arrivare al cuore è incredibile; amara storia di un amore finito male (…Last night I heard you talking in your sleep – Saying things you shouldn’t say – Oh baby, you just might have to go to jail someday….).

Non può mancare un brano rock ed ecco Pay in Blood, forse il pezzo più “catchy” del disco; testo decisamente sarcastico ed affilato come la lama di un rasoio, molto attuale (….Another politician pumping out the piss – Another ragged beggar blowing you a kiss…).

Scarlet Town è un tipico affresco dylaniano che può rimandare ad alcuni episodi del recente passato; si fa notare tra l’altro per un breve solo di chitarra elettrica, misurato ed efficace. Chitarra acustica, violino, fisarmonica e banjo, oltre che la batteria, costituisco l’impianto sonoro portante.

Di nuovo il blues secondo uno dei canoni più classici con Early Roman King dove tra l’altro si segnala la presenza di David Hidalgo dei Los Lobos, il quale accompagna con la fisarmonica.

Tin Angel con i suoi nove minuti inaugura un trio di pezzi, quelli finali, che forse sono i migliori dell’intero lavoro. Storia di un tradimento e poi di un triangolo amoroso il cui epilogo sfocia in tragedia.

La title track, forte dei suoi 14 minuti circa, è la traccia più lunga, ispirata alla tragedia del Titanic occorsa giusto cento anni fa; con l’accompagnamento di fisarmonica e violino (Hidalgo) Bob Dylan, prendendo le mosse da un vecchio pezzo folk irlandese, declama con precisione la cronaca del disastro, tratteggiando con immagini orrorifiche la crudezza delle scene di panico delle ultime ore.

Completa il quadro Roll On John, una sorta di commovente dedica/preghiera tributata al grande John Lennon, colma di riferimenti ai Beatles ed alla loro storia. Brano intenso ed emozionante, perfetto come chiusa.

Non c’è molto da scoprire o da verificare ascoltando Tempest semplicemente perchè un musicista/poeta come Dylan si è oramai svelato da tempo. Le sonorità sono quelle giuste, senza troppi drappeggi o complessità in questo caso inutili; ci sono ancora, intatte, la capacità di raccontare momenti di vita e di arrivare ai sentimenti di chi ascolta con dei testi ancora validi e di sostanza.

….Shine your light, move it on
You burned so bright,
Roll on, John….

Max

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commenti
  1. mogol_gr ha detto:

    Roll on Chapman (l’ 11 Settembre).

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