Pineapple Thief All the Wars 2012

Pubblicato: settembre 7, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Derivativo è un aggettivo usato spesso in ambito musicale; molte volte è calzante, segnatamente quando mette in connessione band o musicisti di epoche diverse. Ci sono però dei casi in cui l’accezione può assumere connotazioni meno simpatiche e ciò accade quando il collegamento non avviene con i  tempi passati ma con il presente; per alcuni versi questo capita quando ci si trova al cospetto dei Pineapple Thief perché frequentemente il riferimento ai Porcupine Tree scatta quasi in automatico (e non solo, come vedremo).

Personalmente ho molte difficoltà ad affrontare questo argomento perché da sempre sono avverso ai confronti in campo musicale; si può disquisire sulla tecnica ma per il resto, ribadisco, le emozioni che la musica emana e le preferenze sono strettamente personali. Nel caso della band del Somerset però il compito effettivamente si fa difficile anche per me; ma andiamo con ordine.

C’è da dire innanzitutto che la band nacque quasi come un progetto di Bruce Soord, cantante, chitarrista e compositore; con l’evolversi ed il progredire del gruppo è emerso chiaramente quello che ne era l’indirizzo e cioè un new prog irrorato in seguito di alternative (uso queste etichette malvolentieri ma sono funzionali al discorso).

Nel 2007 l’ultimo album per la Cyclops Recors (What We Have Sown) ha determinato in un certo qual senso uno spartiacque nella carriera e nell’ ascesa (a oggi forse non compiuta) dei Pineapple Thief; di li in poi la band si è accasata presso la Kscope dove erano stati di stanza i Porcupine Tree. La tentacolarità di Steven Wilson è ben conosciuta, il gioco era fatto e la carriera ha beneficiato di nuovi impulsi.

Tightly Unwound (2008) era a mio parere un buon album, anzi, avrebbe potuto essere anche qualcosa di più se non fosse stato che…..

All the Wars è il nono album del quartetto inglese e si annuncia come un prodotto molto curato; registrato presso gli studi di Peter Gabriel (Real World Studios) e presentato da uno splendido art work del grafico Storm Thorgerson i cui lavori non si contano (Pink Floyd, Genesis, Led Zeppelin, Dream Theater, The Mars Volta e mi fermo qui). Non si sono fatti mancare proprio nulla i Pineapple; nell ‘album sono presenti anche una sezione archi di 22 elementi ed un coro.

La band conferma la propria formazione che vede oltre al leader Soord, Steve Kitch alle tastiere, John Sykes al basso e voce, Keith Harrison (pura casualità) alla batteria. Nove tracce che ondeggiano tra tinte progressive ed altre più pesanti ed oscure.

Passando all’ascolto Burning Pieces è la opening; suoni di una chitarra distorta fanno da preludio all’incedere della band, dapprima “sparato a tutta” e poi molto più sospeso e sincopato. In questo alternarsi vengono fuori prepotentemente da subito i primi netti richiami ai Porcospini, inequivocabili. Gli “start and stop” si susseguono, sonorità piuttosto indurite, forse sbaglio io ma gli echi di The Incident mi paiono netti.

Warm Seas è un brano che pare uscito dalla penna e dalle corde dei Radiohead; anche la voce di Soord ricorda piuttosto da vicino quella di Thom Yorke. Non posso dire che si tratti di un brutto episodio ma la somiglianza è davvero tanta, troppa direi.

Last Man Standing scorre lenta e strisciante per lasciare poi spazio ad improvvise aperture, veloci e pesanti. Prosegue il gioco spiazzante tra stacchi e ripartenze che intercalano il mood sommesso della song. Il refrain, stilisticamente, è facilmente collocabile…

Una chitarra acustica introduce il cantato nella title track; a seguire il piano ed una base ritmica di puro appoggio vanno a costruire una bella ballad malinconica, rimpolpata nel finale dall’apporto degli archi.

Build a World nasce ancora una volta sulle note del piano, spazzate via repentinamente da un ingresso deciso e forte della band. Brano a mio avviso rimasto un po’ a mezza strada, irrisolto nel suo andamento troppo prevedibile.

La successiva Give it Back restituisce i Pineapple Thief più dinamici, con una struttura musicale più composita e multiforme. Brano dai suoni cupi, sporchi, incombenti e con un finale epico; di nuovo però riporta di getto a Wilson & Co. dell’ultimo periodo.

Someone Pull Me Up senza dubbio è uno dei passaggi che più mi hanno convinto; ballad mid – tempo che esprime al meglio le potenzialità del combo inglese. Bei suoni, equilibrati, giusta intensità e consueta costruzione altalenante. Certo il lavoro delle tastiere unito a quello degli archi ed i cori, paiono evidenti debitori agli Anathema.

Ancora suoni caldi ed avvolgenti, una sinfonia che diventa protagonista per One More Step Away, altro breve acquerello dolce e sognante.

Conclude il brano più lungo (poco meno di dieci minuti) ed impegnativo dell’intero plot: sto parlando di Reaching Out, una lenta ed inesorabile marea che monta molto lentamente ma con continuità. Dalla voce del singer, ai singoli strumenti della band, alla parte orchestrale; un lento divenire, un flusso musicale graduale ed inarrestabile che però……mi ricorda tanto i Muse e di nuovo i Radiohead. L’ultimo terzo della traccia vede protagonisti coro e orchestra in un tourbillon crescente e maestoso di sonorità.

Dunque: se devo restare alla musica suonata in se e per sè, astratta da tutto il resto, non posso dire certo che questo disco dei Pineapple Thief sia brutto, qualità e gusto non mancano. Peccato però che le orecchie, più che la mente, mi impediscano di usare questo metro di valutazione: tanti e troppi i riferimenti, talvolta smaccati, a band che sono in attività e dunque ne comprendo a stento il significato.

Max

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