Neal Morse Momentum 2012

Pubblicato: settembre 14, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Con una cadenza regolare ed una qualità sempre all’altezza Neal Morse propone con continuità la sua musica, quando impegnato in una band (Transatlantic, Flying Colors), quando a proprio nome. Momentum è il suo ultimo disco “solo” e segue ad un solo anno di distanza il doppio, bellissimo Testimony 2.

Su etichetta Radiant Records arriva dunque un altro tassello musicale scritto e prodotto dall’ex Spock’s Beard, accompagnato dal fido e onnipresente Mike Portnoy alla batteria e dal bassista di lungo corso Randy George. A latere, ma non certo marginale, la partecipazione del funambolico chitarrista americano Paul Gilbert. Le operazioni, ovviamente, le sovrintende lo stesso Morse che suona tastiere, chitarre e canta.

Oramai il meccanismo è perfettamente oliato, a prescindere da chi ne siano gli ospiti; Morse,Portnoy e George sono il nucleo di un progetto sul quale possono indifferentemente innestarsi “a corollario” musicisti diversi: da Kerry Livgren (Kansas) Jordan Rudess, da  Roine Stolt Steve Hackett, dal fratello Alan Morse Steve Morse dei Deep Purple. Tutti hanno contribuito alla realizzazione della discografia del musicista statunitense, uno dei più fervidi ed immaginifici interpreti della scena new prog odierna.Momentum conferma in sé un dato e cioè che la produzione solista di Neal spesso finisce per rappresentare una sorta di perfetta sintesi tra la sua anima progressive e quella più prog-metal del batterista; i due elementi si fondono, si compenetrano felicemente, talvolta anche “mediati” dal basso di George e ciò che ne scaturisce spesso sono sonorità epiche che sovente viaggiano in direzione di un prog sinfonico ma anche robusto. Tanti da sempre gli accenni ed i rimandi al “glorioso passato” ma oramai siamo davanti ad un sound personale, proprio, collaudato e raffinato negli anni da interpreti di grandissimo valore.

“Solo” sei brani compongono il disco ma in realtà l’ultimo pezzo è una suite di oltre 33 minuti (!!), per quella che è oramai una costante nella discografia di Morse. Questa nota mi porta però a fare la prima considerazione sull’album in esame e cioè che, a margine della validità dei brani o meno, ho l’impressione che ormai Neal viaggi sui binari di una formula che, se da un lato è più che affermata, da un altro comincia ad accusare il peso di una certa ripetitività. Questa schematicità a mio avviso toglie un pizzico di  immaginazione al lavoro, rendendolo prevedibile almeno per quanto riguarda la struttura.

La title track è l’opening-act del Cd e risulta una buona partenza, non tradisce le attese. Gran tiro della band, guidata dalla voce del musicista californiano, sostenuta dai cori di Portnoy. Fughe di tastiere intervallate a riff duri della chitarra di Paul Gilbert poggiano su una ritmica che definire solida sa di eufemismo. Port in queste occasioni riesce a liberare la sua classe ed il temperamento senza divenire invadente, fido scudiero dell’amico mentre George al basso cuce da par suo.

Splendida nella sua evoluzione è la seguente Thoughts Part 5, quasi un tributo ai Gentle Giant con una ritmica devastante. Questa dicotomia tra melodia e armonia è magnifica, Randy George al basso (co-autore) offre una prova maiuscola mentre le parti vocali (Eric Gillette) come detto rimandano in toto al “Gigante Gentile”. Il drummer qui si lascia andare, sprigionando tutta la potenza e varietà di “colpi” di cui dispone. Morse svaria tra tutto l’arsenale di tastiere al quale si affida e l’andamento del brano è in costante mutazione.

Tanto pathos ed intimità sono contenute nella voce e nelle tastiere di Morse e nell’arpeggio di una chitarra acustica per Smoke and Mirrors, momento musicale di interiorità esaltato nel finale dal violino del “solito” Chris Carmichael.

Weathering Sky è difficilmente inquadrabile, suoni synth-pop si intrecciano ad un refrain piuttosto leggero mentre NM, questa volta alla chitarra, cerca di sferzare l’andamento vagamente easy con frustate secche. Non è un pezzo indimenticabile anche se in definitiva il “tiro” almeno c’è.

Un battente lavoro di archi apre Freak, coprendo in realtà una buona metà del brano; dopodiché la musica cambia, con una grande apertura l’orizzonte finalmente tende a dischiudersi per poi nuovamente tornare alla situazione precedente, cominciando così un’altalena continua tra i due scenari sonori. Interessante la struttura ma a mio parere con un effetto finale che lascia perplessi.

Dulcis in fundo arriva il moloch, la lunghissima suite World Without End che costituisce anche il cuore dell’album. Si parte con l’ orecchio interamente proteso alla produzione Transatlantic perchè comunque, quando i nostri affrontano una traccia di queste proporzioni, sempre lì si torna. Articolata in sei parti, viene introdotta da sonorità epiche e roboanti e gradualmente va a ripassare l’intero catalogo di bellezze e fusione tra prog e metal, senza tralasciare alcun dettaglio. Solennità, pennellate romantiche, andamento sinfonico punteggiato dal consueto lavoro vertiginoso di Mike Portnoy alle pelli e di George al basso. Tappeti di tastiere ad ampio respiro colorano e sostengono l’impalcatura musicale, infondendo sempre maestosità al suono. Spicca anche il lavoro solista alla chitarra del giovane brasiliano Adson Sodrè.

Ci sono però dei nei: a mio parere almeno dieci minuti sono di troppo, si sarebbe potuto sintetizzare e riuscire ugualmente a ben concretizzare. Inoltre lo schema della suite, peraltro molto mossa devo dire, soffre di qualche alto e basso, inevitabile causa il dilatarsi all’inverosimile; Seeds of Gold (Testimony 2) ad esempio durava otto minuti meno ed era indiscutibilmente bella.

Un album abbastanza immediato per gli amanti del prog, piuttosto diretto anche se come sempre solo apparentemente “facile”. Tre bellissimi brani, dei quali uno ottimo, uno interlocutorio ed un altro in verità fiacco. Poi la suite, immensa, della quale ho già detto. E’ chiaro che nel complesso si tratta di un album valido, da ascoltare a più riprese senza il minimo dubbio; la sensazione di ulteriore replica francamente però rimane tutta.

Max

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