Marillion Sounds That Can’t Be Made 2012

Pubblicato: settembre 16, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Inutile dire che davanti ad un’uscita di questo calibro la trepidazione è alle stelle, sarà perchè invecchio, per affezione o per chissà cos’altro ma un nuovo disco dei Marillion riesce sempre a smuovermi qualcosa. La band che prima di ogni altra e forse più di ogni altra contribuì a riportare in vita il progressive dato ormai per morto e sepolto in una prima fase che, lo ricordiamo tutti, vide il corpaccione di Fish guidare la pattuglia inglese a raccogliere il dolore e lo sconforto dei fans di “genesisiana” memoria; per inciso io fui tra quelli che d’acchito rifiutarono i Marillion, accusandoli di “lesa maestà” e rammento anche di essere stato in numerosa compagnia. Col tempo dovetti ricredermi e la storia dette loro ragione.

Fu un periodo florido, una sorta di età dell’oro per il gruppo e poi, con la dipartita del cantante scozzese, cominciò l’era di Steve Hogarth.

Ripercorrere le tappe seguenti è oltremodo noioso, vale la pena solo ricordare e dare atto ad Hogarth delle pene e delle difficoltà incontrate per riuscire a entrare (se mai del tutto) nel cuore dei fans; nel corso del tempo, come quasi sempre succede, il suono della band è andato incontro a mutazioni, a dire il vero non sempre riuscite. L’imprinting che si portano dietro però li annovera ormai tra i grandi del genere, pur ripeto con alcune cadute.

Pare ieri ma da Script for a Jester’s Tear sono passati quasi 30 anni (1983) e dunque, in ogni caso, ritrovare il quintetto quasi immutato negli anni, ancora sulla scena a presentare il diciassettesimo album della carriera trovo sia sempre una buona notizia. Molte cose però da allora si sono modificate, sopratutto nell’approccio musicale della band; anche il terminale sonoro di riferimento, il chitarrista Steve Rothery, ha visto mutare e talvolta limitare le sue parti soliste le quali una volta rappresentavano un marchio di fabbrica.

Secondo molti Marbles (2004) è stato l’ultima zampata dei “marillici” in un quadro di vendite che era andato comunque facendosi desolante. Per parte mia trovo che ci fosse del buono pure in Somewhere Else (2007); sta di fatto che le sonorità del gruppo sono oramai ben distanti dai classici e pertanto ritengo (al solito) vadano valutate per ciò che sono e trasmettono, evitando inutili paragoni.

Registrato anche presso i Real World Studios con la co-produzione di Mike HunterSounds That Can’t Be Made presenta una struttura piuttosto atipica: come nel caso di Marbles parte con una suite e tra le otto tracce di cui è composto trovano posto ancora due lunghi brani, rispettivamente di 14 e 10 minuti.

Addentratomi tra le pieghe del disco posso dire subito che a mio modo di vedere è uno dei migliori lavori dei Marillion da anni a questa parte; non è privo di pecche, c’è qualche ripetizione di troppo ma sostanzialmente la mia valutazione è positiva.

1. Gaza. Il titolo è di per sé esplicativo e la musica gli rende giustizia; modo inusuale di aprire un album, con un pezzo lungo più di 17 minuti. Testo amaro e fotografico (…Hell can erupt in a moment day or night…Everyone deserves a chance to feel the future just might be bright …. ), suoni tormentati perfettamente adatti ad inquadrare l’attuale situazione in quel territorio del medio oriente, filtrati e sviluppati secondo il gusto e le qualità della band. La voce di Hogarth si fa a tratti intensa, in altri momenti privilegia la potenza; il sound alterna momenti epici, marziali, inquietanti ad altri fatti di dolci drappeggi. Uno dei pezzi più duri (a momenti) della recente produzione della band, anche se non mancano coralità e pennellate di colore riservate perlopiù alla chitarra di Rothery ed alle tastiere di Mark Kelly. Non è un pezzo istantaneo ma già al secondo ascolto cattura.

2. Sounds That Can’t Be Made. La title track vede subito protagoniste le tastiere sulle quali si adagia la voce del singer; sicuramente questa song fa parte del corso più recente della band, dunque con quell’andamento venato da pathos e atmosfera ma dalla costruzione meno ardita. Ciò nonostante sprizza classe da tutti i pori, pur non avendo le possibilità di raggiungere le vette di un tempo. E’ ancora la chitarra di Rothery a distinguersi nel finale per il suo consueto e prezioso lavoro che vede premiato anche l’impatto della sezione ritmica Trewavas/Mosley.

3. Pour My Love. Piano elettrico e un morbido ingresso della ritmica ne danno l’inizio; ora siamo decisamente sul versante pop, pur se raffinato e levigato. Questa è una di quelle pecche o ripetizioni delle quali parlavo prima, l’indole del cantante e le sue liriche troppo spesso trascinano  su questo terreno gli altri musicisti e a poco vale qualche svisata di chitarra. Questo aspetto continua a rimanere per me un mistero nell’evoluzione dei Marillion.

4. Power. Chitarra e tastiere si inseguono, cariche di effetti, Trewavas disegna linee di basso; atmosfera carica di intensità che va aumentando con improvvise e corali aperture nelle quali Hogarth offre probabilmente il meglio di sé. Un bel brano, ben arrangiato, con un testo tutto sommato semplice ma efficace.

5. Montreal. Cronaca di un arrivo in terra canadese, carico di ricordi e sensazioni e non privo di citazioni (Joni Mitchell, Leonard Cohen); testo a mio parere interessante per la sua immediatezza, una sorta di raccolta di immagini legate a formare una storia. Montreal è una traccia lunga, ben 14 minuti e una delle più riuscite. Sonorità aeree dominate dalle tastiere, tese a creare un alone di nostalgia a pervadere quello che in realtà è un vero e proprio racconto. La seconda parte risulta più mossa con maggiori cambi di ritmo, forse una maggiore brevità non avrebbe guastato, ma la trovo decisamente convincente.

6. Invisible Ink. Quasi una pop-ballad, condita in “salsa” Marillion; uno di quei brani in cui Hogarth spesso si trova al limite con il suo timbro che talvolta, va detto, tende a diventare fastidioso. Costruzione davvero leggera, che fa balenare qualcosa di più sostanzioso in rari passaggi. Al solito, non si tratta di un brutto pezzo in assoluto ma ripete un clichè (mi si perdoni il vocabolo…) già sentito.

7. Lucky Man. La situazione si replica, forse anche in peggio; nonostante il brano porti con sé un tiro maggiore, stenta terribilmente ad uscire dalla piattezza e dalla prevedibilità, ascoltare il drumming di Mosley è esplicativo più di mille parole.

8. The Sky Above the Rain. Traccia conclusiva, della durata di oltre 10 minuti. Una gran bella chiusa che viene a riscattare la delusione delle due precedenti; nuovamente il piano e le tastiere di Mark Kelly tracciano il solco nel quale il pezzo si va lentamente ad incanalare. Finalmente torna a farsi sentire, ricamando da par suo, la sei corde di Rothery. Echi dei Marillion-che-furono si affacciano a costellare di emozioni uno degli episodi più belli del disco; andamento estremamente aperto e sinfonico per un finale con qualche brivido, da ricordare, con un Hogarth all’ altezza.

5 brani su 8, 55 minuti su 73; anche giocando con i numeri l’esito nel complesso è soddisfacente. Sounds That Can’t Be Made è un buon disco, a mio parere vede la band recuperare posizioni rispetto alle ultime produzioni. Fish non è Steve Hogarth ma si sa da tempo, oramai bisogna farsene una ragione; sono trascorsi più o meno trent’anni dal debutto e non è realistico attendersi ancora un capolavoro. Forse è più ragionevole accontentarsi di un album imperfetto, con dei difetti oramai cronicizzati ma che fondamentalmente vive davvero di buoni momenti.

Max

commenti
  1. Cristiano scrive:

    “Fish non è Steve Hogarth ma si sa da tempo, oramai bisogna farsene una ragione”
    Passaggio sufficiente per cestinare l’articolo. All’articolista e ad altri dinosauri dev’essere sfuggito che dalla separazione con il gigante buono sono passati tredici album e una serie infinita di concerti. Sembrate come quelli che faticano ad elaborare il lutto. La ragione ve la dovevate fare almeno quindici anni fa, siete fuori tempo massimo. Steve Hogarth è il vocalist prepondernate dei Marillion.

    • Max scrive:

      Alle volte una maggiore attenzione nella lettura gioverebbe…Dispiace sempre, comunque, perdere un lettore.

    • Glauco scrive:

      Inoltre avrebbe dovuto scrivere : “Steve Hogarth non è Fish” e non il contrario, altrimenti il soggetto al quale si riconosce superiorità risulta Hogarth…
      Dereck William Dick è stato un grande front-man ma dal suo abbandono sono passati ventiquattro anni, relativo cambio “generazionale” musicale e alla distanza Hogarth risulta se non altro più versatile nelle liriche.
      Il problema purtroppo è un’altro : Hogarth ha da tempo rovinato la sua voce cantando di gola anzichè di diaframma (errore che commettono molti cantanti…) e temo non potrà curarla se non sottoponendosi ad un intervento laser alle corde vocali cosa che, se fosse stata possibile, avrebbe certamente già fatto. Sto ascoltando solo ora il disco che, definire capolavoro, mi sembra sinceramente azzardato e a mio avviso risulta palesemente “monocorde” e soft proprio per favorire la perfomance del cantante che nei brani di apertura sembra “tenere” per poi ripresentare gli stessi problemi incominciati e gradualmente peggiorati da “Radiation” in poi. La cosa è evidente da “Power” sino alla fine dell’album e preponderante nei brani più ritmati e potenti.
      Il giudizio al primo ascolto di un disco non è ovviamente mai quello definitivo ma secondo il mio parere questo disco è sullo stesso piano qualitativo, anche musicalmente, di “Somewhere Else” che è comunque un buon disco. La struggente e conclusiva “The Sky Above The Rain” mi sembra la più ispirata del lotto al pari di molte tracce dell’ottimo “Marbles”.

  2. Cristiano scrive:

    Il resto non posso valutarlo perché attendo l’ascolto in ambiente controllato e supporto originale.
    Sai com’è, sono una di quelle creature con le orecchie in teflon che ancora ascoltano attraverso i supporti originali e con una strumentazione high fidelity, altrimenti conosciute come “audiofili”.
    Ergo, resta la critica all’articolo che risente di un approccio poco equilibrato. Un atteggiamento negativo nei confronti di Hogarth, vocalist nonché anello fondamentale della catena Marillion, toglie serenità a chi scrive un articolo sull’ultima fatica della band. Sarebbe stato meglio non scrivere nulla.

    • Max scrive:

      Il mondo è bello perchè è vario, in giro c’è veramente di tutto; cantastorie, menestrelli, veggenti e ognuno ha la propria verità in tasca. In ogni caso prima di scrivere una prossima recensione ti contatterò per avere il placet. Poni un velo di olio sul teflon perchè col tempo tende a crettarsi.

  3. Cristiano scrive:

    Sul teflon? ahahahah… questa è meravigliosa!
    Vedrò di farti avere del grasso al teflon, vedrai che le tue considerazioni “scivoleranno” meglio.

  4. Massimo Jester Dalkeyth scrive:

    Bella recenzione che condivido appieno!

  5. Daniele scrive:

    Una recensione molto equilibrata che dimostra la conoscenza della materia da parte di chi l’ha scritta. Credo che sia onesta e valuta il disco come merita.

  6. judokca scrive:

    Assolutamente d’accordo. Qualche giorno fà ho ricevuto l’album in MP3 in attesa di della consegna della mia edizione limitata. Sono stato a lungo indeciso, volevo attendere il disco, ma poi ha vinto la curiosità e l’ho ascoltato. Sono stato enormemente colpito dalla prima traccia, tanto da farmi credere sul serio in un nuovo capolavoro dopo quell’immenso gioiello che è. Marbles, ma purtroppo non è.andata così. Non si tratta di un disco brutto, ma sicuramente non dei migliori. Epurato di qualche eccesso pop che Hogart farebbe bene a tenersi per i suoi progetti solisti ne sarebbe venuto fuori un lavoro più compatto e migliore, ne sono pienamente convinto. Merita un secondo e più attento ascolto senza dubbio ma sono rimasto un pò con l’amaro in bocca questa volta.

  7. roberto scrive:

    Buona recensione e buona conoscenza del gruppo ma si può dire che H. vale 100 Fish da sempre? E soprattutto che i Marillion odierni son molto più bravi di quelli di una volta? Lo dico!!

    • Max scrive:

      Ciao Roberto, con questi termini puoi dire quello che vuoi, ci mancherebbe !

    • judokca scrive:

      Non sò come valutare questa tua affermazione, soprattutto da grande estimatore di Hogarth. I Marillion attuali sono un gruppo diverso da quello degli esordi e la grande esperienza accumulata in oltre 30 anni gioca sicuramente un ruolo molto importante. Fish è stato un frontman potente ed inarrivabile, grande paroliere ed oserei dire poeta, con lui i Marillion hanno conosciuto quel tipo di successo che non sono più arrivati a toccare. Ma la band di oggi è molto più matura e consapevole, soprattutto più coraggiosa. Hanno composto album meravigliosi negli ultimi anni ma trovo che ultimamente si stiano lasciando troppo andare a derive pop che non riesco assolutamente a decifrare. Vorrei che
      tornassero a quel sound più ruvido di Anoraknophobia che fu tra l’altro il primo di quelli preorder (e del quale possiedo e custodisco gelosamente la mia copia personale). Non posso dire che Sound that can’ be made sia un brutto disco, ma di certo non gareggerà tra i miei preferiti.

      • Max scrive:

        Interessante il tuo quesito: in estrema sintesi ho voluto sottolineare le differenze tra i due frontmam non solo per le rispettive qualita’ e/o caratteristiche ma sopratutto per l’influenza che ognuno ha avuto musicalmente all’ interno della band (e questa la spiega la storia stessa). Ricordo i primi album dell’era Hogarth come sublimi, niente da invidiare ai primi con Fish. Poi, indubbiamente, “qualcosa” e’ cambiato, segnatamente in peggio. Detto questo rimane del tutto personale e soggettiva la preferenza tra il timbro e la presenza di Fish e quelle di Hogarth. Il punto cruciale penso resti un altro e cioe’ il mutamento radicale avvenuto anni orsono, quella deriva pop che talvolta fa capolino e che mi pare di capire anche tu poco gradisci.

  8. bateman patrick scrive:

    solo da sentire e ….risentire
    album splendido!

  9. rossano scrive:

    mai titolo fù più azzeccato!!! a me non piace per nulla a parte Power e Gaza che tirano fuori la testa dalla mediocrità. purtroppo è l’ erede del di H.I.T.R, dove la sola Marzipan vale il prezzo del biglietto, gli altri brani? ….nemmeno ricordo i titoli. questi ultimi due lavori a mio avviso rivalutano il mai troppo sottovalutato Somewhere else.
    Comunque un plauso al recensore.

  10. roberto scrive:

    Ricordo ancora l’emozione in quel negozio di dischi quando, distrattamente fra le novità, mi capitò fra le mani “Script”; per me che avevo vissuto in pieno tutta l’era progressive fu come un tuffo al cuore e un segno premonitore, tutto mi conduceva a dove volevo essere condotto! Ricordo ancora di più l’emozione appena partì la puntina: “cavolo sono i Genesis camuffati!” Questo l’ingenuo e istantaneo pensiero. Di seguito mi immersi nel mondo Marillion e a tutt’oggi non ne sono uscito! Dire che li amo è dire poco, credo di avere tutto ciò che hanno pubblicato (E.P. introvabili e calendari compresi e anche di Fish naturalmente) e posso vantare di aver assistito a 24 concerti fra Italia e estero! Tutto questo preambolo per esprimere la mia sulla diatriba fra i due cantanti e sui vecchi e nuovi Marillion. Io penso che Fish sia stato un grande frontman e autore, perfetto per il periodo in cui è stato il catalizzatore del combo e dotato di una personalità dirompente, Hogart accolto con scetticismo ha conquistato pian piano il suo ruolo di leader assoluto e ha definito la svolta del gruppo! Comunque per dirla tutta quando cantava Fish provavo ammirazione, quando canta H., pur con alcune lacune alle volte da lui stesso provocate, provo brividi indescrivibili! La storia dei Marillion si può suddividere in cicli che sono terminati con capolari intramezzati da buone uscite: il primo con Fish dall’esordio fino al loro più grande successo “Misplaced Childood”, il secondo dallo spiazzante (per i nostalgici) “Seasons End” al capolavoro “Brave”, il terzo da “Afraid of Sunlight” ( che io amo molto) a quello che per me è il massimo, anche di brividi della loro produzione: “Marbles” dove H. mette, se mai c’era un dubbio, la parola definitiva! la fine del quarto ciclo lo aspettiamo perchè, come ha descritto bene Max, questo è un buon lavoro, come d’altronde è abitudine dei nostri, ma non il capolavoro che ogni tanto ci aspettiamo!

    • judokca scrive:

      Ho solo 32 anni perciò a causa “anagrafica” non ho potuto vivere tutto ciò che tu con emozione hai descritto, ma credimi, avrei tanto voluto! La prima volta che qualcuno mi parlò dei Marillion fu una mia zia che ne possedeva i vinili, all’epoca avevo circa 11 anni e cominciavo a nutrirmi di rockcon i dischi dei Queen. Mia zia non ebbe modo di farmeli ascoltare e per un pò me ne dimenticai finché in un programma notturno ascoltai per la prima volta Chelsea Monday… Fu amore! Dovevo assolutamente avere quel disco! Passò poco tempo ed i dischi dei Marillion divennero molti, cominciai a documentarmi sulla storia del gruppo, mi iscrissi al fun club, i dischi natalizi…questo fu il mio inizio con loro. Adesso posseggo una grossa quantità di dischi di rock progressive, King Crimson, Genesis, Jethro Tull e chi più ne ha più ne metta ma nulla mi emoziona come loro, non ce nulla da fare e non riesco a spiegarmi il perché. Riconosco benissimo il valore di altri gruppi ed artisti ancora più preparati tecnicamente e storicamente più importanti ma loro continueranno ad emozionarmi in una maniera diversa e totalmente irrazionale. Detto questo e tornando in topic siamo tutti ben consapevoli, mi sembra di capire, che non siamo di fronte ad un nuovo capolavoro dei nostri beniamini, ma, permettetemi di dirlo, STIKAZZI che disco (anche stavolta)!😉

  11. roberto scrive:

    Caro judokca per noi i Marillion sono ormai una parte della nostra vita e ogni loro respiro è linfa vitale che ci alimenta! Io ho 59 anni e il periodo d’oro l’ho vissuto con pienezza totale e non ti posso neanche descrivere la nostalgia che spesso mi assale! Li ho visti e li ho vissuti tutti, ma proprio tutti i grandi, i medi e i piccoli e quindi non so spiegarmi del perchè di tanto affetto che mi lega a questo gruppo, mi fa lo stesso identico effetto che fa a te! Nella mia lunga vita musicale solo un gruppo mi ha smosso tanto come loro: I Van Der Graaf Generator per i quali persi letteralmente la testa, pensa che ancora oggi sono in contatto con Peter Hamill: Tornando al disco in questione, non è un capolavoro (ma fra un po ci siamo) ma quando ascolti brani come Montreal o Gaza non puoi che dire che sono assolutamente di un’altra categoria!

    • judokca scrive:

      Ho ricevuto la mia edizione speciale dell’album e mi sono dedicato all’ascolto attento che merita un lavoro del genere. Non sò se tutte le persone che sono intervenute qui sono in possesso della limited, comunque con quell’immenso booklet davanti sono riuscito a godermi meglio tutte le tracce leggendone i testi e le splendide immagini ad essi legate e sto molto rivalutando il tutto. È un lavoro elaborato e sicuramente ha richiesto del tempo, si vede, ma proprio per questo non riesco a perdonare alcune scelte che ho trovato davvero poco convincenti. Vogliamo parlare della conclusione della splendida Montreal? Già normalmente non gradisco troppo i finali in sfumatura e qui mi é sembrato un vero e proprio coito interrotto. Un pezzo del genere meritava ben altro trattamento a mio parere. Ma per il resto ho ben poco altro da recriminare, concordo con Max sul fatto che Pour My Love, Invisible Ink e Lucky Man siano dei pezzi un pò deboli ma visto nella sua totalità è e rimane un ottimo album. Se solo Mister H non ci avesse abituati così bene in questi ultimi anni😉 …..

  12. Dario scrive:

    Che tristezza.Le recensioni dei Marillion dal 1989 in poi iniziano tutte allo stesso modo:Fish,i Genesis,vecchi ricordi del recensore,poi si arriva all’era Hogarth e si sorvola su tutto quello che è successo in 20 anni….cambi di rotta,dischi memorabili,dischi meno memorabili,iniziative di marketing storiche (preorder),convention,tour mondiali etc etc siete i soliti superficiali!Meno male che conosco la band e non devo delegare ad un recensore la mia ricerca di informazioni su di essa,perchè siete spesso mediocri e inesatti,come in questo caso….parlate di dischi usciti 30 anni fa,di fatti passati e oramai dimenticati e fate passare i Marillion come una band alla deriva,mentre sono migliaia lle persone che li seguono in giro per il mondo.E mentre Fish non ha un filo di voce,e va in giro per il mondo a riproporre i vecchi classici un tono sotto gli originali,i Marillion sono appena tornati da un tour negli USA e in vent’anni non si sono mai voltati verso il passato…e allora sapete che vi dico, cari fan del progressive?ve li meritate i Genesis quando dicono che la musica che proponevano la suonavano solo per soldi…siete dei vecchi incartapecoriti che credono di essere raffinati cultori della musica ‘qualità’.almeno i fan dei marillion moderni non si vergognano di ascoltare canzoni pop,se sono di qualità!!!io non dici che i dischi dei Marillion siano belli a prescindere,ma gli riconosco una ricerca musicale che pochi hanno,ed una innata capacità di scrivere melodie memorabili.E dopo 17 anni certo non posso pretendere miracoli!!!cmq per la cronaca,in tempi di vendite fiacche per tutti,ce l’avessero tante band degli anni 80 il seguito di fan dei Marillion odierni….per favore,se non sapete fare i giornalisti,non vi improvvisate…

    • Dario scrive:

      Perdonate le imprecisioni ma scrivo dal telefono..

    • judokca scrive:

      Concordo con il contenuto ma non con il tono. E aggiungo che sono fin troppi i siti ed anche affermate testate giornalistiche (chi ha detto Il Mucchio) che continuano ingiustamente a snobbarli. Ma sono quasi contento così perché mi tutto questo mi restituisce quasi quell’illusione che certi magnifici pezzi li abbiano scritti appositamente per me e pochi altri(!) eletti. Una recensione di Marbles cominciava con la poco felice domanda “Qualcuno si ricorda dei Marillion ?” . Vabbè non sanno quello che si perdono mentre io attendo con impazienza Il prossimo Gennaio. Saluti!

    • Non è assolutamente vero che i Genesis hanno detto che suonavano solo per soldi. Hai estrapolato una frase di Phil Collins che dice che appena entrato nella band lo aveva fatto perchè aveva bisogno di suonare e di soldi, ma poi col tempo ha cominciato ad amare il gruppo e la musica che suonava.

      Magari conosci i Marillion ma conosci molto poco i Genesis.

  13. michele scrive:

    lunga vita a questa band….quando la musica emoziona e ti entra nel cuore scrivere tanto non serve…..

  14. rossano scrive:

    Concordo con te Dario, ma questo album proprio non mi piace, non è un album dei Marillion. Ripeto che Gaza e Power non sfigurerebbero in nessuno dei loro lavori precedenti, anzi, ma il resto dell’ disco è noia pura. non dico che è un brutto album, però dai Magnifici 5 ci si aspettava molto di più che semplici divagazioni alla ricerca di nuove sfumature che, a quanto sento da parecchi fans non se ne sentiva il bisogno. non da loro.

    • Dario scrive:

      Ciao Rossano. Il problema non è se l’album ci piace o no. Per me i gusti sono sacri ed ognuno ha il diritto di pensarla come gli pare…La mia critica nasce solo dalla considerazione relativa alla frequentissima tendenza da parte della MAGGIORANZA di persone che scrivono articoli sui Marillion, di iniziare questi “articoli” sempre allo stesso modo, citando fish e i primi anni come “anni d’oro” e poi liquidando con facilità l’era H come “confusa”, tralasciando molte notizie che andrebbero sottolineate: primo che FISH cantava coi marillion 23 anni fa, cioè nello scorso secolo. Si dimentica che i Marillion all’epoca avevano 20 anni per uno e che di acqua ne è passata sotto i ponti…secondo, si dimentica SEMPRE che i Marillion dell’epoca erano legati ad un certo mondo, quello del prog “di un certo tipo”, che, diciamoci la verità,poi dopo si è dimostrato non appartenergli proprio. Voglio dire, non si possono acucmunare i King Crimson o i Genesis o i Gentle Giant ai Marillion..Eppure quanta gente lo fa ancora?I marillion recenti hanno molto più in comune con band contemporanee che con questi dinosauri di 30 anni fa. Eppure i “recensori” lo dimenticano. Dimenticano Season’s End, Brave, Afraid of Sunlight, Marbles…andatevi a risentire quei dischi e guardate quante influenze diverse ci sono. Ci sono sicuramente anche una marea di errori ma c’è sicuramente dietro anche un lavoro artistico ENORME ed un grande, grandissimo pregio: i Marillion non si sono MAI girati a guardare il proprio passato, come ha fatto qualsiasi artista degli anni ’80, pubblicando greatest hits o mettendo su rimpatriate. Ancora oggi, nel 2012 i MArillion pubblicano un disco nuovo con la speranza di dire qualcosa, piuttosto che di pagarsi il mutuo. Non ci dimentichiamo quanta gente oggi li segue, e compra i loro dischi, tutta gente che forse nel periodo fish manco c’era…eppure i recensori sembrano ricordarsi solo di facce dipinte, di jester di gazze ladre etc etc
      A me il disco è piaciuto moltissimo. Happines is the road, viceversa non mi aveva affatto convinto, l’ho anche riascoltato ultimamente e continua a non piacermi…fortunatamente questo disco mi emoziona parecchio…e seppur senza svolte eclatanti nel loro sound (come loro spesso dicono di aver fatto) trovo ancora tanta voglia di suonare e un inimitabile talento nello scrivere belle canzoni…Credo che per una band al 17mo disco sia già tantissimo!!

  15. Paolo scrive:

    Dopo un paio di settimane di ascolto trovo l’album molto bello, intenso ed anche abbastanza originale; sono d’accordo con la recensione di Max in merito a certe tonalità di Hogarth ed alla tendenza del cantante a spostare il sound del gruppo su tonalità decisamente pop.
    Sul fatto, poi, di tirare sempre in ballo Fish, trovo la cosa fine a sè stessa. A me personalmente piace più Hogarth e comunque va sempre considerato che Mr. H non è subentrato a Fish ieri l’altro ed ha ampiamente contribuito anche in fase compositiva alla realizzazione di ottimi album .

    Paolo

    • Max scrive:

      Caro Paolo, solo una precisazione: “il tirare in ballo Fish” è dovuto al fatto che chi scrive può e deve pensare che chi legge non sia solo un “addetto ai lavori”, un fan storico o comunque edotto ma ci possa essere anche il ragazzo di 14 o 15 anni che da poco si è accostato alla musica e che ai tempi non era neanche al mondo. Ecco dunque che alcune considerazioni, talvolta apparentemente scontate o fuori tempo, vanno interpretate con un altro spirito.

      • Paolo scrive:

        Prendo atto, ma a me sembra che il tuo riferimento a Fish fosse più una cosa personale piuttosto che una nota di riguardo rivolta al giovane che si accosta solo ora alla musica dei marillion.

      • Max scrive:

        Se anche fosse francamente non vedo dove sia il problema, i gusti indiscutibilmente sono personali. A me può piacere più il timbro di Fish (di allora, ovvio), a te quello di Hogarth. Sul blog io racconto le mie sensazioni, le mie emozioni e magari i ricordi legati alla musica, non c’è alcuna pretesa di verità assoluta o fondante; ci sono degli album con H che nulla da invidiare hanno ai precedenti (tanto per essere chiari).

      • Dario scrive:

        I ragazzini di 14 o 15 anni OGGI, guardano direttamente i video da youtube, non si fanno certo un’opinione su una band attraverso una recensione…Quello che dici tu accadeva 20 anni fa forse, ma oggi è diverso…

        E comunque cito direttamente: “….fu un periodo florido, una sorta di età dell’oro per il gruppo e poi, con la dipartita del cantante scozzese, cominciò l’era di Steve Hogarth.

        Ripercorrere le tappe seguenti è oltremodo noioso, vale la pena solo ricordare e dare atto ad Hogarth delle pene e delle difficoltà incontrate per riuscire a entrare (se mai del tutto) nel cuore dei fans; nel corso del tempo, come quasi sempre succede, il suono della band è andato incontro a mutazioni, a dire il vero non sempre riuscite. L’imprinting che si portano dietro però li annovera ormai tra i grandi del genere, pur ripeto con alcune cadute.”

        Se io leggessi da neofita questo articolo, giungerei alla conclusione per cui, con Fish i Marillion erano infallibili, mentre con H si è “perso il discorso” strada facendo….Mi sembra abbastanza ingiusta come affermazione.
        Anche perchè personalmente penso che con Hogarth i Marillion abbiano dato molto più che con Fish..

  16. Paolo scrive:

    A Max,

    mi spiego meglio : intendevo solo il tuo paragone tra Fish e Hogarth in chiusura della recensione.

  17. silvano imbriaci scrive:

    ascltato e riascoltato, soprattutto dopo aver visto anche il the making of…non lo so, sarò tradito dal mio amore per la band, ma i difetti che ci trovo sono pochissimi e ogni volta si conferma la sensazione di essere di fronte ad un gran disco, più concentrato e non diluito e annacquato come il precedente…possibile che siamo tutti assuefatti a muse o radiohead o che altro o emozionano solo me certe tessiture melodiche e arrangiamenti che corrono per tutti i brani (dico tutti)?Certo ad un primo ascolto in alcuni punti lo smalto sembra più opaco…ma che dire dei formidabili cambi di atmosfera, dei brividi che ogni volta ci propongono le angolature inaspettate di steve rothery, dei crescendo inarrestabili, o dei richiami ad un gusto per certe sensazioni eleganti del passato (ad esempio il piano vintage di pour my love che a p.tr. ricorda todd rundgren ma che a me ha fatto venire in mente donald fagen e gli steely dan!). Insomma, è un tipico album dei marillion (quanti pezzi superano per intensità – ascoltateli bene- anche la musica di brave, che secondo alcuni è l’ultimo VERO album del M.), ma contiene tutti i segnali di un cammino percorso, di una evoluzione all’insegna della classe cristallina che accompagna i cinque, direi anche contro la loro volontà…vorrei parlarvi delle sensazioni che ogni brano mi ha portato, anche quelli meno intensi. ma lascio ad altri il compito, io non ne sono capace…l’idea che mi sono fatto è che il desiderio di riascoltare una volta dopo l’altra il cd è di sicuro il segno della sua riuscita…e questo è immancabilmente successo con sounds, forse come da tempo non mi succedeva (echolyn e pochi altri a parte…)

  18. Pex scrive:

    L’ho appena comprato e l’ho ascoltato per tre giorni consecutivi anche se mi pare un pò presto per dare un giudizio compiuto. Come prima impressione non posso dire di essere stato colpito dal disco. Premetto che la produzione di Hunter la trovo noiosa soprattutto in riferimento all’appiattimento dei suoni. La chitarra di Rothery c’è e fa dei bei lavori di cesello ma è sempre confinata al livello delle tastiere e non spicca in alcun modo, anche la voce di H in alcuni brani (tipo Gaza) viene “inglobata” dalle tastiere. Al di là di un giudizio meramente tecnico che presuppone l’assimilazione dei brani, lo trovo semplicemente la continuazione (in meglio) di Somewhere else e di HITR (soporifero, a parte 4 o cinque brani). Non mi ha preso, lo trovo piatto. A parere mio con una produzione migliore (il solito Meegan) con questo materiale avrebbero potuto sfornare un grandissimo disco. Rimandato ad altri ascolti.

  19. Fabio scrive:

    Ascolto Progressive da oltre 30 anni, ho visto nascere i Marillion e ascoltato Script…quando in Italia l’avevo ascoltato forse in 50 persone ad esagerare.
    Non inizierò mai una recensione o un commento dicendo “certo Hogart non è Fish” o cose simili, non perchè non lo pensi, semplicemente perchè non avrebbe senso.
    A mio modo di vedere e conoscere musica il loro ultimo CD è superiore a quelli post Marbles, ma nulla più. Non è certo Brave che ritengo il punto più alto dell’epoca Hogart.
    Detto questo ritengo non abbia molto senso il solito ritornello tipo “dopo 17 anni non si poteva chiedere di più ad un nuovo CD”, gli IQ…tanto per dire, dopo 25 anni hanno fatto Frequency e dopo 20 anni dal loro esordio Dark Matter…e…non mi è mai venuto di dire beh dopo 20 anni…

  20. Pex scrive:

    Sono d’accordo, STCBM è superiore a Somewhere Else ed a HITR (quest’ultimo, fosse stato composto da 7-8 pezzi sarebbe stato un buon disco). Ripeto, a parere mio si tratta di un’opera che in parte viene pregiudicata dalla produzione perchè le idee ci sono e la consueta classe dei 5 anche, solo che i pezzi scorrono troppo piatti, con qualche picco qua e là (Montreal, ad esempio, dal 4-5° minuto diventa un gran bel pezzo ma prima fa venir voglia di skippare).

  21. Trovo alcuni commenti sui Genesis, i Marillion con Fish e sui “vecchi” gruppi prog ingiusti: volente o nolente i Marillion senza quei gruppi o quel cantante manco sarebbero esistiti, poi certo hanno cambiato genere ma non svalutiamo un pezzo di storia della musica ai quali i Marillion devono molto, se non tutto.
    A me piacciono di più i dischi con Fish, per quanto apprezzi anche tantissimo quelli con Hogarth, non credo sia una colpa.

    Dopo questa premessa credo che questo disco, come un po’ tutti quelli dei Marillion “moderni”, vada paragonato con i due veri capolavori composti con H alla voce: Brave e Marbles. E’ allo stesso livello? No, non lo è, ma manco è una schifezza come Radiation o il più recente Somewhere else. E’ un belll’album, pieno di buone cose, a tratti un po’ annacquato e questo purtroppo è imputabile ad Hogarth che da spesso al gruppo un impronta un po’ troppo pop (non che il pop sia un male in se, ad esempio trovo che il vero capolavoro di Happiness is the road fosse This train is my life).
    Per fortuna in questo album Steve Rothery (per me il più dotato tra i musicisti del gruppo) ha uno spazio maggiore rispetto all’album precedente. Se avessero dato un po’ più energia a certi pezzi e avessero limitato un po’ di più le pretese pop sarebbe stato un capolavoro.

    Quanto al discorso sul non aspettarsi più capolavori sono d’accordo col recensore: è difficilissimo, quasi impossibile a distanza di più di 30 anni sfornare un album capolavoro, soprattutto se in questi 30 anni la lineup è rimasta fondamentalmente la stessa (a parte la voce, che però come è stato detto è ormai da tempo che la stessa): non ci sono riusciti i Pallas, non ci sono riusciti gli IQ, gli Arena forse in parte con l’ultimo album…

    Gli unici che ci sono riusciti in tempi recenti sono stati i Pendragon con Pure, ma già con l’album successivo (uscito l’anno scorso) hanno fatto di nuovo un piccolo passo indietro sotto il profilo della qualità.

    In conclusione mi aspettavo bella musica da questo disco e l’ho avuta, i capolavori proprio perchè sono capolavori ne escono uno ogni morte di Papa.

    P.S. Bel sito, complimenti🙂

  22. Valentino scrive:

    Questo album segna il passo e denota una certa stanchezza a livello compositivo, restano alcuni bagliori tipo Montreal o The sky above the rain e tante ombre che vedono la band a dir poco ingessata.
    Da amante dei Marillici mi attendevo di più.
    Posso dirlo? Hogarth a vita! Su, è Natale…

  23. Santo scrive:

    Per me esistono 2 Marillion. Quelli di Hogart sono meno geniali. Non é solo un discorso di stile che chiaramente doveva mutare nel tempo ma é proprio nelle melodie e nei passaggi armonici originali. Si sono persi, sono abbastanza noiosi e banali. Tanti abum dopo Fish ma pochi pezzi validi. Ho comprato tutti gli album dell’era Fish mentre, se guardo sullo stereo vedo solo Afraid of Sunlight, unico lampo nella notte. Non so, sono un amante del piano e mi fa impazzire Out of this World….
    I veri pezzzoni sono incubus, fugazi, blind curve, assasin …capolavori quelli citati sopra mi sembra veramente eccessivo. Comunque va detto che la musica vive del momento storico e considerando quello attuale se uno deve comprare un disco quello dei Marillion di Hogart é uno dei migliori….ma io non lo comprerò…..

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