Big Big Train English Electric (Part One) 2012

Pubblicato: settembre 20, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Qualche giorno fa stavo ascoltando dopo tanto tempo Bard (2002) e parlando con un’amica questa mi ha chiesto cosa ne pensavo dell’ultimo album dei Big Big Train; sono rimasto letteralmente spiazzato perché evidentemente l’uscita mi era sfuggita e ho pensato di rimediare subito. Così, ecco qua English Electric, settima e recente fatica del quintetto inglese capitanato da Greg Spawton; a dirla tutta c’è anche un sottotitolo, Part One, perché a marzo del prossimo anno la band farà uscire il secondo capitolo.

Da sempre alfieri di un new prog ben suonato e con evidenti derivazioni dal passato rimangono ancora tra quei gruppi che in effetti hanno forse raccolto meno di quanto seminato. Accomunati al giro “che conta” in alveo progressive in realtà ne sono  rimasti per lungo tempo in seconda fila e questo nonostante una produzione sin qui di indubbia qualità, a cominciare dal debutto collocato nel 1994. Stessa sorte  è capitata a diverse band in ambito prog, restate in qualche modo figlie di un dio minore benchè la proposta si fosse rivelata interessante. Nel caso particolare i BBT  non erano certo gruppo di nicchia ma oggettivamente non si andava molto più in la; solo negli ultimi anni finalmente sono stati capaci di ritagliarsi il posto che meritano. Considerazioni queste magari anche scontate ma trovo utile ribadire come sovente oggi la buona musica vada cercata perché altrimenti i media su questo non vengono di certo in aiuto.La formazione del disco precedente, The Underfall Yard (2009), viene confermata e questa forse è già una novità per un combo che negli anni, a parte Greg Spawton (basso, chitarra ritmica ed acustica, tastiere) e Andy Poole (chitarra acustica, tastiere), ha sempre palesato instabilità o comunque una propensione al mutamento ripetuto. Dave Gregory (chitarra, banjo e mellotron), David Longdon (voce, flauto, tastiere) e l’ottimo Nick D’Virgilio (batteria) rimangono dunque ai rispettivi posti e nel disco sono coadiuvati, come costume del gruppo, da vari altri musicisti tra i quali non posso non menzionare Andy Tillison (tastierista conThe Tangent), Martin Orford (IQ, Jadis) qui solo in veste di seconda voce e Danny Manners ( già con The Happy End). A completare una sezione di archi e fiati.

Poco meno di un’ora e otto brani per un viaggio lungo l’ Inghilterra tra paesaggi e personaggi, tra  emozioni dettate da incanti di tastiere, mellotron, moog e organo e soli di chitarra suggestivi e toccanti. Produce Andy Poole.

Ci sono dei veri e propri “gioiellini” come l’iniziale The First Redbreather dove la voce di Longdon rimanda in alcuni passaggi incredibilmente a Derek Shulman;  impasti vocali preziosi ad ampio respiro (tranne Gregory tutti sono anche seconde voci) punteggiano un brano che alterna momenti cupi ad altri illuminati dalla chitarra e dalle tastiere.

Winchester From St Giles’ Hill fa esplodere tutto il lirismo della band, gioia e delizia per gli appassionati di un certo tipo di prog. Squarci musicali infiniti, lievi e fluttuanti interventi di un flauto, morbidissimi tappeti di tastiere costellano il cielo sopra St Giles’ Hill.

Hedgerow è il pezzo conclusivo, quasi nove minuti di musica elegiaca in grado però di mutare pelle e andamento più volte, sicuramente segnata da un lavoro preponderante degli archi. La parte finale è il trionfo della coralità.

Un arpeggio di piano apre Summoned By Bells nella quale la voce di Longdon richiama talvolta quella di Steve Winwood; consueto affresco arpeggiato dalle chitarre, cori idilliaci a sostegno del solista e il drumming solido ma senza eccessi di D’Virgilio consegnano questo pezzo tra i più interessanti e variati. Notevole il lavoro dei fiati nel finale mentre in sottofondo la chitarra di Gregory cesella nello stile del buon Fripp.

Upton Heath tratteggia un altro delicato quadretto nel quale fa la sua comparsa pure il suono di un banjo a conferire un tocco “americano” ad un brano tipicamente english.

Altro episodio all’apparenza dal mood cupo e triste, A Boy in Darkness rivela ancora una volta la forza d’urto e l’espressività musicale del gruppo. Valido e accurato l’arrangiamento che prevede un incastro di parti e di suoni che vanno a comporre un puzzle musicale piuttosto assortito.

Tocca al banjo aprire le danze in Uncle Jack, breve acquerello acustico che richiama da vicino i Genesis con Anthony Phillips; gustose le parti vocali in un brano bucolico, pastorale.

Bizzarra l’introduzione di Judas Unrepentant che si dipana progressivamente su una melodia sin troppo easy, decisamente più semplice delle precedenti almeno per la prima metà; nella seconda parte l’andamento si fa più mosso per poi, prima della fine, riprendere il tema iniziale. Credo di poter dire l’ unica traccia non molto convincente.

(L’ordine dei brani indicati è casuale, non è quello della track list).

English Electric è un ulteriore tassello compositivo di una discografia piuttosto onesta e lineare, i BBT non fanno certo mistero delle loro fonti ispiratrici (Genesis su tutti) ma nel tempo sono stati in grado di sviluppare anche un loro stile che, se da una parte privilegia il progressive sinfonico “storico” dei loro connazionali, da un’altra non rinnega aprioristicamente una contaminazione col new prog di matrice americana e la presenza di Tillison forse ne è la riprova.

Album positivo, da godersi sicuramente.

Max

commenti
  1. Alex scrive:

    un gruppo davvero impressionante…. la produzione , i suoni, sono veramente unici in questi ultimi lavori

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