Gli Enslaved come gli Opeth, o viceversa se più vi piace. Un’ iperbole, un azzardo o forse più semplicemente un parallelo che mi sento di tracciare consapevole di correre qualche rischio ma, a mio parere, ci sta tutto; non mi riferisco solo o in particolare al tipo di metal proposto, piuttosto alla parabola musicale, al percorso intrapreso negli anni e al tipo di scelte effettuate, destinate a fare discutere.

Perchè se dal punto di osservazione dei puristi, l’ evidente contaminazione con sonorità progressive non viene accolta di buon grado (o addirittura aprioristicamente rifiutata), esiste un’altra scuola di pensiero che al contrario saluta questa evoluzione, questa innovazione con molta attenzione e gradimento; proprio qui lancio il vero parallelo tra le due band, che vedo accomunate in questo tipo di cammino. Ovvio che per il resto vengono fatte salve le differenze e le peculiarità di ognuna ma comunque, se andiamo a vedere, esistono momenti di contatto possibili sin dalle rispettive origini.

Continuando questo gioco quindi Damnation degli Opeth può stare a Monumension degli Enslaved (forse già a Mardraum), primi inequivocabili segnali di una svolta, di una fusione tra black e progressive metal, certo più accentuata negli Opeth.Si giunge all’attualità e la storia si ripete, Heritage degli Opeth può stare a Riitiir, dodicesimo album in studio della band norvegese che esce per Nuclear Blast accompagnato da una bella copertina. Indiscutibilmente nel caso di Mikael Åkerfeldt e soci lo stacco è molto più netto, la virata più decisa ma ad ogni modo anche per gli Enslaved possiamo parlare (e non da oggi) di progressive black metal.

Album lungo ed impegnativo, oltre un’ora di assalto feroce, brutale scandito però da improvvise aperture melodiche, passaggi morbidi che preludono poi ad un rinnovato ed impetuoso attacco; una sarabanda senza fine che indubbiamente cattura e riesce a rendere vario e speziato il menu preparato da Grutle Kjellson e compagni. Non mancano però neanche i links col passato più remoto, con quei brani claustrofobici totalmente legati al periodo black metal.

Riitiir è da ascoltare tutto di un fiato, unisce alla forza inaudita del gruppo la capacità di mutare scenario musicale, sensatamente, per poi proiettarsi di nuovo in avanti con rinnovata crudezza; otto brani in media piuttosto lunghi che non lasciano scampo, il livello qualitativo è sempre notevole come d’altronde oramai la band ci ha abituato.

Un riff terrificante introduce Thoughts Like Hammers, la voce in clean si alterna ad un growl demoniaco, Cato Bekkevold prende il comando “impazzito” della situazione con le sue pelli; cori puliti e improvvisi, squarci melodici sostenuti da un gran lavoro delle tastiere di Herbrand Larsen rendono il lungo brano quanto di meno prevedibile sia concepibile in questo ambito.

Death in the Eyes of Dawn prosegue su questa falsariga, rallentando e successivamente modificando il tempo; il growl di Kjellson si intreccia e si fonde con il canto pulito del tastierista venendo così a comporre una riuscita dicotomia vocale, la quale poggia su di un importante wall of sound. Da segnalare anche la bella parte solo della chitarra di Arve Isdal.

Veilburner si apre con un complesso lavoro di batteria cui segue una corsa a perdifiato tra le due chitarre, tra riff violenti e rapidi; su di un’ improvvisa accelerazione ritmica si ripresenta la piacevole alternanza tra il canto gutturale e quello pulito, che rendono l’arrangiamento del pezzo sicuramente più pregnante. Qui certe concessioni melodiche e corali sono molto evidenti, in particolar modo nella seconda parte.

Uno dei pezzi cardine del Cd è probabilmente Roots of The Mountain perché i norvegesi mettono mano a tutto l’arsenale del quale dispongono e, mi si permetta il richiamo, alcuni passaggi non possono non richiamare gli Opeth (e/o viceversa). La varietà di temi, di sonorità, di mood contenuti all’interno di questa traccia ha dell’incredibile, un arrangiamento ricco di idee e suoni ma non pomposo e fine a sé stesso. Spazio per tutti, la chitarra di Ivar Bjørnson non tarda a farsi sentire; crescendo quasi orchestrali, stop mozzafiato che preludono a re-start completamente diversi ma ben incastonati, una panoramica a 360 gradi sul gruppo.

Riitiir è uno dei due brani più duri e probabilmente più legati agli stilemi dei primi Enslaved; al solito non mancano variazioni e “adrenalina”, a tratti la potenza è devastante, ma in definitiva mi ha coinvolto in misura minore.

Il drumming scoppiettante di Bekkevold fa da guida in Materal, brano solenne e tagliente nel quale viene ripreso il discorso parzialmente interrotto dalla title track. Grande è pure l’opera del basso di Kjellson, frammisto all’ingresso a dire poco deciso delle chitarre.

Storm Of Memories è uno splendido compendio di blast, chitarre oscure, riff ipnotici e soffocanti, growl furioso supportati poi da canto pulito ed una importante tessitura di tastiere; dimostrazione pratica di come il black metal (o viking se per alcuni è più calzante) possa improvvisamente incontrarsi con il prog metal con risultati lusinghieri.

Cala il sipario con Forsaken, il brano più lungo dell’ album (oltre 11 minuti di gran livello). Aprono note dissonanti del piano, spazzate via dall’assalto totale della band con una partenza razzo. Ritmo vertiginoso, impossibile non venirne travolti; una pausa letteralmente sospesa, retta da suoni eterei delle tastiere e poi una batteria quasi marziale lanciano una seconda parte del brano molto più epica e profonda, il growl si fa squassante e la presenza delle tastiere inquietante ma determinante. Un’altra pausa, dettata da una chitarra e  dalla voce, bassa ed intensa, conduce al termine.

Troppo spesso la musica vive di compartimenti stagni; maledettamente duri ma epici allo stesso momento, questa peculiarità rende da tempo gli Enslaved unici e se vogliamo anche trasversali, avendo contribuito a tracciare un canale di confluenza tra generi. Riitiir è un gran disco e riesce di nuovo ad aggiungere qualcosa di ulteriore alla produzione della band.

Max

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