Sono tante le band che hanno influenzato il suono dei Between The Buried And Me e questo si evidenzia anche dal fatto che in ogni loro lavoro emergono spunti di origine piuttosto diversa; i ragazzi di Raleigh hanno tenuto insieme questa sorta di patchwork “metallico”, tuttavia l’esito spesso è stato ibrido nel senso che di fronte a molto entusiasmo  e tante idee talvolta il songwriting è risultato un pò zoppicante, forse proprio perchè abbastanza ondivago.

Gruppo anagraficamente giovane ma dotato di ottima cifra tecnica, attivi dal 2002, hanno stentato a trovare la propria direttrice musicale passando dagli esordi metalcore a connotazioni decisamente progressive death metal; la svolta, probabilmente, è avvenuta con il cambio di “casacca”, cioè da quando sono finiti sotto l’ombrello della Metal Blade.

L’estroso singer (e tastierista) Tommy Giles Rogers ed il chitarrista Paul Waggoner fin dal debutto sono alla testa del quintetto americano animati dalle migliori intenzioni; cinque album incisi e tanti, tanti concerti suonati in giro non ne avevano però sin qui dichiarato la consacrazione, lasciandoli a giudizio della critica tra “coloro che son sospesi”.

Ci riprovano oggi, a distanza di tre anni da The Great Misdirect e con l’anticipazione di un Ep, con The Parallax II: Future Sequence, un interessante concept della durata di poco meno di un’ora e un quarto con il quale, penso, i BTBAM potranno finalmente raggiungere quella visibilità per la quale ora sono finalmente pronti e maturi.

Registrato in North Carolina e prodotto dalla stessa band, il Cd basa la sua narrazione sulla storia due uomini (Prospect I e Prospect II) i quali vivono a milioni di anni luce di distanza su pianeti differenti, ignorando l’esistenza l’uno dell’altro; ben presto però, pur se per motivi diversi, i due comprendono di essere in realtà la stessa persona, l’Uomo, quell’uomo in grado di distruggere il pianeta sul quale vive e tutte le sue forme viventi. Fantascienza, filosofia, elementi quasi cinematografici: questi i tratti principali racchiusi nel plot che, di conseguenza, richiedeva idee chiare e un filo logico da seguire.

Dodici brani dei quali 4 molto brevi; non si tratta di semplici filler ma di “ponti” necessari nell’economia della storia e, tra l’altro, almeno due di questi sono di ottimo livello. Come dicevo va sottolineata la prova vocale di Giles Rogers che per meglio caratterizzare personaggi e situazioni deve districarsi tra growl e clean senza apparente difficoltà. Inoltre i suoi interventi alle tastiere sono sempre volti a punteggiare in modo particolare alcuni episodi, rilasciando un’ aura evocativa, bella ma mai sovraccarica.

Grande spinta, tempi variati sulla scorta della vecchia scuola Dream Theater accompagnano pezzi quali Astral Body Lay Your Ghosts to Rest dove troviamo alternanza tra l’inaudita violenza del growl più cavernoso e della ritmica vertiginosa contrapposti a passaggi melodici ed aperti, con cantato pulito in stile LaBrie.

Extremophile Elite se possibile amplifica ed estremizza questa sensazione, segnando probabilmente il passaggio più feroce e brutale; un’aggressione sonora in piena regola, condotta su più fronti tanto da risultare travolgente. Nonostante ciò trapelano suggestioni vocali polifoniche che rimandano agli Yes.

Malinconici accordi di piano guidano la voce di Giles Rogers nella breve e toccante The Black Box, pezzo di rara intensità che va aumentando con l’ingresso della band al completo.

Telos, già presentata in anticipo sull’album, rilancia i toni drammatici e oscuri, più death del gruppo statunitense; ancora una volta si ripropone un tipico assalto frontale che viene però spezzato da splendidi incisi di chitarra e da una ritmica in grado di presentare più facce all’interno dello stessa traccia. Continua il ping-pong vocale ad opera di Giles Rogers, volto a segnare i cambi di atmosfera e di ritmo.

Ritmo serrato, con continui cambi di tempo, chiarissime venature prog lacerate dalla voce in growl del singer fanno di Bloom uno dei brani più particolari ed atipici del Cd; oltretutto serve come trampolino di lancio a Melting City, inaugurata da una prima sezione al fulmicotone. L’ingresso di un flauto serve a mutare completamente orizzonti sonori, allargatisi improvvisamente. Una pausa che arriva al momento giusto, nella quale finalmente la chitarra di Paul Waggoner ha l’occasione di mettersi in luce. Notevoli i disegni proposti dal basso, sia in fase di rifinitura che in quella di supporto al drumming frenetico e vorticoso di Blake Richardson. Questo avvicendamento di tempi si ripete, andando a formare un’ architettura musicale strutturata.

L’ultima zampata è anche una di quelle che più lasciano il segno; Silent Flight Parliament, quindici minuti nei quali i BTBAM riescono a condensare il meglio di questo lavoro e del loro cammino. Vero paradigma di ciò che è attualmente nelle intenzioni del gruppo, in grado finalmente di sintetizzare (e bene, aggiungo) tutti gli spunti, le derivazioni ed i rimandi di genere e di band da cui hanno preso le mosse. Molto, molto bello.

Una sfida vinta dalla band che in questo caso è riuscita nell’intento grazie a una prova interpretativa ottima di Rogers e, musicalmente, di tutto il combo. Dan Briggs (basso), Blake Richardson (batteria) e Dustie Waring (chitarra ritmica) svolgono magnificamente la loro parte riuscendo finalmente a confezionare un album omogeneo, preciso, senza se e senza ma. Niente di particolarmente innovativo o trascendentale, sia chiaro, ma molto ben suonato e realizzato.

Il sound attualmente è significativamente lontano dagli inizi, ora si proiettano echi dei Dream Theater e in altri momenti pure dei Periphery, vissuti ed interpretati in commistione alle connotazioni più death del gruppo. Con i Periphery, non a caso, divideranno il palco il prossimo 27 ottobre a Romagnano Sesia (Novara).

Per me The Parallax II: Future Sequence è stato una sorpresa molto piacevole, un buon passo in avanti.

Max

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