Jimi Hendrix Red House (Are You Experienced – 1967 )

Pubblicato: ottobre 13, 2012 in Recensioni Vintage
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Correva l’anno 1967, un anno importantissimo in un mondo e in una società che andava rapidamente cambiando; una sequela di eventi scuoteva l’opinione pubblica, in Vietnam cominciava a delinearsi quello che sarebbe stato un lungo conflitto, così come in medio oriente si scatenava la famosa guerra dei sei giorni.  In Bolivia Che Guevara veniva ucciso, in SudAfrica il professor Barnard operava il primo trapianto di cuore. La televisione è ovviamente ancora in bianco e nero, “poche” le radio che trasmettono musica al di fuori del repertorio leggero oppure classico ma in ambito musicale, parallelamente al fermento che attraversa le giovani generazioni, molto sta cambiando, anzi, si sta rivoluzionando.

Dall’ Inghilterra in quell’anno usciranno perle quali Sgt.Pepper’s Lonely Hearts Club Band (Beatles), The Piper at the Gates of Dawn (Pink Floyd), Disraeli Gears (Cream), Their Satanic Majesties Requests (Rolling Stones), The Who Sell Out (Who).

Dall’altra parte dell’oceano la risposta non si farà attendere presentando calibri quali The Doors (Doors), Surrealistic Pillow (Jefferson Airplane), The Velvet Underground (Velvet Underground & Nico). L’estate del ’67 a San Francisco verrà ricordata come la “Summer of Love” e della “controcultura”, culminando con il festival di Monterey, primo vero evento della durata di tre giorni nei quali la musica ed i giovani sono i soli e veri protagonisti.

Simon & Garfunkel, Janis Joplin, Byrds, Jefferson Airplane, Grateful Dead sono solo alcuni dei principali musicisti sfilati sul palco californiano in quella tre giorni ma tra loro, prepotentemente, rimarrà nella memoria la prestazione di Jimi Hendrix con i suoi Experience.

Sì, perchè tra “le altre cose” proprio nel 1967, in Inghilterra viene dato alle stampe il debutto discografico del chitarrista di Seattle, l’album si intitola Are You Experienced e vede la partecipazione di Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria. Un power trio dunque, formazione non così inedita all’epoca, basti pensare ai Cream di Eric Clapton. Della produzione si occupa Chas Chandler, già bassista degli Animals, che da bravo talent scout scopre Hendrix negli Stati Uniti e lo convince a seguirlo a Londra. Contribuirà alla formazione degli Experience, ne diventerà manager e produttore per i primi due album.

Are You Experienced è un esordio deflagrante, le qualità di Hendrix ancora sconosciute ai più, risultano rivoluzionarie e devastanti, mostrando una tecnica chitarrista completamente innovativa; la personalità di Jimi è incontenibile, sia in studio come compositore e musicista, sia sul palco dove diverrà in breve una leggenda vivente e, senza saperlo, aprirà una fase completamente nuova per l’universo-chitarra.

L’album contiene delle vere e proprie gemme, Jimi è giovanissimo (ha solo 25 anni) ma l’energia, il coinvolgimento e la drammaticità che riesce ad esprimere e trasmettere rimarranno scolpite nell’eternità. Tra di esse e la scelta non è facile, spicca Red House, un lento ed erotico blues che viene interpretato e dolcemente violentato dal magico mancino.

Note sporche, distorte, dilatate della Stratocaster spiazzano completamente, lo strumento diventa una donna da amare, una mitragliatrice, il prolungamento del pene. Mai prima si erano raggiunte vette di questo tipo, un climax madido di umori e sudore, emozioni e turbamenti. Un semplice blues di poco meno di 4 minuti diventa in realtà il manifesto di ciò che è e sopratutto di ciò che sarà di li in poi. Saltano completamente gli schemi, Redding e Mitchell, accompagnano con la loro ritmica precisa, piena ma semplice la chitarra di Hendrix che punta diritto verso il cielo ed il cuore di chi ascolta. Come la voce, del resto, calda ma decisa, quasi rabbiosa perchè Jimi dietro al microfono si trasforma.

Il brano potrebbe durare 40 minuti, il suo potere avvolgente e catalizzatore è immediato; la semplicità della costruzione passa in secondo piano, trasmuta e si rigenera in quelle raffiche di note che sembrano non avere fine, quegli echi che le allacciano una con l’altra e che regalano la netta sensazione dell’assenza di pausa. Una sensazione di calore disumano, una colata lavica di suoni gravidi di pathos, uno strappo lacerante a quel che è stato fino a quel momento il rock.

Da li in poi niente sarà più lo stesso.

Max

commenti
  1. cazzochevento scrive:

    Mitch Mitchell grande batterista, complimenti per la recensione

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