Yes Parallels (Going For the One 1977)

Pubblicato: ottobre 14, 2012 in Recensioni Vintage
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Come in ogni favola prima o poi giunge la fine e nel 1977 questo accade anche per il progressive rock; il tempestoso ed implacabile vento del punk travolge in primis proprio i mostri sacri del prog, imponendo modelli musicali e comportamentali situati agli antipodi. Trame scarne ed essenziali, assenza totale di tecnicismi, un messaggio duro ed asciutto che si contrappone in tutto a ciò che il progressive ha sin qui rappresentato. Nello stesso momento la maggior parte delle prog band annaspa, molti in crisi di idee, alcuni maturano di li a non molto lo scioglimento, altri ancora tentano di proseguire cercando di reinventarsi con risultati a dir poco altalenanti.

In ogni caso l’apice è stato toccato e la parabola, inesorabilmente discendente, è stata ampiamente imboccata. Si sta per chiudere una stagione d’oro, difficilmente ripetibile; nessuna delle storiche band di riferimento resterà immune, poco dopo qualcuna (Emerson, Lake & Palmer) ne verrà travolta. In ogni caso il ’77 rimarrà nei ricordi come una vera e propria dead line, un punto di rottura indelebile cui solo rarissime eccezioni, vedi lo splendido doppio live Seconds Out dei Genesis, sapranno replicare.

Tra queste, anzi, la principale di queste è rappresentata dagli Yes che durante l’estate sfornano Going For the One, ottavo album della formazione che risulterà a tutti gli effetti il loro ultimo, grande capolavoro.

Non sono poche le novità racchiuse in questo disco che è pubblicato tra la sorpresa generale; sono già trascorsi tre anni dall’uscita del magnifico Relayer e nel frattempo i contorni della band si sono tinti di mistero. Ogni membro del gruppo ha debuttato con un album proprio, Rick Wakeman oramai da questo punto di vista ha una carriera solista già ben avviata e poi pare che degli Yes non ne voglia più sentire parlare da tempo. La frammentazione dei lavori solistici a tutto può fare pensare tranne che ad una reunion ed invece, proprio nel momento musicale più difficile, avviene.

Non solo, avviene al 100% perché con gran suono di fanfare il biondo tastierista si riprende la sua postazione a discapito del buon Patrick Moraz che pure su Relayer aveva ben figurato. Si ricompone dunque il quintetto già protagonista su Tales from Topographic Ocean (1973); dopo anni di legame indissolubile l’art work non è più affidato a Roger Dean ma viene delegato allo Studio Hipgnosis, del lavoro di Dean viene mantenuto soltanto il logo.

Inconsueta è pure la location delle incisioni; la scelta cade sulla Svizzera e la cittadina di Montreux in particolare.

Ne esce un album di soli 5 brani, uno più memorabile dell’altro tra cui un’ indimenticabile suite (Awaken) della durata leggermente inferiore al solito.

Si verrà a sapere poi che uno dei pezzi addirittura viene ripescato come materiale in esubero dall’album solo di Chris SquireFish Out of Water (1975); si tratta di Parallels, quasi 6 minuti di trattato progressive di altissima qualità nel quale, ovviamente, l’impronta del bassista è forte ma lo è altrettanto la capacità della band di farlo proprio.

Wakeman fa sfoggio di nuove tastiere, tra le quali il Polymoog, in grado di rinfrescare e rinnovare i timbri ed i colori delle sue sonorità ma è con le note solenni dell’organo a canne della cattedrale di Montreux che apre le danze. Il Rickenbacker di Squire lo incalza subito con un giro poderoso, maestoso, che sarà la trave portante del pezzo, sostenuto ed implementato dal sicuro e variato drumming di Alan White. Fragoroso è anche l’ingresso dell’ inconfondibile chitarra di Steve Howe; cambi di tempo, stop impensabili, le variazioni quasi chitarristiche del basso regalano poco meno di un minuto da pelle d’oca, gli Yes tornano alla ribalta con un tiro incredibile. Poi è il momento della voce di Jon Anderson che, se mai fosse possibile, imprime ancor più emozionalità; come tradizione i cori e le polifonie offerte da Squire e Howe riescono a rendere magnificamente più intricata e complessa la trama mentre Wakeman, dietro le quinte, continua imperterrito a far volare le dita sulla tastiera.

Un primo break viene regalato da un solo tiratissimo di Howe durante il quale la ritmica non cessa un attimo di disegnare armonie; uno stop, una breve pausa, sospesa, e poi si riparte con Wakeman in grado finalmente di scatenare tutta la sua tecnica, in questo caso al limite del misticismo. Il lavoro prodotto da Squire è furente, incredibile; in Parallels Chris scrive le sacre tavole del basso, che saranno di riferimento per intere generazioni.

Anderson guida la parte vocale come sempre ispirato e con tutte quelle sfumature espressive delle quali è capace la sua voce verso un finale, se possibile, ancora più pirotecnico. Super lavoro per la batteria che si trova a fronteggiare una sorta di sfida ” a variare” tra il basso e la chitarra per un epilogo trascinante e che lascia senza parole.

Going For the One raccoglierà incredibili e meritati consensi (vista l’epoca) e andrà a segnare l’ultima vetta, l’ultima cima conquistata da una delle più grandi band della storia.

Max

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