My Dying Bride A Map of All Our Failures 2012

Pubblicato: ottobre 17, 2012 in Recensioni Uscite 2012
Tag:, , , , , , , ,

Raramente un album è riuscito a lasciarmi così interdetto e sospeso nella valutazione; nonostante ripetuti ed accurati ascolti non sono in grado di sintetizzare al meglio e dunque, mai come in questa occasione, lascio ad ognuno il proprio consuntivo.

I My Dying Bride tornano in sella con l’undicesimo album della loro carriera intitolato (ironicamente ?) A Map of All Our Failures e contrariamente al solito, il mio commento parte dal fondo. Sgomento, inquietudine, incapacità di mettere a fuoco; ognuno ha i propri limiti ed io in questo caso, evidentemente, ho toccato i miei.

Tutto questo come detto scaturisce dall’ultimo lavoro di Andrew Craighan e compagni, un disco nel puro stile della band, che non rinnega niente del passato e che semmai conferma e rafforza tutto quanto detto in precedenza, nel bene e nel male.

Dunque da dove proviene tutta questa incertezza ? Per cercare di rispondere è necessario forse fare un passo indietro, volto non tanto a ripercorrere le tappe salienti della band ma alla constatazione che da un certo momento in poi i MDB abbiano perso smalto. Andando indietro basta ricordare The Angel and the Dark River (1995) ed il periodo che va da The Dreadful Hours (2001) a Songs of  Darkness, Words of Light (2004) come il più florido e fecondo, nel quale forse il combo ha regalato le migliori pagine.Poi, progressivamente, la luce si è andata spegnendo, come se la band a mio avviso si fosse lentamente ripiegata su sé stessa. La qualità del loro doom metal è rimasta di buon livello, notevoli le esecuzioni e le interpretazioni ma ha cominciato a trapelare un senso di ripetitività, probabilmente una scelta effettuata in modo consapevole dal gruppo. Niente viene lasciato al caso ma il modello proposto rimane pressoché immutato e, alla lunga, sa di già sentito.

Mentre Anathema Katatonia hanno modificato decisamente il loro percorso, ognuno con modalità proprie, i My Dying Bride paiono essere rimasti un pò prigionieri di loro stessi.

Rintocchi di campane annunciano Kneel Till Doomsday che chiarisce immediatamente il tipo di viaggio sonoro che si va ad affrontare. Doom classico ed inequivocabile, condotto dalla voce clean di Aaron Stainthorpe con solo qualche accenno di growl, in realtà regala variazioni di tema e di tempo grazie al furioso drumming di Shaun Taylor-Steels (membro non ufficiale della band) e dal basso tenace e deciso di Lena Abè. Tutto gira a meraviglia ma risulta un pò freddo, privo di anima, poco coinvolgente.

Ben altre gioie regala la seguente The Poorest Waltz, brano decadente e drammatico nel quale gli incastri tra le chitarre di Craighan e Hamish Glencross costruiscono una splendida trama, sostenuta da una ritmica impeccabile e dalle tastiere di Shaun MacGowan. Personale ed importante la prova vocale del singer.

A Tapestry Scorned Within the Presence of Absence rappresentano quei due brani di cui sopra, che non sono riusciti a fare breccia nel mio immaginario. Non c’è qualcosa in particolare di negativo, semplicemente li ho trovati piuttosto piatti ed anonimi rispetto agli altri. Li ho ascoltati più volte, a getto continuo e inframezzando pause ma il risultato resta quello, un senso preponderante di pesantezza ed eccessiva staticità.

Risulta più convincente Like a Perpetual Funeral nel quale gli accordi di chitarra tracciano una melodia che contribuisce a scuotere dal lento torpore; il titolo stesso è quanto mai emblematico ma la struttura del brano questa volta è più articolata, con la voce pulita di Stainthorpe in primo piano e il suono delle chitarre, a tratti quasi discordante, in sottofondo; l’atmosfera creata è intrigante.

Il mood permane il medesimo pure per la title track, cupo e flemmatico. Brano carico di tensione e dal testo drammaticamente inquietante (…I lie in complete fear – I call the moths to tend me – I forget the form of my sins…)

Raffiche di vento sul mare e di una chitarra, fanno da ouverture per Hail Odysseus, pezzo dall’ incedere più duro seppur mantenendo i consueti riff doom delle chitarre e le rullate infinite della batteria di Taylor-Steels. Nel mezzo il cantato, sofferto e recitato di Aaron Stainthorpe.

Uno dei passaggi migliori in assoluto, Abandoned as Christ, ha il compito di concludere questo viaggio per certi versi estenuante e, se vogliamo, scomodo. La consueta trama tetra ed oscura lascia il campo (parzialmente) a inserti vagamente più melodici della voce disperata e delle chitarre con la collaborazione delle tastiere.

Accostandosi a “A Map of All Our Failures”  ciò che ne viene fuori è un chiaro-scuro, un sentimento di indefinito e incompiuto; peccato, perché nell’album sono racchiusi dei passaggi riusciti, nel pieno stile della band ma ancora molto efficaci. Al contrario alcuni brani, due o tre almeno, mi scivolano addosso come l’acqua, non lasciando traccia alcuna se non noia.

In chiusura, andando a leggere e misurare pesi e contrappesi, la sensazione globale è quella di trovarsi al limite; considerando poi che dall’uscita precedente erano trascorsi tre anni, credo fosse lecito attendersi qualcosa di più.

Max

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...