Donald Fagen Sunken Condos 2012

Pubblicato: ottobre 22, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Non si può certo dire che Donald Fagen sia un musicista che ami inflazionarsi, visto che questo Sunken Condos, uscito per Reprise Records da pochi giorni, è il suo quarto disco da solista in 30 anni, dopo la “Nightfly Trilogy” iniziata con Nightfly nel 1982, seguito da Kamakiriad e Morph The Cat, rispettivamente del 1993 e del 2006.

Disco molto atteso dagli estimatori dell’artista newyorkese, è stato preceduto da un susseguirsi di  voci e informazioni, talvolta vere, ma molto più spesso false, ulteriormente accentuate dall’uscita lo scorso settembre del singolo “I’m Not The Same Without You”.

La squadra di Fagen è consolidata e formidabile, costruita a sua perfetta misura: molti musicisti sono gli stessi che hanno già  lavorato con lui e Walter Becker negli Steely Dan, artisti di grande esperienza scelti con cura, abituati a suonare insieme, tra i quali spiccano Jon Herington, primo chitarrista degli Steely Dan, il bassista Freddie Washington e quel Michael Leonarth, trombettista co-produttore del disco al quale ha massicciamente contribuito, non solo negli arrangiamenti, ma anche come polistrumentista praticamente in ogni pezzo – anche alla batteria sotto lo pseudonimo di Earl Cooke, Jr.- oltre ad una imponente sezione di fiati e al magnifico William Galison all’armonica, che nei suoi interventi mi ricorda tanto lo stile dell’immenso Toots Thielemans. L’affiatamento comunque è forte, e si sente.

Il risultato è come sempre un prodotto di gran classe, pop raffinatissimo frutto di un mix di jazz, funk, R&B e rock, conditi con testi dalla sottile ironia e con un groove che delizia fin dalle prime note dell’album.

Sunken Condos si inserisce nel solco della carriera di Donald Fagen senza introdurvi novità, non sembrano passati trent’anni dal suo primo lavoro da solista, come del resto anche allora si percepiva tra le sue note levigate un malinconico sapore retrò, un’atmosfera senza tempo che il tempo non lo sente, né lo teme.

Del resto il nostro Donald non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno, il suo valore è noto e anche questo disco lo conferma, con la sua ineffabile levità, figlio di un perfezionismo che lo rende un’opera come sempre a più strati, ricca di dettagli che si colgono solo ascolto dopo ascolto.

I nove brani del disco, otto inediti e una cover di Out of The Ghetto di Isaac Hayes, si potrebbero del resto inserire senza stridere affatto non solo in uno qualsiasi dei precedenti album dell’artista, ma anche qua e là nei capolavori realizzati con gli Steely Dan.

Non si tratta di un difetto, ma di una sorta di marchio di fabbrica: Donald Fagen si è cucito addosso un genere su misura per il suo stile, sa suonarlo e comporlo in modo perfetto e ciò che è perfetto non può essere ulteriormente perfettibile. La poetica dell’artista è riconoscibile in ogni elemento: ogni brano lascia spazio ad assoli efficaci, il tutto su un tappeto di morbido funky, con i fiati sulle retrovie che spesso si portano in primo piano, l’intervento frequente di cori femminili dosato con sapiente misura e un buon gusto che pervade ogni arrangiamento. La stessa voce di Fagen, ora 64enne, è cambiata ben poco da  The Nightfly, solo leggermente arrochita.

Il disco si apre con la pulsante Slinky Thing, intessuta su una elegante linea di basso, tappeto per il piano elettrico, che conferisce una patina vintage alla storia di un uomo che ricorda quanto sia fortunato ad avere accanto una ragazza molto più giovane.

Al groove di I’m Not The Same Without You, secondo brano del disco, è stato affidato il compito di precedere l’uscita dell’album come singolo. Un andamento funk accompagna sortite morbide di piano, chitarra e cori femminili, che aprono ai fraseggi dell’armonica e chiudono sugli ottoni, mentre raccontano trasformazione e rinascita di un uomo dopo un fallimento sentimentale.

In Memorabilia è la tromba con sordina, molto cool jazz, a fare la parte del leone in una miscela di interventi vocali su un incedere swingato. Personalmente lo trovo uno degli episodi meno riusciti del disco, anche se riconosco che la pulizia dell’arrangiamento ne compensa in buona parte la prevedibilità.

Weather in My Head al contrario, a mio parere rappresenta la vetta del disco, un brano   dal sapore blues, nel quale si assiste al dialogo tra la chitarra di Herington e gli ottoni, accompagnato da riff di chitarra sullo sfondo.

In The New Breed l’arte di Donald Fagen si snoda scanzonata e ironica su un jazz pop brioso, tra ottoni e interventi di armonica, per narrare del giovane mago del computer che ha conquistato la sua ragazza.

Sesto brano del disco è una cover di Out of The Ghetto, pezzo  di Isaac Hayes, nel quale il fraseggio di voci funk-soul su una ben definita linea di basso, con un clarinetto in primo  piano, sono in pieno stile Seventies: una interpretazione a mio parere molto ben riuscita, strepitosa sugli archi del finale. Interessante notare che in questo brano l’onnipresente Leonhart da solo è accreditato a organo B3, clavinet, minimoog, Wurlitzer, accordion, vibrafono, percussioni, oltre alla batteria sotto pseudonimo e ai cori.

Miss Marlene è un brano dal testo allusivo, magnificamente confezionato, che riporta indietro in un deja-vu a trent’anni fa, quasi un’ autocitazione della sua I.G.Y., con i medesimi suoni caldi e sensuali.

Anche il piacevole groove di Good Stuff, condito con quel wah-wah funky della chitarra, non è una novità, ma anche in questo pezzo la miscela fageniana funziona benissimo in termini di equilibro e di squisita cura per ogni intervento strumentale.

Traccia conclusiva è Planet D’Rhonda, brano morbido che quasi pare voler chiudere a sfumare le atmosfere cool del disco, benché tra tutti mi sembri il più debole.

Insomma, questo non è certo un disco adatto a chi cerca emozioni forti o novità.

Insensibile alle mode, Donald Fagen prosegue in un discorso musicale iniziato più di trent’anni fa, al quale con questo disco dimostra di avere ancora molto da dare, se non in termini di originalità, certamente invece per ciò che riguarda classe, raffinatezza e cura di ogni dettaglio.

Personalmente sono vittima di quello che chiamo’ “effetto Fagen”, detto anche “sindrome Steely Dan”: quando inizio ad ascoltarlo, per un po’ di tempo poi tutto il resto mi sembra troppo aspro e rumoroso, finché tanta perfezione non mi stanca e sento necessità di un nutrimento meno intellettuale e più viscerale.

Finché ciò non accade, però, ascoltarlo e riascoltarlo è una vera delizia.

Clara

commenti
  1. WILLIAM GALISON scrive:

    Thanks for your kind remarks regarding my harmonica playing, ! I would be grateful if you could listen to my latest album “Line Open”. Perhaps you would like to review it???

    Multo Grazie,

    Will Galison

    http://www.willgalison.com/willgalison/Line_Open_%28album%29.html

    • Clara scrive:

      Hallo Will, I’m very happy you have read my review and I’m really honoured to listen and comment your new album. I”ll do it as soon as possible, because I wanna listen it with great attention. Thanks a lot.
      Clara

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