Black Country Communion Afterglow 2012

Pubblicato: ottobre 30, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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La vicenda del rock è piena di super-gruppi passati poi alla storia più o meno come meteore, esiste a tale riguardo una casistica ben nutrita. Band formatesi e sciolte giusto in tempo per incidere un album, lasciando in sostanza poche tracce del proprio passaggio. Fortunatamente ci sono anche delle eccezioni ed una di questa, tra le più piacevoli in assoluto, è rappresentata dai Black Country Communion i quali, trovati da subito riscontri e continuità, sono divenuti un gruppo in pianta stabile a tutti gli effetti. Talmente consolidati che nel giro di poco più di due anni sono già al terzo lavoro, Afterglow, a dimostrazione di un’ incessante opera fatta di tour e realizzazioni in studio.

Dunque grande vitalità e freschezza, come hanno testimoniato i due precedenti splendidi album; un buon mix di personalità, esperienza ed energia che ha prodotto sin qui risultati a mio avviso straordinari. La voce ed il basso sfrontati di Glenn Hughes, il suono caldo ed impastato di blues della chitarra di Joe Bonamassa, il drumming pastoso e disinvolto di Jason Bonhamle proteiformi tastiere di Derek Sherinian sono riusciti a costruire un vero e proprio blocco sonoro dal tiro irresistibile.

Si passa dal rock blues più bollente, a stilettate hard rock di rara densità, traversando rapidamente magari anche territori funky grazie al proverbiale basso di Hughes.

Se poi a tutto questo uniamo la preziosa opera di quel mago della produzione che risponde al nome di Kevin Shirley…il gioco è fatto !

Dopo due album incredibili non era facile ripetersi al medesimo livello per il terzo appuntamento e forse, a mio avviso, è andata proprio così. Attenzione, non sembri la mia una stroncatura, averne oggi di Cd così ! Va detto però che ci avevano abituato al top sinora e questo Afterglow, pur dimostrandosi un tessuto pregiato, non è all’altezza dei predecessori.

Non mancano punte di diamante né pezzi trascinanti, di materiale valido se ne trova davvero tanto; ho come l’impressione però che tutto sia avvenuto ad una velocità eccessiva, con tempi estremamente compressi conditi da un eccesso di entusiasmo. Probabilmente una piccola pausa avrebbe giovato perché nel complesso manca quell’impeto travolgente, quella forza incendiaria che aveva contraddistinto i primi due episodi.

Afterglow ovviamente è eseguito benissimo, produzione e qualità del suono sono calibratissime e Hughes rimane il vero mattatore del quartetto ma il disco pare un pò di maniera, forse in alcuni frangenti quasi prevedibile. Ogni singolo musicista si esprime al meglio come di consueto, ognuno, a turno, ha modo di evidenziare le proprie doti e quelle d’insieme ma quell’esplosività che si sprigionava al primo ascolto in questo caso pare come sedata, come se (spero di sbagliarmi) fosse entrata in gioco un pò di routine.

Analizzando le tracce è difficile indicarne una realmente brutta, forse la meno convincente per me resta l’iniziale Big Train perché piuttosto prevedibile per quanto regali un primo solo di Bonamassa non indifferente. Questo a volere essere estremamente pignolo perché per il resto la qualità, nuovamente, è indiscutibile.

This Is Your Time si segnala come un brano impeccabile, un riff secco e implacabile di chitarra fa da guida alla band e accompagna la grande interpretazione vocale di Glenn Hughes, come sempre torrido interprete. Magistrali le tastiere di Sherinian sullo sfondo ed un sussulto per la chitarra di Bonamassa.

Gran ritmo incalza e introduce la “purpleiana” Midnight Sun nella quale svetta l’intesa perfetta tra Hughes e Bonham, oltre che il lavoro eccezionale di raccordo e fondo delle tastiere; non può mancare un solo, esaltante, di Bonamassa.

Procedendo in ordine sparso segnalo pure l’ottima The Giver, tirata e variata partendo da una base mid tempo. Un andamento quasi ciondolante, sinuoso, punteggiato da vocalizzi da vero rocker di quella grande ugola di GH; a completare un altro solo cesellato del chitarrista rende il brano eccezionale.

Per il resto una batteria di pezzi gradevoli, ben suonati e a tratti trascinanti. Si va dal rock duro di stampo seventies di Confessor a una Cry Freedom, bollente rock blues, nella quale la matrice di Hughes traspare completamente.

Passando per la title track, forse il passaggio più singolare dell’album per la varietà di andamento in bilico tra melodia quasi pop e riff  improvvisi, taglienti come rasoi, si prosegue con Dandelion, mirabile esempio di come sia possibile fare rock blues di alto livello e tecnica in soli quattro minuti.

The Cicle è uno dei brani più “cattivi” ed intensi del disco anche se il singer si spinge forse oltre le proprie corde; grande incisività di tutto il quartetto nel disegnare un brano estremamente vigoroso e da live set.

Note di organo vanno a introdurre Common Man per un brano dove tocca proprio a Derek Sherinian mettersi in luce più volte, coadiuvato dall’intervento della sei corde di Bonamassa.

Chiude Crawl dotata di buon spessore e impatto, riff di scuola “zep”.

Una ritmica eccezionale, una voce sensuale e graffiante, soli di chitarra  e “pieni” di tastiere da ricordare, sicuramente più importanti. Tutto procede a meraviglia con una professionalità ed una voglia fuori dal comune. Album di peso, bello ma carente di quella inesorabile e furibonda immediatezza dei primi.

Se sono stato troppo puntiglioso chiedo venia anticipatamente.

Max

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