Crippled Black Phoenix No Sadness or Farewell EP 2012

Pubblicato: novembre 4, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Ogni volta che si assiste alla nascita di un supergruppo si ha il timore di  trovarsi di fronte ad un fenomeno discografico, destinato a passare come una meteora e a sparire, vittima spesso dei suoi stessi punti di forza: le strabilianti individualità dei componenti che sgomitano a suon di virtuosismi, fino ad annoiare.

I Crippled Black Phoenix non li conoscevo fino a un anno fa, quando me li trovai in una classifica dei migliori gruppi del 2009. Curiosa come sono, me li sono andati ad ascoltare, metodica come sono, ho ascoltato tutto.

In un crescendo emozionale me ne sono innamorata: A Love of Shared Disaster del 2007 mi ha incuriosita, Night Rider e The Resurrectionist, gemelli del 2009 mi hanno sedotta, I,Vigilante, capolavoro del 2010 e quarto album della band, mi ha conquistata; (Mankind) The Crafty Ape, uscito all’inizio del 2012 mi ha definitivamente soggiogata al loro incredibile suono e a oggi, a mio parere, resta il disco migliore dell’anno.

Questo solo per dire che non sono obiettiva nei loro confronti, poiché dopo tanti anni di appassionata militanza in ambito rock, raramente mi emoziono e loro mi fanno emozionare come non accadeva da anni.

Vengono definiti “Post Rock”, ma sinceramente un po’ non capisco il senso della definizione, un po’ mi sembra che ingabbiarli in un genere sia comunque riduttivo, visto che affondano le loro radici in un prog psichedelico, chiaro omaggio ai Pink Floyd dai quali hanno mutuato i lunghi assoli liquidi di chitarra, ma anche in un folk robusto, nel blues più malinconico, in un hard rock potente, il tutto reinterpretato in modo originale con una chiara vocazione indie e una cupezza avvolgente: insomma, un magnifico muro sonoro di incredibile pienezza, una culla, una barca che fluttua in un mare nel quale è dolce naufragare.

I CBP nascono a Bristol nel 2004 da un gruppo di illustri “fuorusciti” dai Mogwai – il bassista Dominic Aitchison-,  dagli Electric Wiizard – il batterista Justin Greaves–  e dai Portishead – il mago del mixer Geoff Barrow, gente che di musica ne sa e che gode di una vena creativa viva e vivacissima. Nel tempo dei membri originali è rimasto solo il tuttofare Greaves, Joe Volk è stato sostituito alla voce da John E. Vistic e molti musicisti si sono succeduti, tanto che i Crippled Black Phoenix del primo disco non sono gli stessi di ora.

Da una parte questo spiega il percorso musicale della band, che pur mantenendo una cifra stilistica riconoscibile -fatta di una grande varietà strumentale, con grande uso di archi, fiati e suggestive tastiere che creano il tappeto sonoro per le loro composizioni- non si è mai ripetuta nei suoi lavori, benché assai ravvicinati nel tempo.

Questa seconda uscita del 2012, No Sadness or Farewell, pubblicata da Cool Green Recordings nella doppia versione su CD e su vinile, si presenta come EP, ma dal punto di vista dei CBP, visto che si tratta di un lavoro da oltre 48 minuti, con sette tracce di cui due di durata superiore ai dieci minuti. Il gruppo, infatti, ci ha abituati a opere imponenti, come i due dischi gemelli del 2009 e la recente uscita di inizio anno.

Dico subito che si tratta di un disco che per certi aspetti mi ha spiazzata, ancora rapita com’ero dai lunghi assoli di chitarra di The Crafty Ape e da quella atmosfera smarrita e malinconica che lo pervade dall’inizio alla fine, quindi prima di capire quest’ultimo sforzo della band me lo sono dovuto ascoltare più volte.

How We Rock è il brano di apertura, il più lungo della lista e anche quello nel quale i CBP sono più riconoscibili, a partire dall’incipit rarefatto, attraverso la dolcezza morbida della chitarra, una sorta di trait d’union con il lavoro precedente, del quale conserva la pienezza e la malinconia, pur guidando verso scenari più epici. A tratti riporta a Bastogne Blues, di cui possiede la medesima commovente intensità, ma a metà vira implacabilmente verso la direzione potente che poi prenderà l’album in alcuni episodi. Se devo trovare un difetto alla forza travolgente di questo è pezzo è un filo di eccesso in lunghezza, che ne stempera sul finale l’onda d’urto.

Hold On (so Goodbye to All of That), inizia elettronico con un basso ossessivo, tappeto per la voce cupa e al contempo carezzevole del nuovo vocalist. E’ un brano che si potrebbe collocare in piena new wave, se non fosse per le ampie aperture strumentali e per il finale corale, quasi celebrativo.

La voce di Belinda Kordic, singer svedese dei Killing Mood, accompagna sulla base quasi scarna da lenta ballata nordica di questa What Have We Got to Lose, terzo suggestivo brano del lotto, che anche in questo caso circa a metà della sua durata (oltre dieci minuti) cambia rotta e si trasforma in un affresco strumentale dal carattere onirico. Nordiche le atmosfere, ma tutto CBP il calore del pezzo: ancora una volta la pienezza avvolge e rapisce.

One Armed Boxer è uno dei pezzi più brevi dell’album, imbastito su sonorità dal retrogusto folk che lo rendono quasi un intermezzo con la seconda parte del lavoro, che riprende con Jonestown Martin, brano di una certa durezza, che possiede tutta la potenza epica a cui i CBP ci hanno abituati, insieme ad una tinta notturna di certo progressive metal ancora nordico, ma spessa e  profonda come nel loro stile .

Long Live Independence è un brano praticamente hard rock, una lunga cavalcata su un ritmo incalzante, con un drumming che non dà tregua e un incedere rabbioso, carico di tensione, creato anche dalle tastiere sullo sfondo e dalla voce filtrata, quasi inquietante.

L’album chiude con un altro pezzo rock tiratissimo Maniac Beast, una bonus track di tre minuti e mezzo di fuoco, con un ritmo velocissimo e tanto di organo sullo sfondo a portare l’ascoltatore nei più fulgidi seventies.

Insomma, che dire…non è un disco immediato, rispetto ai precedenti mancano quasi del tutto i magnifici assoli di chitarra, ma in compenso c’è una rabbia e una velocità in alcuni brani che fino ad ora non avevo sentito nei loro dischi.

Che sia un esperimento, o che si tratti dell’ennesimo cambio di pelle di una band che riesce a mutare restando sempre se stessa non si può dire, ma una cosa è certa: se i supergruppi sono talvolta solo fenomeni discografici, questi Crippled Black Phoenix sono fenomeni e basta.

Non è uno dei loro migliori lavori, a mio parere, ma averne di gente così.

Clara

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