Trascorsi ben sedici anni da quel Down on the Upside che pareva il capitolo conclusivo, redivivi, si ripresentano i Soundgarden con l’ampiamente annunciato ultimo album intitolato King Animal. Disco come dicevo atteso da tempo e che ha avuto una gestazione davvero molto lunga se si pensa che c’è voluto circa un anno e mezzo per completarne la registrazione. I numerosi impegni solisti di Chris Cornell, oltre che quello di Ben Sheperd al quale ha preso parte pure l’instancabile drummer Matt Cameron, hanno sicuramente molto rallentato la nascita delle nuove composizioni di quello che, li si ami o li si detesti, è uno dei lavori più invocati di questo anno.

Paladini della scena di Seattle e autori di alcune pagine indimenticabili in ambito grunge e/o comunque alternative rock tornano a proporre il loro sound inconfondibile, caratterizzato dall’ugola del singer e lo fanno con una ritrovata verve che lo fa preferire, di primo acchito, allo stanco e un pò fiacco disco del 1996.

Lasciando inalterata l’intelaiatura del gruppo e le sonorità, dalle quali a dire il vero qua e la traspare una volontà di attualizzazione, i Soundgarden provano a rendere ancora viva una fase musicale, una scena, che ha perso strada facendo alcuni dei propri interpreti principali.A dire il vero sino ad oggi di quel movimento, di quella ondata, gli unici rimasti ancora saldamente in sella (almeno al momento) sono i Pearl JamDave Grohl con i suoi Foo Fighters, oltre che i relativamente atipici Melvins. Ecco quindi che il ritorno all’attività dei Soundgarden acquista una rilevanza la quale va oltre il fatto in sé.

Prodotto in collaborazione con Adam Kasper se da un lato mostra un’ energia rinnovata dall’altro manca dell’esplosività dei primi anni e qui, al solito, torniamo su di un vecchio tema ampiamente dibattuto; all’epoca dei primi album Cornell e soci avevano 25 anni o giù di li ed il movimento era nel pieno del suo splendore. Oggi tutto è cambiato, a cominciare dall’età dei protagonisti che hanno mutuato innumerevoli esperienze musicali e personali; ne deriva dunque che l’impatto, fatalmente, sia differente e comunque distante da quello di allora.

Questa precisazione credo si renda sempre necessaria quando si va ad ascoltare e poi valutare un disco ed una band con questa storia, altrimenti si rischia di partire con preconcetti e condizionamenti che finiscono per diventare fuorvianti e distorcere la realtà.

Ben 13 tracce compongono un lavoro compatto ed equilibrato, nel quale Cornell lascia da parte i toni sdolcinati dell’avventura in proprio per recuperare la presenza vocale tipica dei tempi andati. Qua e la si affacciano sempre dei lampi “zeppeliniani” nel sound del quartetto, meno infuocato di un tempo ma ancora interessante.

Tocca al singolo Been Away Too Long fare da apripista con un potente riff della chitarra di Kim Thayil; gran tiro della ritmica ed un Cornell da subito smanioso di sbandierare il ritorno della band, usando un tono decisamente alto. Buon avvio !

Non-State Actor prosegue sull’abbrivio, brano radente e veloce, molto trascinante; il duo Sheperd/Cameron si conferma come una macchina ritmica implacabile, il singer spinge il suo timbro sempre più in alto e l’apparentemente compassato chitarrista si inserisce a piacimento tracciando scie sonore di stampo hard rock.

By Crooked Steps avanza con immutata forza, sottolineando ancora una volta la volontà della band di rimettere mano al proprio arsenale sonoro ancora perfettamente funzionante; su di un ritmo che è quasi un loop sono nuovamente la voce e la chitarra, a turno, a squarciare la trama e a disegnare traiettorie alternative.

Dopo un inizio così scoppiettante ci si aspetta una pausa che arriva in effetti ma solo a metà. A Thousand Days Before parte come una ballad up tempo e si sviluppa con una certa gradualità, portando con sé lontani riverberi “led zep” di stampo psichedelico.

Blood on the Valley Floor riprende subito un orientamento più duro e cupo nel quale spicca, per contrappasso, l’altissimo vocalizzo di Cornell. Ritmo ipnotico e bollente, la chitarra di Thayil funge al solito da “battitore libero”, nel senso che spazia con i suoi incisi a colorare un’ atmosfera fumosa e dark.

Giunge il momento più intimo, magnificamente descritto da Bones of Birds, pezzo che a mio parere ha tutti i requisiti per divenire col tempo un classico della band. La voce del frontman si fa più calda ed accorata, senza scivolare pericolosamente su rivoli troppo melensi; il brano è comunque mosso, presentando più facce al proprio interno.

L’aria si fa ancora più densa con la seguente Taree che si staglia come un diamante grezzo, non raffinato, splendido ma perfettibile e questa forse è proprio la sua migliore qualità. Efficace e di livello il lavoro della sei corde, quasi un valore aggiunto nell’economia del pezzo.

Con Attrition la band pare quasi ritrovare quella spontaneità degli esordi, traccia molto breve ma sparata a tutto gas con un suono sporco, quasi approssimato.

Una chitarra acustica e la voce di Cornell introducono Black Saturday che muta rapidamente percorso per diventare una song piuttosto articolata, con frequenti cambi di tempo e di atmosfera.

Start simile per Halfway There, giocata sui vocalizzi del cantante ma probabilmente con la trama più debole del lotto; l’ascolto è gradevole ma resta l’impressione di scarsa consistenza e prevedibilità, una concessione quasi pop.

Worse Dreams dondola tra un ritmo cadenzato, quasi compassato e repentine accelerazioni; nella seconda parte il brano deflagra prendendo una piega nettamente diversa, con molto più mordente.

Uno dei passaggi migliori, Eyelid’s Mouth, rimanda ai momenti migliori del quartetto e a quella venatura hard rock che li ha sempre marchiati. Avvolgente con le sue spire, un ritmo e una melodia che avviluppano senza rilasciare più, con un solo di chitarra finale interminabile.

Completa il quadro un altro ottimo episodio, Rowing, in cui la musica si fa ancora più “circolare”, un circuito continuo, un flusso ininterrotto di note e di suoni che pare non avere termine sino a metà circa; di li in poi il prepotente ingresso di Kim Thayil spezza la fitta trama che poi riprende, a chiudere, quasi come un mantra.

Bene, se questo è quanto sono stati in grado di regalarci i Soundgarden per il loro atteso ritorno direi che non è poco. Ci sono gli stessi musicisti con un album tutt’altro che piatto o, peggio, manieristico. Non manca qualche spunto nuovo, sapientemente unito a quella che è la lettura musicale più tipica della band. Chris Cornell ha ripreso il suo ruolo nella maniera più convincente; gli anni ’80 e ’90 oramai sono lontani e rappresentano il passato. King Animal racconta di un presente che merita attenzione.

Max

commenti
  1. salvo scrive:

    Recensione perfetta, complimenti. Ottimo ritorno e ottimo album, unico neo ” Halfway There”, che sembra uscita da un disco di Cornell…il pezzo in sé è decente, ma risulta assolutamente fuori contesto. Per il resto, gran bel disco…brani come Bones Of Birds, Black Saturday, Blood on the Valley Floor o Eyelid’s Mouth diventeranno dei classici della band.

  2. peppe scrive:

    Condivido….soprattutto la premessa dell’età diversa e del periodo diverso…credo sia un gran disco. Soprattutto dopo qualche ascolto, Non&ndash state actor è una cavalcata fantastica, tipico Soundgarden, un pezzo rock di altissimo livello! Ma nel complesso sono tutte ottime canzoni con grande ritmìmica e cambi di tempo tipici del Sound del giardino!!! Che grande Band, sono veramente contento se penso a quei gruppi di merda che si definiscono rock oggi…..ora li aspettiamo in Italia. Ciao

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