Kamelot (Bologna, Estragon Club, 13 Novembre 2012)

Pubblicato: novembre 14, 2012 in Recensione Live Shows
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Ci sono serate, concerti che hanno il potere di rimanere indelebilmente impressi nella memoria per prestazioni indimenticabili, per le vibrazioni positive che ne scaturiscono, per l’atmosfera generata dalla musica e dal calore del pubblico.

Non è stato proprio così ieri sera all’ Estragon di Bologna per il concerto dei Kamelot, attualmente in tour in Europa per promuovere il nuovo album Silverthorn del quale ho già avuto modo di scrivere. Intendiamoci, nel complesso l’esibizione è stata soddisfacente ma il concerto, a mio parere, è risultato a due facce, ha vissuto due velocità.

Ci sono alcune considerazioni preventive da fare sulla band, la più importante delle quali risiede nel loro essere, di fatto, un ibrido. L’ epic metal proposto dal gruppo di Tampa è da sempre contrassegnato da magnifiche intuizioni e ovvietà, da passaggi funambolici e maestosi e altri largamente prevedibili. Perennemente in bilico tra power metal e lontani accenni gothic, talvolta ad un passo dal trascendere quasi nell’ A.O.R. Tutto questo è ben noto agli appassionati ma, incredibilmente, nei lavori in studio è sempre stato uno dei loro punti di forza.

Quando però si va a mettere in scena sul palco questa strana alchimia le cose possono cambiare e, in parte, è ciò che è avvenuto ieri sera. Una scaletta se vogliamo atipica perchè in definitiva ha compreso solo 4 brani del nuovo disco con un abbondante ripescaggio, quasi una carrellata, di classici del passato. Elementi di novità non sono mancati, su tutti la presenza del nuovo singer Tommy Karevik (ottima prestazione) e della cantante degli Amaranthe Elize Ryd, la quale ha fatto sfoggio di bei costumi di scena e ha fornito, quando le è stato possibile, una prova largamente convincente.

Un pubblico non molto numeroso ha stentato ad assiepare l’Estragon, per la verità anche poco coinvolto nella fase iniziale che si è rivelata a tutti gli effetti un avvio in sordina. Un bilanciamento precario tra suoni e voci ha finito per penalizzare il timbro della Ryd, quasi impalpabile; i musicisti, evidentemente ancora “freddi”, hanno stentato nei primi 3 brani ad uscire da una dimensione di maniera, nonostante la partenza prevedesse cavalli di battaglia quali, tra gli altri, The Great Pandemonium.

Un primo deciso segnale di riscossa è partito con Veritas, tratta dall’ultimo album, nella quale Karevik è parso molto più convincente e con lui tutta la band; dalla seguente Center of the Universe in poi finalmente il concerto è andato gradualmente in crescendo, con una buona prova d’insieme del gruppo. Da segnalare assolutamente le esecuzioni potenti e melodiche di brani come Soul Society, Sacrimony (ultimo album) e Forever. A margine di questo alcuni passaggi contrastanti; da un lato un piacevole solo del drummer Casey Grillo che pur non mostrando niente di “esoterico” ha avuto il pregio di essere variato, breve e non annoiare.

Al contrario il solo alle tastiere di Oliver Palotai ha regalato ben poche emozioni, piatto e privo di estrosità.

Il momento dell’ encore è stato aperto dal solo di basso di Sean Tibbets risultando, a mio parere, il momento più basso della serata quanto a prevedibilità e genuinità.

Fortunatamente la mia delusione si è spenta subito grazie ad un ottimo trittico conclusivo composto da Torn, Karma ed una pirotecnica March of Mephisto.

Rimane qualche dubbio (del tutto personale) sul perchè non ci sia stato posto per un solo di Thomas Youngbloodil valente chitarrista che forse più di altri lo avrebbe meritato e che invece è parso troppo ridimensionato, almeno in questo appuntamento.

Tommy Karevik ha confermato le ottime impressioni destate in studio, mostrandosi totalmente calato nel personaggio e all’altezza della situazione.  Vale altrettanto per l’ottima e affascinante Elize Ryd che quando è stata messa in condizione di esprimersi ha saputo farlo al meglio. Una resa di insieme soddisfacente anche se, data la particolarità del genere, spesso ci si trova al limite, con qualche eccessiva concessione all’iconografia e a orchestrazioni talvolta in surplus.

Luci ed ombre dunque per un live set sicuramente oltre la sufficienza ma che, personalmente, non rimarrà memorabile.

Max

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commenti
  1. Giuseppe Di FRancesco ha detto:

    Ah, interessante … hanno suonato “Soul Society” … pensa che non me n’ero accorto!
    Non è che, forse, ti sei confuso con un’altra canzone?

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