Galahad Beyond the Realms of Euphoria 2012

Pubblicato: novembre 18, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Quando in aprile ho avuto modo di scrivere su Battle Scars non immaginavo che di li a pochi mesi i Galahad avrebbero avuto l’ardire di riproporsi con un nuovo album; caso piuttosto raro nel nostro tempo quello di due uscite nello stesso anno solare, circostanza appartenente senz’altro ad un epoca oramai lontana.

Ed è pure singolare questa concomitanza a fronte dei cinque anni di silenzio che avevano preceduto questo 2012; evidentemente la band inglese è attraversata da un nuovo e torrenziale fermento compositivo.

Beyond the Realms of Euphoria, questo il titolo del nuovo lavoro, è stato realizzato con la collaborazione di Karl Groom (già chitarrista e produttore dei Threshold, oltre che Pendragon) nei suoi Thin Ice Studios.

Sette brani che, fatalmente, prendono le mosse da Battle Scars andando ad espandere ed ampliare maggiormente le incursioni verso sonorità trance da una parte e altre più dure, più metal da un’altra (la mano di Groom si fa sentire).

Valgono le considerazioni fatte a margine nella presentazione del disco precedente, chi avesse voglia di dare loro una sbirciata le trova qua: https://agesofrock.wordpress.com/2012/04/21/galahad-battle-scars-2012/Questo nuovo lavoro può essere inquadrato a tutti gli effetti come il prosieguo di Batlle Scars a tal punto che c’è da pensare sia intervenuta una scelta discografica nel volere dividere in due uno stesso progetto. Se esiste un gruppo inglese prog davvero sui generis questi sono ormai proprio i Galahad; dei tratti più canonici e consolidati del genere è rimasto davvero ben poco. La band alla luce di una carriera in chiaro-scuro ha ormai optato per una virata secca e decisa anche se questa non è direzionata verso un indirizzo ben preciso ma si compone di spunti diversi tra loro, talvolta quasi in antitesi.

Se per un verso dunque questo può essere salutato come la vera accezione del termine progressive da un altro poi c’è la verifica dei riscontri di critica e, sopratutto, del pubblico. A questo proposito è chiaro che, come sempre, la valutazione di ognuno rimane sovrana ed indipendente; a mio parere Beyond the Realms of Euphoria è un album non facile da decifrare, che lascia alcune perplessità pur denotando come già in passato un grande desiderio di crescita ed evoluzione.

Alcuni spunti, alcune incursioni in territori sonori molto distanti, continuano a lasciare un pò attoniti; è anche vero che ascoltandolo più volte l’assimilazione di queste “estemporaneità” diventa più agevole ma è certo che di primo acchito possono sorprendere.

L’ opener Salvation I-Overture parte subito “forte”, nel senso che si muove come un brano trance a tutti gli effetti; la cosa probabilmente può fare storcere il naso a molti ma chi ha ascoltato attentamente Battle Scars sicuramente parte avvantaggiato. In ogni caso, pur se tra suoni campionati ed una certa epicità, il brano trova il modo di scorrere in modo interessante. L’effetto lo immagino duplice: i sostenitori della vena romantica del prog scapperanno a gambe levate, gli altri probabilmente si soffermeranno.

Va da sé che la seconda parte del pezzo, Salvation II-Judgement Day si muova sulla stessa falsariga, con in più l’apporto vocale del cantante Stuart Nicholson. Nello svolgimento entrano però in gioco sonorità più dure a lambire decisamente il prog-metal che conducono poi il brano su sponde piuttosto lontane da quella che ne era stata la genesi.

La suite Guardian Angel compare divisa in due parti: la prima è la più lunga, 10 minuti abbondanti ed ha un prologo nuovamente orientato verso sonorità trance. Un mood sospeso tra maestosità, riff duri della chitarra e improvvisi cambi di tempo, unito ad una melodia piuttosto easy, ne fanno l’emblema di ciò che attualmente rappresentano i Galahad. Un ibrido, un melange musicale per certi versi anche stimolante ma certo non immediatamente recepibile. La parte conclusiva è quella che forse più si avvicina ai dettami progressive.

Secret Kingdoms lancia la sua corsa su binari decisamente più aggressivi, con chiari riferimenti proprio ai Threshold. La band sposta continuamente il tiro, non da un idea precisa del percorso musicale intrapreso e questo, come ho già avuto modo di dire, rappresenta le due facce della medaglia. Sensazioni contrastanti, in bilico tra stimolo e rifiuto, tra attenzione e delusione.

Forse più omogeneo il trittico conclusivo, inaugurato da …And Secret Worlds. Le note malinconiche del piano di Dean Baker fanno da quinta ad uno scenario cupo che si apre ben presto. Brano giocato sull’alternanza tra piano ed ingressi corali e potenti della band, riporta il quintetto verso lidi più conosciuti al prog di matrice inglese, lasciando spazio anche ad un solo di chitarra di Roy Keyworth.

All in the Name of Progress torna a coniugare tra loro riferimenti sonori molto diversi ma con un piglio decisamente migliore. L’operazione di assemblaggio e fusione musicale risulta meglio riuscita, più compatta, con un gran lavoro delle tastiere che va sottolineato. Momenti intensi di insieme lasciano il posto a rapide ed efficaci fughe soliste, in un quadro continuamente in divenire che risulta uno dei più interessanti.

La seconda parte di Guardian Angel (Reprise) completa il lotto, risultando migliore della prima probabilmente perchè meno dispersiva; splendida e centrale la parte di organo.

Ricordata la splendida copertina di Emma Grzonkowski, la considerazione che mi viene spontanea è che i Galahad, a questo punto, stanno diventando un qualcosa a parte, un sottogenere nel grande mare del prog fatto di una miriade di sfaccettature e sfumature, alcune di loro quasi incomprensibili. Considerando il poco tempo trascorso dall’uscita di Battle Scars sono portato globalmente a preferire il primo ma Beyond the Realms of Euphoria ne è la continuazione.

Max

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