Anche nella parte conclusiva di questo 2012 continua il fenomeno dei “ritorni”, più o meno illustri e a questa, che pare divenuta una consuetudine, non si sottraggono nemmeno i vecchi e cari Focus, epica band olandese degli anni ’70. A quel tempo venivano presentati come una sorta di alter ego dei Jethro Tull, sia per la presenza importante del leader Thijs Van Leer (anche lui eccezionale flautista) che per effettivi e analoghi richiami musicali; tant’è, il gruppo “oranje” ha comunque vissuto un periodo molto florido proprio in quella che è ritenuta a ragione l’età dell’oro del progressive rock.

La formazione nel tempo si è mantenuta stabilmente in forma di quartetto e andando a ritroso ha regalato non poche gioie agli appassionati tra le quali, segnatamente, i primi tre album; in quegli anni tra l’altro potevano contare sull’apporto del valido chitarrista Jan Akkerman ed il successo, sopratutto in Inghilterra, non si fece attendere. Di contro ebbero anche la sventura di capitare nel bel mezzo di tutto il fermento prog e così, pur se riuscirono a raccogliere meritati consensi, rimasero forse un pò schiacciati dai grandi nomi del genere.Questa rapida digressione credo sia utile non tanto agli appassionati incanutiti come il sottoscritto ma quanto a quelli più giovani, se si pensa poi che questo Focus X è soltanto il decimo capitolo in studio di una storia cominciata nel lontano 1970; poco prolifici i quattro dunque e oltretutto hanno vissuto anche dei lunghi periodi di inattività.

Una delle cose che per prime balzano agli occhi è l’art work ad opera del mitico Roger Dean e già questo, per chi è nostalgico, rappresenta un tuffo al cuore; l’inossidabile batterista Pierre van der Linden (pure lui membro originario), Bobby Jacobs al basso e Menno Gootjes alla chitarra accompagnano Van Leer che suona Hammond, tastiere, flauto ed è voce solista in questa nuova avventura musicale che si presenta tuttora fresca e godibile a dispetto del tempo.

Non sono più presenti le interminabili suite, anche jammate, dei primi anni; ora i brani hanno più una forma-canzone e da essi però fuoriescono innumerevoli spunti fusion e psichedelici, innestati su di una matrice progressive.

Pezzi ben calibrati che scorrono veloci ed interessanti, a testimonianza del fatto che quando ci sono tanto entusiasmo e professionalità i risultati raramente tradiscono le attese.

Father Bachus introduce al magico mondo dei Focus e non delude; sonorità tra le più inconfondibili della band, pezzo molto mosso e dal gran tiro, punteggiato inesorabilmente dagli interventi del flauto di Thijs van Leer. Nella migliore tradizione non può mancare, fin da subito, un incisivo solo di chitarra mentre il drumming di van der Linden pare rimasto quello di tanto tempo fa, convulso e potente.

Focus X è uno stupendo esempio di quel filone jazzato, fusion, che nel tempo è andato evidenziandosi maggiormente nella produzione della band. Gran lavoro di Gootjes alla chitarra e delle tastiere, per un pezzo carico di suoni e di atmosfera.

Note solenni del piano, doppiate dalla chitarra, un mood che richiama quello dei tempi andati; così si presenta Victoria, song imperniata sulla melodia tracciata dalla chitarra. Un improvviso cambio di tempo muta lo scenario per aprire maggiormente ad una fase in cui le armonie e le strutture ritmiche prendono repentinamente la scena. Gran finale con il flauto di van Leer sugli scudi.

Nuovo sconfinamento in ambito jazzato con Amok in Kindergarten; notevole e di sostanza il lavoro di tastiere e chitarra mentre la ritmica tesse puntualmente e con discrezione la propria tela. Se si volesse azzardare un richiamo, un paragone, non trovo distante Pat Metheny.

Continua il ping pong con il passato ed ecco arrivare All Hens on Deck, pezzo grintoso molto più aderente al repertorio conosciuto della band olandese. Ritmica martellante e decisa, costellata di interventi alternati di flauto, tastiere e chitarra. Una scia quasi austera e solenne divide momentaneamente il pezzo in due, per poi riprendere ed espandere il tema iniziale.

Le Tango costituisce forse l’episodio più alternativo del lotto, nel senso che unisce tra loro sonorità jazzy ed una parte cantata molto nostalgica; il tutto viene modellato su una sorta di tango rallentato, tranciato da un sorprendente solo di chitarra. La parte conclusiva si ricongiunge a quella introduttiva.

In Hoeratio campeggia il timbro basso di van Leer che declama in latino su di una base inquietante, che avanza come una marea montante, per poi esplodere con un bellissimo intervento della sei corde. Molti elementi psichedelici e di atmosfera in questa traccia dove Menno Gootjes si mette davvero in luce. Finale a dir poco spasmodico.

Talk of the Clown con il suo incedere da scanzonata ballata medioevale, giocata tra flauto e chitarra acustica, è forse il momento nel quale a memoria più si materializza il ricordo dei Jethro Tull.

Segue Message Magic, se vogliamo un vero e proprio rinverdire in chiave moderna i vecchi fasti del passato; un brano che poteva tranquillamente appartenere a tanti anni fa tanto ne è vicino come spirito. Un malinconico acquerello di tipico stampo Focus.

Gran finale riservato da X Roads nella quale, nuovamente, il ritmo e lo stampo jazz-rock sono il filone conduttore; le divagazioni del flauto ed un crescendo costante riescono a fare diventare il messaggio musicale trasversale, come l’essenza del gruppo.

Una prova convincente, che lascia un sorriso. I Focus suonano ancora freschi, merito forse del riuscito compendio tra esperienza e gioventù. Consigliato ai vecchi fans per riscoprire un gruppo ancora valido e a quelli più giovani che, credo, ne rimarranno favorevolmente impressionati.

Max

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