Geoff Tate Kings & Thieves 2012

Pubblicato: novembre 22, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Gioco d’anticipo e so che probabilmente verrò lapidato per ciò che sto per dire ma a me Kings & Thieves, nuovo album di Geoff Tate e secondo della sua carriera solista, non dispiace del tutto; aggiungo anche che credo il cambiamento fosse inevitabile.

Una delle più belle voci del metal e del prog metal da alla luce, dopo la turbolenta, velenosa e polemica separazione dai Queensrÿche,  un album che è magari un pò anonimo ma pure con qualche discreto pezzo, ben suonato e con imprinting vari al suo interno. Il timbro del singer si conferma di grande rilievo anche operando al di fuori dell’alveo naturale; di alcuni testi effettivamente si potrà obiettare una certa inconsistenza, ma il disco, nel suo complesso, gira.

Ad una precisa condizione però e cioè quella di dimenticare completamente la potenza e l’impatto dei Queensrÿche, sopratutto quelli di Operation Mindcrime e dintorni; poco davvero si può trovare del suono storico cantato da Tate in questo disco, uscito per la InsideOut e composto da 11 brani. Benchè compaiano tra i musicisti due elementi che hanno gravitato nell’orbita dei Q, e cioè il chitarrista Kelly Gray ed il tastierista Randy Gane, Kings & Thieves si presenta come un disco di hard rock, a tratti venato di blues o addirittura..rap e di qualche ritornello “easy”.Chiaro che una situazione simile possa fare inorridire un purista della band di Washington e non nascondo che pure io, al primo impatto, sono rimasto senza parole. Continuando ad ascoltare però mi sono reso conto che non tutto è da buttare, ci sono delle buone cose ma va preso per quello che è, astraendolo completamente dal passato. Altrimenti scatta il rifiuto a priori.

Se proprio si vuole tentare un’ aggancio con la “casa madre”, l’unico plausibile è con Dedicated to Chaos, album non a caso contraddittorio che ha ricevuto accoglienze contrastanti. Evidentemente i primi segnali di guerra tra Tate e la band erano già cominciati..

Gregg Gilmore (batteria), Chris Zukas (basso) e le voci di Emily Tate Jason Ames completano la line up con buoni risultati.

Lontani in questa occasione da sonorità metal si plana su territori hard rock fin dalla introduttiva She Slipped Away che pur mettendo subito in mostra un ottimo Tate, segna un pò il passo dal punto di vista del refrain, abbastanza scontato.

Inizio un pò stiracchiato che viene prontamente riscattato da Take a Bullet, molto più cadenzata e meglio costruita, impreziosita da una buona parte di chitarra di Kelly Gray.

Questo schema si ripete in qualche modo per la successiva In the Dirt, rock sporco e blueseggiante che di nuovo contiene un ottimo solo di chitarra.

Se si vuole trovare qualcosa di simile a un tonfo questo è rappresentato senza dubbio da Say U Luv It; il testo è basato sull’argomento del sesso, qui trattato come se il buon Geoff si trovasse oggi all’apoteosi. Di ciò ne possiamo prendere atto con gioia ma musicalmente il brano è a dir poco debole, piatto e inconcludente.

The Way I Roll, incredibilmente, ci mostra una versione  pseudo rapper inedita del singer e personalmente lo ritengo un passaggio incomprensibile.

Tomorrow inaugura la seconda parte del lavoro, migliore della precedente; ballad ben costruita che di nuovo mette in risalto le qualità del cantante, tuttora notevoli. Bello l’arrangiamento curato da Kelly Gray che, va ricordato, è un produttore oltre che un chitarrista.

Pur non raggiungendo particolari vette Evil regala di nuovo una ottima prestazione di Geoff, mentre l’aspetto musicale rimane piuttosto in secondo piano nel senso che ha tutti i canoni della prevedibilità. Brano scontato ma non brutto, con il consueto solo di chitarra a ravvivare un’atmosfera brumosa.

Dark Money si segnala per il testo, piuttosto al vetriolo; una lirica di denuncia, polemica, che non risparmia nessuno (…Dark money runs the president-Dark money fuels the government-Dark money is the way it’s done-Dark money will determine who has won…). La struttura musicale è semplice ma efficace.

These Glory Days si sofferma ancora sui tempi ed il periodo che stiamo vivendo, inquadrandolo come una minaccia o un’opportunità (per cambiare) a secondo dei punti di vista. Song impregnata di vibrazioni calde e hard rock, potrebbe essere uscita da un album dei Grand Funk Railroad.

La traccia più emozionante è probabilmente Change, una ballad intensa nella quale la voce, il piano e gli archi riescono a costruire un tappeto sonoro splendido ed emotivamente coinvolgente. L’inevitabile e simultaneo ingresso di chitarra e batteria la fanno decollare come da copione ed il pathos, se possibile, aumenta.

Un arpeggio di chitarra, Waiting, il pezzo conclusivo; andamento molto avvolgente, punteggiato da parti solo di chitarra e da una ritmica molto regolare, sullo sfondo l’arpeggio che continua in moto perpetuo. Il canto di Tate si fa ancora più caldo e sensuale, andando a pescare qualche tonalità alta delle sue. Molto bello.

Pur con significative cadute nelle liriche e nella struttura musicale (in alcuni episodi),  abbandonato direi completamente il proprio genere, Geoff Tate propone comunque un lavoro cui credo vada offerta almeno una chance. Sono certo che non rimarrà negli annali del rock, lascia perplessi e a tratti pare come slegato, tuttavia…

D’istinto da un calibro simile si è portati ad attendersi di più ma il frontman, e la band con lui, hanno ormai voltato pagina, pertanto del glorioso passato è rimasto ben poco. La voce, quella, c’è ancora però.

Max

 

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