Glass Hammer Perilous 2012

Pubblicato: novembre 23, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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Da qualche anno la marcia dei Glass Hammer si è fatta inarrestabile e così, puntualmente, eccoli con il loro nuovo album intitolato Periloustredicesimo lavoro in studio per una band che , come ho già avuto modo di dire al riguardo di If e poi Cor Cordium si è pericolosamente avvicinata a diventare una reincarnazione degli Yes.

Questo aspetto si è andato  marcatamente configurando con l’arruolamento di Jon Davison come voce solista, vero e proprio possibile alter ego di Jon Anderson; mentre scrivo, ormai è noto, Davison ha preso il posto di David Benoit proprio come frontman degli Yes, il destino dunque pareva segnato.

Lo stesso cantante peraltro ha mantenuto il suo ruolo all’interno della band americana che, immutata nella formazione, ha optato in questo caso per un concept, diviso in 13 tracce.

Il solito Randall Williams alla batteria funge da primo membro aggiunto della formazione la quale si avvale, oltre che di un trio di archi, di una voce femminile e più sezioni coristiche.

Fred Schendel e compagni ripropongono uno schema collaudato e ormai aggiungerei conosciuto: accanto ad una tecnica invidiabile e ad un innato senso del gusto musicale il canovaccio che si va a dipanare rimane, al solito, estremamente derivativo. Un usuale tributo ai maestri e pure un’ autocitazione, il limite di nuovo si trova in una smaccata autoreferenzialità; è un peccato (mi vedo costretto a ripetermi) perchè i Glass Hammer per certi versi potrebbero essere considerati tra i massimi esponenti del progressive americano ma questo ostinarsi a rimanere fermamente piantati sui soliti binari finisce a mio avviso per penalizzarli.

Scelta consapevole o limite ? Domanda alla quale francamente non so dare una risposta certa anche se devo rilevare come in Perilous ci sia un larvato tentativo di recuperare sonorità precedenti a If e dunque dotate di maggiore personalità. Rimane il fatto che pure il timbro di Davison contribuisce in modo ineludibile a fare scattare il paragone.

Diventa così arduo cercare di analizzare singolarmente i brani perchè sono parte a tutti gli effetti di un intero che va accolto e valutato come tale. Indubbiamente tra questi ce ne sono alcuni che si elevano sugli altri e la qualità complessiva dell’opera resta comunque di alto livello.

Momenti sinfonici, quasi lirici, sospesi tra doti tecniche invidiabili e una indiscutibile maestria nella scelta dei suoni, nell’uso degli stacchi e dei cambi di tempo, un sapiente e ben dosato spazio regalato a soli di chitarra liquida o a tappeti di tastiere molto enfatici.

Tutto questo si trova a piene mani ad esempio in pezzi quali We Slept, We DreamThe Years Were Sped, In That Lonely Place Where Sorrows Died and Came No More.

Quelli citati sono solo suggerimenti ma in realtà non c’è un pezzo discutibile, tutt’altro, l’album musicalmente e stilisticamente è stupendo, forse il migliore dell’ultimo periodo.

Davison, Schendel, Steve Babb Kamran Alan Shikoh, ottimi musicistihanno confezionato l’ennesimo bel disco, inappuntabile e godibilissimo.

Peccato che…

Max

commenti
  1. Troppo “replicanti”, persino per un mante del new prog come me.

  2. Ehol scrive:

    Per me va benissimo così: gli Yes sono “morti” musicalmente parlando e si sentiva francamente la mancanza di un gruppo che potesse realmente “imitarli” senza comunque plagiarli.
    Tutti i dischi dei GH, anche il deprecabile “Three cheers for the broken-hearted”, hanno un gusto proprio e decisamente particolare, pur risuonando come dei “replicanti”. Ma secondo me è una scelta ben precisa e come tale va valutata. Positivamente, a mio avviso.

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