frontLost in Perception rappresenta già la terza uscita per i Retrospective, band polacca in ambito new prog, posta dalla critica a metà strada tra i connazionali Riverside ed i…Pearl Jam. Se ad un primo momento l’accostamento può apparire decisamente azzardato vedremo poi perché in realtà abbia una sua ragione di essere.

Premetto che li ho scoperti soltanto adesso e pertanto del loro passato posso fornire solo qualche didascalica informazione e niente più; formazione composta da sei elementi che ha al proprio attivo due lavori prima di questo: Spectrum of the Green Morning, EP realizzato nel 2007 e Stolen Thoughts (2008), primo vero e proprio full lenght.

Line up piuttosto stabile, proveniente chiaramente dal filone Riverside, riesce a fondere però con questo altri elementi che vanno a caratterizzarne la sonorità.

Tra questi il principale risiede sicuramente nel timbro vocale del cantante Jakub Roszak che spesso si avvicina in modo inverosimile a quello di Eddie Vedder, leader dei Pearl Jam. E’ indubbio che la musica della band di Seattle resti a distanza siderale, totalmente diversa; ma le assonanze canore tra i due singer sono indiscutibili, sì da creare uno strano ed interessante melange.Detto del singer gli altri musicisti presenti sono: Beata Łagoda (tastiere e voce), Maciej Klimek (chitarra), Łukasz Marszałek (basso), Robert Kusik (batteria) e Alan Szczepaniak (chitarra).

Non mancano anche echi di Fripp e di Gimour nel lavoro dei due chitarristi; la sezione ritmica è al tempo stesso ben presente e duttile mentre va sottolineata l’opera alle tastiere della Lagoda, cui va anche il merito degli intrecci vocali con Roszak.

Album suddiviso in nove tracce nelle quali i Retrospective mostrano disponibilità a muoversi tra atmosfere decisamente progressive ad altre tendenti al versante prog-metal, così da costruire un disco variato e godibile, mai noioso.

The End Of The Winter Lethargy, brano iniziale, cupo e tirato riesce da subito ad evidenziare le due anime musicali della band con un riuscito mix di atmosfere, ora più taglienti, ora più melodiche.

Huge Black Hole aumenta i toni oscuri e metal, in un vorticoso rincorrersi delle due chitarre, mentre la voce del singer sottolinea quella similitudine al cantato di Vedder di cui dicevo prima. Buona e varia la costruzione, a tratti sospesa, in altri momenti vicina ad esplodere.

Uno dei momenti migliori è senz’altro Egoist, pezzo nel quale forse è più evidente l’appartenenza alla “scuola” Riverside; ottimo arrangiamento nel quale le tastiere e le chitarre giostrano alternativamente per un mood new prog a tutto tondo. Il lato melodico è sempre presente ma ben compenetrato da rivoli “dark” e da una struttura musicale piuttosto elaborata.

Se Egoist merita un elogio la seguente Lunch non è certo da meno, anzi. Su un ritmo piuttosto cadenzato un bel solo di chitarra, molto debitore a quelli di David Gilmour; davvero indovinato anche il gioco a due canoro tra Roszak e Beata Lagoda, molto gradevole e di buon impasto. Gran finale in crescendo, sia vocale che strumentale.

Our Story is Beginning Now segna uno dei passaggi più delicati dell’album e, a costo di ripetermi, devo aggiungere che l’alone di Eddie Vedder aleggia sempre più presente tra le corde vocali del cantante polacco. Nuovamente, anche questo brano è cantato a due voci con buoni risultati in un paesaggio sonoro austero e solenne.

Tomorrow Will Change riporta il gruppo verso sonorità più dure ma mai banali o scontate. Va di nuovo apprezzato il lavoro di basso e batteria, in grado di erigere un muro armonico importante sul quale chitarre e tastiere possono variare a loro discrezione.

Altro ottimo episodio da evidenziare è senza dubbio Musical Land, nella quale il ritmo la fa da padrone con scansioni multiple e ottimi intarsi di chitarra, graffianti e decisi. Anche in questo caso il richiamo ai Riverside non è fuori luogo.

Una chitarra acustica da il via a Oceans of a Little Thoughts, incentrata ancora sul duetto canoro, probabilmente il migliore del lotto. Melodia non particolarmente scintillante ma ha il pregio comunque dell’immediatezza per un brano che comunque si mantiene di buon livello. L’immancabile solo della sei corde serve, bene, ad utillizzare l’intera tavolozza dei colori sonori a disposizione.

Come da tradizione non può mancare almeno una mini suite e a tale proposito giunge la conclusiva Swallow the Green Tones, con i suoi dieci minuti abbondanti. In assoluto, da un punto di vista di struttura, credo sia l’episodio più significativo. La parte introduttiva, poco meno di due minuti, rimanda in toto ai Pink Floyd; di qui poi la traccia abbandona l’alveo originale per fare emergere con più nitidezza quello che è il suono della band, sospeso tra la malinconia ed improvvise impennate più aggressive. Si confermano riuscite la parte polifonica, la capacità di mettere in piedi degli assetti musicali variati, il gusto per la ricerca di suoni ad hoc.

Non ho elementi per fare citazioni o raffronti con i dischi precedenti, come detto non li conoscevo. Un album interessante e soddisfacente che mi sento di consigliare senza esitazione, agli appassionati dei Riverside in particolare.

Max

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