Yngwie J. Malmsteen Spellbound 2012

Pubblicato: dicembre 7, 2012 in Recensioni Uscite 2012
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frontSe non ho perso il conto Spellbound dovrebbe essere il diciottesimo album in studio per Yngwie J. Malmsteen, escludendo live, EP e compilation. Una produzione davvero nutrita se si pensa che Rising Force uscì nel 1984; inoltre, considerando le varie collaborazioni e progetti (G3, Steeler, Alcatrazz) si arriva ad un numero davvero ragguardevole, forse anche eccessivo a mio parere.

Il virtuoso chitarrista svedese torna a distanza di due anni da Relentless e come sempre presenta il suo bagaglio di pezzi power metal ammantati dalla consueta vena neo-classica, ispiratrice alla quale è da sempre devoto.

Lo “shred-king” si avvale di un fidato manipolo di musicisti che lo accompagnano da tempo; su tutti lavoce di Tim “Ripper” Owens (ruolo condiviso con lo stesso Malmsteen ed il drumming senza tregua di Patrik Johansson. Tutto ciò che riguarda le chitarre è ovviamente appannaggio del bizzoso guitar-hero scandinavo il quale anche in questa occasione non manca di fare rimarcare tutto il suo immenso talento ed una vena compositiva che forse, rispetto al passato, ha acquistato un pò di elasticità; questo può essere solo un fattore positivo perché al solito, quando mi trovo davanti ad un album di un simile mostro di tecnica, sono portato a provare le stesse sensazioni.Se il talento è qui indiscutibilmente all’apice, ai massimi livelli che possa esprimere, spesso in passato non si è dimostrata all’altezza proprio la parte compositiva. Il song writing sovente ha sofferto per la strabordante e forse anche soffocante cifra tecnica del chitarrista, con il risultato che spesso l’esito mi ha lasciato un pò freddo e perplesso. E’ un’ osservazione, del tutto personale, che in passato ho già avuto modo di fare nei confronti di Steve Vai (ad eccezione dell’ultimo lavoroad esempio mentre trovo invece che Joe Satriani ed altri (J.Loomis, S. Morse) siano stati capaci di bilanciare meglio le parti.

La tecnica, ripeto, è da vertice assoluto e non si discute; se però diviene un esibizione finalizzata solo a sé stessa un album, inevitabilmente, perde mordente e ne risente.

Sulla scorta di quanto indicato da Perpetual Flame (2008), Spellbound mostra di nuovo un Malmsteen più ispirato e deciso ad infondere più sostanza oltre che enfasi nel suo lavoro; le scale, le fughe, i riferimenti classici ci sono comunque tutti.

La Stratocaster urla come una forsennata dall’inizio alla fine, regalando momenti di potenza e stile incredibili, una vera libidine credo per ogni chitarrista. Fortunatamente però, come dicevo sopra, la trama dei brani questa volta viene arricchita, inspessita da una maggiore ricerca di soluzioni compositive efficaci e l’ascolto ne beneficia molto.

Tredici brani, due dei quali sono brevi ed esoterici passaggi di Yngwie, in massima parte largamente convincenti ed appassionanti; troviamo tipici esempi di power metal come la title track o la seguente e classicheggiante High Compression Figure.

Brani metal molto più tirati come l’ottima Repent; rock blues ispirati e velenosi come Let’s Sleeping Dog Lie e la stupenda Iron Blues, a mio avviso vero pezzo forte del disco, a tratti innervato di lontani riverberi hendrixiani.

Clamorosi virtuosismi come per Nasca Lines dove l’axe-man si sdoppia nel lavoro con la sua Ovation; costruzioni elaboratissime come nel caso di God of Wartracce solenni ed immaginifiche come la conclusiva Reqiuem For The Lost Souls.

Come sempre si tratta di un lavoro particolare, molto bello ma che richiede un ascolto attento e concentrato, teso a cogliere le mille sfumature e sfaccettature proposte da quell’ immenso “manico” che è Malmsteenc’è una maggiore varietà di temi rispetto al consueto o comunque vengono sviluppati in modo più accurato. Questo direi che è il dato più importante e convincente dell’ intero lavoro, destinato altrimenti a rimanere dedicato agli adepti.

Max

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commenti
  1. gino ha detto:

    Ma quale disco ha ascoltato il recensore?!! Tim “Ripper” Owens NON canta in questo disco!!

  2. Orlando ha detto:

    Tutto il disco è suonato ed autoprodotto da malmsteen (batteria digitale, voce di malmsteen, penosa). L’album è un aborto totale, questa recensione è totalmente fuorviante

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