Steven Wilson The Raven that Refused to Sing (and other stories) 2013

Pubblicato: gennaio 13, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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frontPronti..via ! Scatta il nuovo anno e si comincia con una novità di quelle importanti, pur se ampiamente annunciata e cioè il nuovo lavoro di Steven Wilson, intitolato The Raven that Refused to Sing (and other stories). L’instancabile musicista del Surrey aveva già regalato qualche anticipazione con Get All You Deserve, un DVD live registrato in Messico durante il tour di Grace For Drowning; all’interno infatti era contenuta Luminol, traccia di apertura del nuovo album.

Nè si può scordare, tra gli altri, l’importante e gustoso passaggio di Storm Corrosion realizzato con Mikael Åkerfeldt, per un 2012 che dunque ha visto al solito Wilson impegnato su più fronti e proposte.

Non sono poche le novità, a partire dall’art-work (abbastanza inquietante) che non è affidato come di consueto a Lasse Hoile bensì a Hajo Mueller; ed ancora, SW si avvale in questo caso dell’opera di Alan Parsons in regia e da questa collaborazione potrebbe scaturire a mio avviso qualche altro progetto; l’album è stato registrato negli studi di Parsons  a Los Angeles.

Anche la band che accompagna il leader dei Porcupine Tree è divenuta tale ormai in pianta stabile ed annovera fior di musicisti: Nick Beggs (basso), Marco Minnemann (batteria), Theo Travis (flauto, sax), Adam Holzman (tastiere) e l’ultimo arrivato, Guthrie Govan, chitarrista degli Aristocrats e già con gli Asia.

Incentrato su antiche storie di fantasmi e tematiche comunque legate al sovrannaturale, The Raven that Refused to Sing si compone di soli sei brani, dei quali tre della durata ampiamente sopra i dieci minuti. Difficile dire se possa essere il naturale proseguimento di Grace For Drowninga mio avviso sì e no, nel senso che probabilmente da lì prende le mosse ma complessivamente poi in parte se ne distacca, complice forse l’apporto di altri musicisti, di Parsons e di una vena compositiva mai doma di Wilson.

Insurgentes ci consegnava un musicista teso a tracciare una traiettoria alternativa a quelle della band, Grace For Drowning ampliava e recuperava in toto gli spazi musicali che più lo hanno ispirato; questo ulteriore tassello, all’apparenza meno di impatto del precedente, fa intuire che ci siano ancora margini per l’esplorazione e l’inventiva.

Quel che è certo rimane che siamo di fronte ad uno dei più geniali musicisti che la scena new prog possa oggi annoverare, sia che si presenti alla testa dei “porcospini” sia che si muova autonomamente.

Come detto Luminol è il pezzo iniziale, guidato ed indirizzato dal possente basso di Beggs, cui segue un’apertura decisa dalle chitarre. Uno splendido inserto del flauto di Travis inframezza il fitto dialogo ritmico tra Beggs e Minnemann, cui si aggiunge con classe il piano elettrico di Adam Holzman. Alcuni accordi di chitarra accompagnano la voce sognante di SW, in un atmosfera improvvisamente mutata e divenuta rarefatta; la capacità di modificare più volte scenario, all’interno della stessa trama, è sempre ottima prerogativa di Wilson, basti ad esempio ascoltare un intervento di piano quasi “jazzy” nella seconda parte del brano oppure un solo breve ma fulminante della chitarra di Govan poco prima della chiusura. Brano eccezionale.

Drive Home richiama il Wilson più malinconico, più nostalgico, che regala sempre brani impregnati di mille sensazioni. Se da un lato la struttura è sicuramente meno elaborata, meno articolata, da un altro questo genere di passaggi ha una grandissima forza sul piano emozionale. Drive Home può ricordare altri episodi di questo tipo ma, ripeto, ha uno spessore emotivo innegabile, dato anche dal maggiore peso melodico. Un dolce arpeggio di chitarra prelude alla parte finale, segnata da un solo inarrestabile di Govan, grondante vera e propria magia.

Una mazzata, The Holy Drinker, si allontana anni luce dalla precedente. Cupa, nera, mette in luce da subito il notevole affiatamento della ritmica ed in questo caso voglio fare una menzione particolare per il lavoro di Marco Minnemann, davvero dotato di  gran tecnica e misura. La voce di Wilson giunge a portare un pò di luce in un atmosfera oscura, supportata da un deciso ingresso della chitarra; improvvise lame di luce, in un susseguirsi di picchi e cadute vertiginose cui Wilson ci ha abituati. Ancora una volta impeccabile il lavoro di Theo Travis al flauto; la parte conclusiva sprigiona inquietudine e drammaticità.

Traccia più breve del disco, The Pin Drop, è sicuramente una delle più immediate e dirette; Travis, questa volta al sax, recita la parte del mattatore e la coralità del canto, unita al crescendo ispirato della musica, ne fanno un vero e proprio gioiello. A ben guardare non contiene niente di particolarmente rivoluzionario ma la sua forza risiede proprio in questo e l’intervento a terminare della chitarra ne conclama l’epicità.

The Watchmaker si apre con un malinconico arpeggio di chitarra sul quale si attesta il canto di Wilson; un mood molto nostalgico e triste sul quale il mellotron di Steven e la chitarra di Govan costruiscono una trama alternativa. La tela viene perennemente fatta e disfatta, in un gioco senza fine nel quale le parti vocali, supportate dal piano, assumono sempre più rilievo. Questo è uno degli aspetti di Wilson che prediligo, la capacità di continuare ad indicare soluzioni alternative (efficacemente) anche quando la strada sembra segnata.

La title track completa il sestetto di tracce; un andamento lento e solenne, una sensazione di ineluttabilità, quasi trascendente ed una parte finale maestosa nella sua tristezza. Francamente non trovo altre parole.

Difficile aggiungere altro, ancora una volta rimango sbalordito da un album di SW e nel mio caso non è un evento che si ripeta con estrema facilità. Nuovamente il tiro è stato spostato, con successo, gusto e tecnica. Ottima band che risulta ormai evidentemente coesa, un’indubbia marcia in più a disposizione di uno dei musicisti più geniali dei nostri giorni.

Max

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commenti
  1. arcadiamix ha detto:

    Già…un tema soprannaturale. alla Alan Parsons, un coinvolgimento alla Pink Floyd, ….The Dark Side of the Moon, responsabile per l’ingegno nella creazione dell’album.attuale La voce di Steven, storie di fantasmi… che si vuole di piu’… quello che mi ha sorpreso è il blocco dei video che hai pubblicato… i Porcupine non perdonano??? ma dai! :o) Cate.

  2. VdGG ha detto:

    Album fantastico, degno del genio di SW. Non vedo l’ora di rivederlo live fra 8 giorni ad Assago.

  3. Max ha detto:

    Album fantastico, evocativo, lirico, suonato in modo pazzesco…grande, grande album Steven… .

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