frontPoche band come i canadesi Voivod hanno avuto la capacità di creare e reinventarsi, spesso quali pionieri musicali in avanscoperta; per certi versi sono stati anche tra i gruppi che per primi e con successo hanno saputo contaminare il metal con sonorità progressive ma nonostante tutto questo, pur con un loro fedele seguito, sono rimasti forse una cult-band. Conosciuti, apprezzati ma forse non tanto quanto meritino.

Non si può dimenticare un trittico di dischi (Dimension Hatröss/Nothingface/Angel Ratche pur tra loro diversi hanno avuto un importanza non secondaria nel passaggio di cui dicevo sopra; tre album che a cavallo dei decenni ’80-’90 hanno profondamente contribuito non solo all’affermazione della band ma anche ad avvicinare due mondi, musicalmente parlando, che parevano distanti intere galassie.

Trascorsi ormai quattro anni da Infini (2009), scomparso purtroppo lo storico chitarrista Denis “Piggy” D’Amour e andatosene Jason Newsted, i Voivod dunque tornano alla ribalta con Targed Earth, tredicesimo album in studio.Intorno agli inamovibili Michel Langevin (batteria) e Denis Belanger (voce) il quartetto si è ricompattato con gli innesti di Daniel Mongrain cui tocca l’ingrato compito di sostituire “Piggy” e Jean-Yves Thériault, membro fondatore del gruppo che è rientrato al basso dall’epoca di Angel Rat.

Come sempre i Voivod non si fanno mancare niente e così, qua e la, spuntano incisi thrash, qualche puntata speed che rimanda alle origini; di base però continua questo loro percorso prog metal abbastanza sui generis, nel senso che i canadesi per le loro peculiarità interpretano questo genere non in modo canonico ma con un approccio sempre del tutto personale. Poco meno di un ora di assalto sonoro, a tratti schizoide e anarchico, come ormai è loro caratteristica. A questo proposito credo basti valutare il singolo scelto per farsene un’idea (Mechanical Mind).

L’album ha avuto tra l’altro una gestazione molto lunga se consideriamo che ci sono voluti circa due anni (pause comprese) per completarlo; esce per Century Media. Pur muovendosi nel solco tracciato in precedenza Targed Earth regala dei bei momenti, tipici e anomali come solo sanno essere quelli forniti dal gruppo del Quebec; ancora una volta, a ben vedere, tra le tracce dell’ultimo lavoro emergono varie e diverse sfaccettaure e credo proprio in questo risieda la loro unicità.

Tutto ciò premesso ci sono poi i gusti personali ed io, devo ammetterlo, non sono mai riuscito a fare miei completamente i quattro canadesi; li adoro quando battono certi versanti, li apprezzo in misura minore quando si rifanno a lontane sonorità speed con qualche  vago eco hardcore. Non fa eccezione questo caso che vede, a mio avviso, una seconda parte più interessante della prima.

Cavalcata in stile “canadienne”, la title track apre bene e con decisione, offrendo immediatamente uno zampillare di idee e di influenze che vanno a consolidare il sound del gruppo. La voce di Belanger, sporca e ruvida, guida l’attacco dei Voivod in un crepitare di sonorità thrash; frequenti cambi di tempo e, conseguentemente, del tema melodico rimandano invece agli assiomi più cari al prog metal in una girandola interminabile di soluzioni e spunti musicali.

Kluskap O’Kom, come la traccia n.8 intitolata Corps Étranger fanno parte di quella tipologia di brani sparati senza pietà nei quali i Voivod perdono un pò delle loro peculiarità; ben suonati, con furore e velocità ma forse leggermente a scapito della geniale fantasia di cui dispongono.

Empathy for the Enemy unisce splendidamente brutalità e malinconia, violenza e dolcezza, un picchiare instancabile interrotto da aperture improvvise, con il duo Langevin-Thériault in grandissima evidenza e le corde vocali di Belanger messe a dura prova.

La già citata Mechanical Mind rappresenta perfettamente il sound convulso e schizofrenico della band, senza tregua e dai toni apocalittici ed imprevedibili. Brano più lungo del lavoro, dall’andamento martellante e quasi compulsivo nella prima parte; la seconda invece si distingue per una maggiore varietà della struttura e tra l’altro si segnala un efficace solo di Daniel Mongrain.

C’è poi un poker di brani che secondo il mio parere sono i migliori del lotto e tra questi, per primo, voglio segnalare senz’altro Warchaic che è quello che più e da subito mi ha colpito. Un andamento lento,  un doom psichedelico pilotato dal basso di  Thériault, lascia poi spazio ad un crescendo che porta la musica verso soluzioni a quel momento impreviste. Ecco che la commistione dei generi, secondo le coordinate Voivod, assume tutti i suoi precisi connotati. Un brano coinvolgente, sorprendente, uno dei più bei passaggi del gruppo.

Di ottima fattura si rivela pure Resistance che se non ha il peso della precedente ha comunque il pregio di essere dotata di un tiro micidiale. Classico brano da gustarsi in concerto perché  sembra tagliato apposta sulla dimensione “live”, dando spazio anche a inserti più ampi per la chitarra. La parte conclusiva, ancora una volta, spiazza per il cambio repentino di mood.

Ottime sensazioni provengono pure da Kaleidos, cantata con voce al vetriolo dal singer; altrettanto si può dire per Artefact,  uno degli episodi più “estremi” del disco, vero “metallo Voivod” grondante sudore.

Chiude la breve Defiance, poco più di un semplice filler.

Dunque un lavoro particolare, come tradizione dei canadesi, interessante e al solito non immediato; per gustarlo appieno richiede un ascolto dedicato e ripetuto ma sa regalare degne soddisfazioni.

Max

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