Marillion (Milano, Alcatraz, 22 Gennaio 2013)

Pubblicato: gennaio 25, 2013 in Recensione Live Shows
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MARILLION (22 GENNAIO 2013 ALCATRAZ MILANO)

S.R. (Steve Rothery, chit.)

S.H. (Steve Hogart, voce)

I.M. (Ian Mosley, batteria)

P.T. (Pete Trewavas, basso)

M.K. (Mark Kelly, tastiere)

L’antico affetto e una buona dose di curiosità, dettata soprattutto dalla ottima impressione lasciata, nel complesso, dal loro ultimo lavoro, mi hanno convinto a partecipare alla prima data milanese di questa parte finale del Tour europeo dei Marillion, un po’ indispettito dal fatto che non avrei comunque potuto assistere alla data fissata per il giorno dopo con set list e, forse, atmosfera diverse. Anche se in qualche modo percepivo il condizionamento della massa di materiale dal vivo visto e sentito on line, non sapevo se aspettarmi un concerto stile marillion: una precisione incredibile, una fedeltà quasi imbarazzante rispetto alle incisioni (con poche divagazioni o improvvisazioni), ma il tutto arricchito da una partecipazione del pubblico sempre all’altezza.

L’inizio non è stata una sorpresa: Gaza. La scelta di introdurre i concerti di questa parte di tour con questo pezzo probabilmente è un segnale. Un brano che racconta di una capacità compositiva (parole e musica) ormai consumata, di gran classe ma anche, per molti versi, nuova. E, dal vivo, l’idea di arricchirne il contenuto emotivo già notevole con una interpretazione solida e toccante, ma anche con un’insolita ed inaspettata spiegazione ad opera di S.H. circa le motivazioni e le intenzioni che hanno accompagnato la scrittura di questo testo (spiegazione purtroppo poco comprensibile per chi non è stato in grado di seguire perfettamente la lingua inglese). Da un punto di vista esecutivo nulla da dire, ed anzi è stata sorprendente, soprattutto a fronte di qualche uscita recente, la tenuta vocale di S.H. anche nelle note alte e più intense (almeno così mi è sembrato).

Un delicato arpeggio di S.R., sempre centrato in tutti i suoi interventi, ci introduce a Ocean Cloud, davvero una delle mie preferite. Nonostante si percepisca ormai una apparente “facilità” con cui viene eseguita, per essere uno dei pezzi più presenti nelle set list recenti, non è possibile dimenticare l’oggettiva difficoltà di certi passaggi che sono stati resi al meglio, grazie alla sicurezza della base ritmica e alle coloriture del tessuto chitarristico, veramente appagante. A mio parere nella resa del brano ha avuto una piccola ma decisiva importanza anche un uso delle luci non eccessivo, e tuttavia, forse proprio per questo, abbastanza particolare ed intenso. Poi un po’ di pubblicità all’ultimo album.

Dopo Gaza, Pour My Love, un brano accreditato, musicalmente, per intero a M.K. ed infatti immediatamente riconoscibile per l’intro di piano ispirato (lo hanno dichiarato) alle atmosfere alla Todd Rundgren (a me ricorda piuttosto Donald Fagen  – Steely Dan). Ma è solo una divagazione leggera, anche se di gran classe, destinata a lasciare spazio ad un altro dei classici della produzione hogartiana, Neverland, con la sua introduzione così passionale che uno S.H. in gran forma (ebbene sì anche fisica) è riuscito a restituirci in tutta la sua pienezza, mantenendo sempre chiaro il timbro alto della sua esposizione. Anche qui la tensione emotiva degli interventi di S.R. è notevole, ma non avrebbe avuto alcun effetto senza la preziosa e puntuale la base ritmica di I.M. e P.T. e soprattutto senza le atmosfere create da M.K. al di là dei suoi singoli interventi di raccordo.

Ancora nuovo album, con Power, che segnalo, ancora una volta, per una buonissima performance vocale di S.H. oltre che per le geometrie del basso trascinante e portante insieme di P.T.  A seguire altri due brani dell’ultimo lavoro, Sounds that Can’t Be Made e The sky above the rain; il primo forse è stata la delusione maggiore del concerto, probabilmente perché su CD questo pezzo è cresciuto alla distanza fino a diventare, alla fine, uno dei migliori dell’intero lavoro (insieme a Montreal che mi piacerebbe moltissimo apprezzare dal vivo ma che – purtroppo – non mi risulta proposta spesso). Dal vivo è infatti mancata, stranamente, l’enfasi che ne caratterizza l’incedere soprattutto nel cambio di atmosfera tra una strofa e l’altra e nelle ritmiche ossessive delle tastiere, così come l’eco di vecchie sonorità nel passaggio tra le tastiere e l’assolo di S.R.. Il tutto mi è sembrato un po’ slegato e scomposto, mi aspettavo molto di più..peccato. The Sky Above the Rain invece mi è sembrata davvero coinvolgente e adatta alle sonorità vocali che ho avvertito per tutta la serata da S.H.

Improvvisamente un tuffo nel passato: si parte con The Great Escape, che non ricordavo così intensa e che mi ha fatto riscoprire la bellezza di Brave (con la voglia di risentirlo –tutto – dal vivo). Il pubblico ha accompagnato con entusiasmo le “urla strazianti” di S.H. e le cesellature davvero deliziose di uno S.R. ancora capace di rendere nuove e non consuete emozioni da un pezzo sempre notevole per la sua drammaticità. Subito dopo S.H. ha iniziato a giocare con la chitarra acustica ed è partita Man of a Thousand Faces, sempre travolgente con la sua base ritmica irresistibile.

Ma è stato solo il preludio ad una piccola passeggiata nell’era Fish: Warm Wet Circles, intensa ed evocativa, con la coda inaspettata di That Time of the Night. Certo, la mente corre subito alle memorabili interpretazioni degli anni ’80, ma la trappola è dietro l’angolo e bisogna essere capaci di schivarla. Il mio approccio al concerto non è stato tecnico ma emozionale, e devo riconoscere che quelle note sono comunque arrivate al cuore, al di là di ogni inutile confronto. Rimango sempre colpito dal modo in cui S.R. riesce a ricreare con assoluta fedeltà i suoni sempre diversi, ma stampati nella nostra testa, del suo strumento non solo nei diversi brani ma anche all’interno dello stesso pezzo. Notevole. E questo senza parlare della regolarità di I.M. (che finisce per sembrare facilità) e della struttura portante del basso di P.T. (quella base ritmica è essenziale per comprendere il fascino delle atmosfere marillioniane).

La serata si è chiusa con due pezzi eseguiti magistralmente. Easter, vero cavallo di battaglia di S.H. e cifra della sua impronta sul gruppo e, a seguire, un brano che non mi sembra di avere mai sentito dal vivo, Three Minute Boy, che, rispetto alla versione da studio, ha acquistato una dimensione drammatica e piena di pathos inaspettata. Il calare in finale risulta poi adattissimo a chiudere in modo teatrale la serata.

Non essendo un tecnico posso solo raccontarvi delle mie sensazioni ed emozioni durante e dopo l’esibizione. L’impressione non è stata quella di un concerto storico; ma forse perché le aspettative erano tantissime e ci si abitua in fretta al bello. Ma le emozioni sono arrivate tutte ed è questo che conta. Altrimenti, per esempio, come spiegare il vero rammarico per non aver potuto partecipare anche alla seconda serata?

Silvano Imbriaci

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