frontNel 2010 ci avevano regalato un bellissimo album, Petali di Fuoco, che ritengo uno dei migliori esempi del progressive italiano attuale. Oggi La Maschera di Cera si ripresenta con un progetto molto particolare. Le Porte del Domani infatti è l’ambiziosa idea di costruire un sequel di Felona e Sorona delle Orme, giusto a quarant’anni di distanza. L’operazione è complessa e per certi versi curiosa, a parer mio non priva di insidie.

Innanzitutto perché l’album primigenio è stato considerato da sempre uno tra i più carismatici ed emblematici nel panorama nazionale, tra quelli che in assoluto ha ricevuto più consensi all’estero; ed ancora, perché il progetto di per sé può prestare il fianco a rilievi e paragoni in modo quasi automatico. Non ultimo il lasso di tempo quasi siderale trascorso tra le due opere e dunque la difficoltà nel rendere moderna un’ intuizione che affonda le sue radici in un tempo ormai lontano e mutato.

Credo che quel geniale ed instancabile musicista di Fabio Zuffanti abbia sicuramente voluto rendere omaggio al passato indimenticabile del progressive di casa nostra e forse, va da sé, può essere interpretato anche come un confronto tra due stagioni dello stesso genere musicale, ormai distanti.
Anche la copertina è a cura del pittore Lanfranco, come nel caso dell’illustre predecessore; è da notare la bellissima iniziativa di pubblicare il Cd nella versione italiana ed inglese (intitolato The Gates of Tomorrow), così da potere soddisfare giustamente i gusti di ognuno in merito al canto.

Il plot come detto prende le mosse dal finale di Felona e Sorona; una conclusione chiara secondo alcuni (inconciliabilità tra i due mondi, l’eterna guerra tra il bene ed il male, l’alternanza di luce e di vita che condanna comunque al buio) ma irrisolta invece per altri, tra i quali proprio la band genovese.

Nove brani, nove parti che compongono la storia che qui trova un epilogo positivo e definitivo, attraverso momenti musicali di struggente intensità (nell’occasione ho preso in esame la versione in italiano); se il punto di partenza, musicalmente parlando, è scontato non altrettanto ne è l’evoluzione. Echi del Banco, dei Jethro Tull e persino dei Van der Graaf Generator sono rintracciabili qua e la, come ulteriore adesione e proiezione a ritroso. Ma non va dimenticato tutto quanto di buono e di loro mettono i genovesi, a cominciare dal timbro coinvolgente ed importante di Alessandro Corvaglia, vero mattatore in alcuni momenti. Le sonorità sono fatalmente ammantate di una patina vintage, non sono frequenti gli spunti e i balzi in avanti tipici de LMDC.

Tutti i musicisti, da Agostino Macor (tastiere) a Maurizio Di Tollo (batteria e coautore dei testi), dai fiati di Andrea Monetti alla chitarra solista della efficace Laura Marsano, riescono a d esprimere perfettamente tensione, dramma, solitudine, amore, pace, speranza. Su tutti Fabio Zuffanti, basso e mente creativa.

Ritorno dal Nulla rappresenta lo start, il punto di partenza ed è per ovvi motivi uno dei brani più vicini all’album di riferimento; il sound de Le Orme è qui volutamente richiamato e cercato essendo questo il trait d’union, in alcuni momenti addirittura ostentatamente. Da subito va evidenziata l’accuratezza dei testi sempre carichi di significati e di simbologie (Si apre la porta del cielo/termina l’era del buio/scintille e lampi di luce/ vita/ nell’abisso senza voce…),  il prezioso lavoro dei fiati e la predominanza delle tastiere, tese ad enfatizzare l’atmosfera.

Il flauto, la chitarra acustica, il canto di Corvaglia ne La Guerra dei Mille Anni rimandano nuovamente alle sensazioni di tanti anni fa con evidenti reminiscenze Jethro Tull.

Ritratto di Lui Ritratto di Lei sono delicate ed intense istantanee che raccontano le paure e le speranze, i timori e gli aneliti dei due amanti.

Mood totalmente diverso per L’Enorme Abisso, traccia nella quale spiccano similitudini con il Banco e persino con qualcosa dei Van der Graaf Generator. Di rilievo la prestazione al sax di Martin Grice che conferisce un “graffio” ulteriore al sound de La Maschera di Cera.

Se Viaggio Metafisico è forse il passaggio che meno mi ha impressionato, pur non essendo banale, ci sono due tracce che ritengo le migliori del Cd e cioè Alba nel Tempio Luce sui Due Mondi. Nella prima, l’intensità della musica e della voce di Corvaglia sono allo zenith, regalando momenti emozionanti mentre nella seconda si chiude il cerchio, in modo epico e felice, con un solo di tastiere conclusivo roboante.

Alle Porte del Domani termina il disco, una sorta di importante coda strumentale al plot.

Disco suonato e cantato in modo impeccabile che però mi lascia lievemente perplesso; inteso come tributo ad un album, ad una band e ad una stagione del passato è di valore indiscutibile. Per lo stesso motivo però mi rimane qualche dubbio poiché è talmente fedele allo spirito originario da non intravvedere spunti innovativi. Decidendo di mettere mano in qualche modo su di un’opera così datata, è evidente che non riesco a coglierne l’essenza; non è un atto di accusa ma probabilmente un mio limite.

Max

commenti
  1. Franco scrive:

    Gran bel disco, come i precedenti del resto, pur rendendo un doveroso tributo al prog italico e non solo.

  2. arcadiamix scrive:

    Molto interessante, non li conoscevo…vale la pena di approfondire… commento sempre molto curato nei particolari, come tutto il blog del resto. Grazie.

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