frontOramai ci hanno preso gusto e così ogni due anni i Saxon se ne escono con un nuovo album; Sacrifice, titolo dell’ultima release, porta il conto al rispettabile numero di 20 per una discografia che si va facendo sempre più vasta. La band di Biff Byford Paul Quinncon milioni di dischi venduti, è tra le più longeve (l’album di esordio data 1979…) e di successo dell’intero panorama heavy metal e, a dispetto dell’età e del trascorrere inesorabile del tempo, è ancora in grado di incendiare i palchi di tutto il mondo.

Va anche rilevato che se The Inner Sanctum (2007) non aveva dato l’idea di un gruppo in gran forma i seguenti Into the Labyrinth (2009) e Call To Arms (2011) si erano invece rivelati convincenti e totalmente…Saxon, mostrando un gruppo ancora affamato di metal, sudore e grinta.

Biff credo sia un caso a parte nella vasta pletora dei metal singer, evidentemente si deve essere abbeverato alla fonte dell’eterna giovinezza perchè passano gli anni ma riesce tuttora a sprigionare una potenza e una cattiveria che lasciano sorpresi, mantenendo costantemente timbri alti ed aggressivi.

Da sempre gli è degno compare il chitarrista Paul Quinn, l’altro eterno “giovanotto” del quintetto, co-autore di molte scorribande musicali; il cantante ed Andy Sneap (TestamentAccept, Megadeth, Exodus tra gli altri) hanno curato la produzione di questo breve e veloce Cd, registrato in Inghilterra. 40 adrenalinici minuti di heavy metal reso più grintoso e bellicoso che in precedenza. Proprio la potenza la fa da padrone e penso si possa ritrovare in questo la mano ed il gusto di Sneap, il quale ha senz’altro irrobustito il sound della band dello Yorkshire, rendendolo così più attuale.

Al proposito voglio aggiungere una mia personale impressione e cioè che il producer sia riuscito a fondere il tipico suono dei Saxon con qualche lontana eco dei Megadeth, a tratti questa sensazione si fa strada ed il risultato è molto piacevole.

Le battaglie tra le chitarre di Quinn e Doug Scarratt rimangono epiche ed imperdibili, la ritmica martellante delle pelli di Nigel Glockler e del basso di Nibbs Carter erge come al solito un muro inscalfibile sul quale poggiano le numerosi varianti dei chitarristi e di Byford.

Dopo la consueta e tenebrosa introduzione (Procession) tocca alla title track colpire con la prima mazzata. Sacrifice mostra immediatamente di che pasta siano fatti ancora oggi i Saxon, più feroci che mai, con riff delle chitarre induriti rispetto alle ultime prove.

L’introduzione quasi “folk” di Made in Belfast non deve tradire, la quiete dura il giro di pochi secondi; Byford e compagni riprendono a picchiare il ferro, questa volta con un brano più sincopato nel quale è da notare il lavoro di Glockler, compatto ed asciutto. Nuovamente si percepisce una maggiore “ferocia” nei riff delle chitarre, un aspetto questo che vedo, ripeto, come elemento di novità.

Lo sfrecciare delle monoposto fa da cornice a Warriors of the Road, pezzo sparato a velocità folle, uno di quelli che mi sono piaciuti di più perchè immediato e trascinante, come deve essere l’heavy. Credo abbia tutti i titoli per potere venire accostato con merito ai vecchi classici del gruppo, possiede l’impatto di una fucilata.

Sugli stessi ottimi livelli la successiva Guardians of the Tomb, inaugurata da una parte solo della chitarra di Quinn, abile anche nel backing vocal a supporto di Biff. Una vera e propria lama tagliente, una traccia carica di potenza e di energia che non manca peraltro di presentare una struttura più articolata, nella quale spicca un solo incendiario della sei corde.

E così si va avanti tra pezzi dal sapore classico e dal gran tiro come Stand Up and Fight (con tutte le potenzialità di un anthem) ed altri corali e dalle grandissime potenzialità live come Walking the Steel, ballad up-tempo ben congegnata tra sezioni esplosive ed altre più di attesa. 

Un calo di tono lo individuo in Night of the Wolf, dotata al solito di carica esplosiva ma piuttosto scontata e ripetitiva nella melodia e nel ritornello; a suo merito va però anche un magnifico lavoro delle chitarre tra cui un’acustica, giusto a dividere in due fasi il brano.

Con Wheels of Terror i Saxon ripartono con estrema decisione secondo la direttrice a loro più cara e cioè quella di un heavy ancora fresco e coinvolgente, sempre in grado di entusiasmare; a chiudere questa cavalcata giunge Standing in a Queue nella quale si può riscontrare “qualche” assonanza con il sound AC/DC. Il motore sonoro viaggia costantemente nella zona rossa del contagiri, impossibile non restarne coinvolti.

Dopo più di trent’anni non è facile riuscire a sfornare ancora un disco come Sacrifice, pare che per gli inglesi il tempo si sia fermato; un songwriting ancora incisivo corroborato da buone intuizioni della produzione. In sintesi un riuscito connubio tra i canoni più cari alla band con alcuni necessari e producenti correttivi.

Per conto mio promosso a pieni voti !

Max

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