frontDa molti anni ormai la Polonia è divenuta una discreta fucina di proposte musicali; a cominciare dai ben noti Riverside, si sono via via presentate band molto interessanti come Quidam, Retrospective, Indukti o, passando al death metal, i “vecchi” Behemoth.

Un paese dunque in grande fermento sotto il profilo musicale, rappresentato da gruppi tutti dotati di ottima cifra tecnica, gusto e buone idee. Tra questi cominciano ad affacciarsi con più insistenza anche i Votum giunti già al terzo album della loro carriera; titolo in questione è Harvest Moon.

Pur non essendo all’esordio, documentatomi, non mi pare che sinora abbiano raccolto un grosso seguito, quanto meno in Italia; alcune date come band di contorno hanno contribuito a farli conoscere essenzialmente nell’est e nel nord Europa, potendo suonare fianco a fianco a Opeth, Katatonia, Pain of Salvation. Da noi sono ancora nelle retrovie, di nicchia.

Il debutto risale al 2008 con Time Must Have a Stop, cui ha fatto seguito l’anno dopo il secondo capitolo, Metafiction;
questo è stato il disco che ha contribuito ad innalzarli di livello, cominciando a suscitare interesse e non a caso gli appuntamenti live più importanti sono giunti da qui in poi. Dunque, dopo qualche anno di dura gavetta, si ripropongono con questo Harvest Moon che dico subito è a dire poco interessante.

Autori di un  Prog Metal piuttosto singolare, che se da un lato prende ispirazione da Riverside e certi Porcupine Tree, evidenzia comunque un gusto, una ricerca dei suoni non comuni. Inoltre le undici tracce che compongono il Cd, pur omogenee e funzionali alla riuscita, si differenziano allo stesso tempo, mettendo in risalto una particolarità.

Si ha come l’impressione che i Votum sappiano ondeggiare tra brani di matrice prog ed altri spiccatamente più prog metal; riescono a creare situazioni musicali differenti alle quali, di conseguenza, corrispondono diverse sensazioni: melodia e atmosfera coesistono con mood e sonorità decisamente più aggressive.

Sanno dunque essere molto duri ed un momento dopo molto dolci e questa è la caratteristica che più mi ha fatto apprezzare questo loro nuovo lavoro.

Undici brani molto stimolanti con l’eccezione di due passaggi a mio modo di vedere meno riusciti; in particolar modo voglio segnalare Vicious Circle, brano di apertura, dalle sonorità intriganti in bilico tra un prog d’antan e una buona verve prog metal moderna. Mette in luce le qualità del cantante Maciej Kosinski e con lui il bel lavoro delle chitarre di Alek Salamonik Adam Kaczmarek, capaci di volare da teneri e sognanti arpeggi a pesanti riff.

First Felt Pain parte invece a razzo, una vera bordata inferta dalla batteria di Adam Lukaszek accompagnata dal possente basso di Bartek Turkowski. Una efficace scansione del piano di Zbigniew Szatkowski apre a una splendida melodia, interpretata con vigore e passione dal singer mentre il lavoro della ritmica si mantiene incessante e variato in modo apprezzabile. Non mancano stacchi e variazioni di scenario, ora aperti dal piano, ora da una chitarra acustica così da mantenere sempre viva l’attenzione. Belli anche gli impasti vocali che preludono ad un breve ma ficcante inciso di chitarra.

Note di un’acustica aprono dolcemente per Bruises, pezzo carico di quella magia che spesso gli Opeth sanno regalare; qui la voce di Kosinski rimanda vagamente al timbro di Åkerfeldt e l’ingresso del piano ad innalzare il pathos completa l’opera. Un ottimo solo di chitarra squarcia il pezzo, conducendo verso una seconda parte più mossa ma sempre carica di atmosfera. Ritmica precisa, variata, in grado di coprire o lasciare volutamente spazi.

Steps in the Gloom ricalca le orme sonore sopratutto dei Riverside; apertura affidata ad un tappeto ritmico di lieve profilo, sul quale un ipnotico riff di chitarra e poi la voce del singer vanno a costruire la melodia, completata dall’opera delle tastiere, talvolta in retrovia ma sempre presenti. Fratture sonore, comparsa di suoni quasi noise, per poi riprendere mollemente ad avvilupparsi intorno alla melodia centrale, costellandola di numerose improvvisazioni tra le quali ottimi interventi delle sei corde.

New Made Man, Numb, Ember Night, Deadringer sono altri pezzi molto validi, ottimamente suonati ed in grado di suscitare emozioni

Questo in breve il nuovo Cd dei Votum, sopra ho citato i loro riferimenti musicali. Quel che è certo è che i polacchi ci mettono anche del loro (e non è poco!), confezionando un disco che mi piace di più ad ogni ascolto. Consigliato!

Max

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