frontCome annunciato lo scorso settembre in occasione dell’uscita di English Electric (Part One), puntualmente a marzo i Big Big Train  si ripresentano proponendo il secondo capitolo, English Electric (Part Two).

La prima parte di questo doppio lavoro, quella uscita nel 2012, si è rivelata un successo, addirittura magnificata dalla stampa inglese; anche da noi i riscontri sono stati molto positivi ed in effetti posso dire di averlo trovato uno degli album progressive migliori dello scorso anno. La capacità di miscelare elementi canonici e nuovi, il sapere tratteggiare in modo delicato ma al tempo stesso incisivo situazioni e personaggi, un songwriting mai banale e scontato fanno sì che ogni episodio sia spesso denso di spunti notevoli.

Finalmente, verrebbe da dire, i giusti meriti sono stati tributati al gruppo di Greg Spawton e compagni; trovata la quadratura del cerchio con una formazione stabile il gruppo pare davvero lanciato verso un orizzonte roseo, supportato da continui miglioramenti.

A fronte di tutto ciò va anche annotato che la line up, fermi restando i 5 membri principali, si è andata ad arricchire con l’ingresso alle tastiere di Danny Manners, già presente come membro “a latere” nel primo capitolo.

Se nello spirito, nei testi e nella musica si volesse indicare una band davvero inglese, in ambito new prog, questa non può essere che BBT; non solo (e non più) una versione moderna ed aggiornata dei Genesis  perché in realtà la band ha oramai espresso delle peculiarità proprie, ha di fatto un suo “suono” che non è prerogativa di tutti.

Prodotto nuovamente da Andy Poole ed inciso rigorosamente in England, questo “secondo tempo” del progetto si rivela da subito calibrato e coinvolgente; i BBT continuano il viaggio attraverso paesaggi e personaggi tipici ed aderenti al mondo britannico. Uomini e donne che lavorano nelle più disparate situazioni, delineati e raccontati in musica con dovizia di particolari. Sette brani che vanno a chiudere il cerchio in modo brillante, confermando valida l’intuizione di dividere fisicamente in due parti (e dunque due uscite) una mole di musica altrimenti troppo imponente.

East Coast Racer, una suite di quasi sedici minuti, apre le danze ed è un inizio fantastico; molto del catalogo della band è racchiuso in questa traccia e a dispetto della lunghezza è un brano che conquista immediatamente, al primo ascolto. Uno stupendo affresco di prog inglese che funge perfettamente da compendio tra atmosfere del passato ed attuali. La cura dei suoni denota che nulla viene lasciato al caso; dalla voce caratteristica e magnetica di David Longdon al consueto drumming estremamente fantasioso e puntuale di Nick D’Virgilio. Splendido pure il lavoro al piano di Manners che conferisce un tocco di melodia e grazia ulteriore al gruppo; una girandola di emozioni sonore che si rincorrono tra sezione più complesse e movimentate ed altre decisamente più melodiche, con gradevolissimi arrangiamenti di fiati ed archi. In questo caso i BBT non si sono fatti mancare davvero niente.

Un duetto tra il canto di Longdon e accordi di piano costituisce il prologo di Swan Hunter, magnifico quadretto “dipinto” nella campagna inglese; i richiami a certo repertorio Genesis affiorano qua e la, filtrati e rielaborati come sempre dalle spiccate personalità dei sei musicisti. Anche in questo caso va sottolineato il lavoro rilevante compiuto in sede di arrangiamento; ottimo l’intervento conclusivo della chitarra di Dave Gregory.

In Worked Out, pezzo che a tratti si accosta quasi a matrici folk-prog, il cantante si sdoppia fornendo anche un’ottima prova al flauto. Di nuovo le chitarre salgono alla ribalta mentre la ritmica di Spawton e D’Virgilio scolpisce scenari multiformi.

Se c’è un solo momento non dello stesso livello, della stessa grana, questo è Leopards. Un andamento estremamente pacifico caratterizza il brano più breve del plot, inframezzato da stacchi vocali e ritmici utili a non cadere nella monotonia. In definitiva il brano ottiene una valutazione comunque ben oltre la sufficienza ma, a mio parere, rimane come un pò avulso dal resto.

La seguente Keeper of Abbeys riporta in alto le sorti di questo album grazie, ancora una volta, alle varietà di temi e di soluzioni contenute; banjo, mandolino e violini fanno la loro comparsa con decisione, colorando in modo singolare ed inequivocabile il pezzo. Ottima la chiusura della chitarra.

The Permanent Way trascina le emozioni ancora oltre, forte di una melodia romantica e sognante dettata nuovamente dal piano; il canto di Longdon emerge limpido e carico di pathos in un contesto idilliaco. Grazie alle intuizioni percussive di  D’Virgilio il brano trova variazioni ed evoluzione, lasciando spazio all’incedere delle tastiere prima e della chitarra poi per un finale progressivamente a diminuire, sfumando.

Si termina con un altro grosso calibro, Curator of Butterflies. Di nuovo l’incipit è giocato tra piano e canto cui viene presto in soccorso un ottimo tappeto di tastiere; il motivo musicale e la prova vocale del singer sono da brividi, il pezzo cresce lentamente montando come una marea che letteralmente trascina via. A mio avviso uno dei migliori momenti prog degli ultimi anni,  splendido !

Album bellissimo, non troppo distante da una valutazione al top. Per la cura di ogni aspetto, per la qualità della musica, per l’impasto sonoro tra i diversi strumenti si tratta davvero di un’opera fondamentale per il progressive odierno, forse superiore anche al primo episodio. Di certo si candida ad essere una delle migliori uscite di questo anno.

Max

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