frontQuando ti chiami Eric Clapton e stai per compiere 68 anni, musicalmente ti puoi permettere qualsiasi cosa; non ha più niente da dimostrare e hai la consapevolezza di avere scritto pagine indelebili nella storia del rock. Metti che poi magari le idee comincino a scarseggiare, sono trascorsi tre anni dall’ ultimo album e allora ti decidi a fare un disco..per te.

Old Sock, presentato da una copertina almeno “discutibile” (per usare un eufemismo) è infatti una raccolta di brani apprezzati negli anni da “mano lenta” e vede contenuti soltanto due pezzi nuovi. Da Peter Tosh Taj Mahal, dall’immancabile J.J.Cale Gary Moore, passando per Otis Redding e addirittura Gershwin.

Non è un’operazione nuova nè sconvolgente, basti ricordare quella che ha prodotto in modo analogo l’anno scorso Sir Paul McCartney; a mio avviso però quella del baronetto, complessivamente, era riuscita meglio. Vuoi per i brani scelti, vuoi per un maggiore entusiasmo che Paul lasciava trasparire.

L’album di “slowhand” oltretutto è il numero 20 della sua carriera solista e forse, in tutta franchezza, avrebbe meritato un coronamento migliore.La band che accompagna il chitarrista inglese è composta al solito da nomi eccellenti: Steve Gadd (batteria), Chris Stainton (tastiere) e Willie Weeks (basso) ma a completare c’è un cast di ospiti stellare. Tra questi mi limito  a segnalare Steve Winwoodlo stesso Paul McCartney, Jim Keltner, J.J.Cale. 

Qualità degli interpreti eccelsa dunque ma qualcosa a mio parere non quadra; Old Sock suona un pò stiracchiato e stanco, se si eccettuano pochi episodi. Gotta Get Over Every Little Thing sono le uniche nuove proposte. La prima si snoda come un classico rock-blues del repertorio più datato, ancora viva e mordente, impreziosita da splendidi cori femminili; Clapton si muove da par suo e al riguardo c’è poco da aggiungere o scoprire. La seconda è una nuova fiammata di ritorno al periodo reggae (quello tra il ’74 ed il ’76, un amore comunque mai sopito), che si intreccia con il tema di una ballad.

Per il resto ancora richiami giamaicani con Further On Down the Road (Taj Mahal ), Till Your Well Runs Dry (Peter Tosh), Your One and Only Man (pezzo di Otis Redding coverizzato in salsa reggae).

Quanto al blues da citare assolutamente Still Got the Blues, traccia migliore del lotto, che vede tra l’altro in azione il grande Steve Winwood all’ Hammond.

L’ennesima collaborazione con J.J. Cale questa volta si propone con Angel mentre non va trascurato il bello standard All of Me cantato e suonato con Macca.

The Folks Who Live On The Hill Our Love is Here to Stay (Gershwin) sono bollenti standard, sospesi tra venature blues e atmosfere molto jazzy.

Nessun particolare sprazzo per Born to Lose Goodnight Irene.

Musica suonata da grandi interpreti, di qualità ineccepibile; Clapton si divide tra elettrica, acustica, 12 corde, dobro, mandolino e sciorina come sempre tutto il suo talento e classe infinita. L’operazione però stenta e a mio parere non riesce a decollare perchè carente di…sale, una minestra un pò insipida. Indicato per completisti.

Max

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