David Bowie The Next Day 2013

Pubblicato: marzo 12, 2013 in Recensioni Uscite 2013
Tag:, , , , , ,

FrontA meno di altre incredibili sorprese questo si candida sin da adesso a diventare l’evento musicale dell’anno: il ritorno di David Bowie non è tale solo perché sono già trascorsi dieci anni dall’ultimo album (Reality) ma sopratutto perché in buona sostanza sono stati anni di silenzio che più di una volta hanno fatto pensare ad un ritiro dalle scene. E probabilmente questo atteggiamento è e può essere solo appannaggio dei Grandi (scritto volutamente con la maiuscola); nel momento in cui un’artista di tale statura ha realizzato di non avere niente da dire, da proporre, ha preferito il rigoroso silenzio, indipendentemente dal fatto che le supposizioni sulle sue precarie condizioni di salute fossero solo tali o meno.

Non so e forse non credo che per The Next Day possa essere usata l’accezione “capolavoro” ma sono assolutamente convinto che il Duca riesca ancora a sorprendere positivamente con un album strano, eterogeneo, composito, potente: dentro si trovano flash del Bowie-Ziggy, del periodo disco (Young Americans), chiari ed inequivocabili richiami alle atmosfere della trilogia berlinese, frizzanti rimandi al periodo dance (Let’s Dance), link alle ultime due produzioni in ordine di tempo (l’ottimo Heaten ed il più che dignitoso Reality). 
Manca dunque un vero e proprio filo conduttore o almeno, all’apparenza non sembra ci sia. La grandezza risiede nel riuscire a fare suonare ancora fresche e profonde intuizioni e sensazioni che appartengono al passato, presentandole in una carrellata talvolta anche ironica e quasi slegata. Il timbro è ancora quello dei momenti migliori, sopratutto in quei bassi tenebrosi e caldi come lui e pochi altri sanno regalare.

A presiedere le operazioni, come di prammatica, l’insostituibile Tony Visconti, vero alter-ego di Bowie capace di produrne gli album rimasti indimenticabili; come musicisti sono presenti molti di quelli già all’opera nei due album precedenti, a cominciare dal grande Tony Levin (basso) per continuare con Gerry Leonard (chitarra), Zachary Alford (batteria), Gail Ann Dorsey (basso), Steve Elson (sax); una squadra oramai affiatata anche se rimasta inattiva per lungo tempo.

The Next Day è il brano d’apertura, una partenza forte, possente, che mostra immediatamente il Duca Bianco in forma smagliante; pare davvero di essere tornati indietro di qualche decennio, sospesi tra Station to Station Scary Monsters;  i brividi fioccano !

Dirty Boys, suadente e sgangherata nel suo tempo ipnotico, è caratterizzata dal “controcanto” del sax baritono suonato da Steve Elson; il pezzo ha quella forza evocativa e “sporca” (appunto) tipica di Bowie e si distingue anche per l’ottimo lavoro della chitarra di Leonard.

Già in rotazione sui principali network The Stars (Are Out Tonight) è pezzo potente e immaginifico, personalmente come impatto mi ricorda il periodo di Let’s Dance anche se la pasta di cui è fatto è diversa, sicuramente più elaborata e ricercata grazie al possente arrangiamento operato da Visconti.

Un nuovo balzo nel tempo verso differenti sonorità, verso visioni musicali diverse: Love Is Lost vede David disimpegnarsi anche alle tastiere e il mood che si crea è qualcosa a metà tra le migliori cose di Heathen e rimandi, se vogliamo periferici, a sensazioni disperate appartenenti alla trilogia (Lodger in particolar modo).

Il primo singolo è la bellissima Where Are We Now dove Bowie, ancora alle tastiere, offre una delle migliori performance vocali di tutto il lavoro; un canto appassionato, caldo, coinvolgente, destinato a rendere unico il brano. E’ da sottolineare come a dispetto di una discografia incredibile sia ancora in grado di scrivere un pezzo simile, non è da tutti.

Una ballad up-tempo, un rock lento, così si presenta Valentine’s Day, breve e gradevole, dove si respira quasi l’aria del musicista ad inizio carriera, pieno di belle speranze e che aveva deciso di darsi uno pseudonimo…

Il drumming compulsivo di Zachary Alford e la voce di Gail Ann Dorsey aprono If You Can See Me; uno degli episodi più concitati, dove la melodia è solo di contorno e per quanto necessario, in uno scenario dominato da una ritmica ossessionante ed incalzante.

I’d Rather Be High è un canto disperato contro la guerra, con una batteria ovviamente “marziale” ed un andamento che è quello sospeso tra un auspicio ed una preghiera. Suggestiva, come sempre, la parte vocale; un atmosfera abbastanza seventies.

Boss of Me ha un andamento funky ma rallentato, a mio parere non avrebbe stonato su Diamond Dogs. Ancora una volta, oltre alla base ritmica, va rilevato il considerevole apporto del sax baritono, una presenza importante.

Bella la chitarra di David Torn in Dancing Out In Space, passaggio che unisce i tipici dettami bowiani ad un rock di matrice space e comunque psichedelica. L’ effetto finale è piacevole anche se a dirla tutta le parti di basso e batteria vengono fuori un pò piatte e troppo ripetitive.

Altra canzone sulla guerra è la seguente How Does The Grass Grow? e francamente è una di quelle che trovo meno convincenti, probabilmente perchè ritengo almeno improbabile l’inserto del ritornello di Apache. Confusionaria.

(You Will) Set The World On Fire riporta sotto i riflettori un Bowie che sa miscelare grinta, potenza e melodia, grazie alla sua voce sempre estremamente espressiva.

Imbracciata la chitarra acustica il Duca snocciola appassionato You Feel So Lonely You Could Die, una ballad che restituisce in toto le sonorità di inizio carriera. Di spessore l’arrangiamento degli archi e i cori, tesi a creare una notevole enfasi.

Chiude alla grande Heat; oscurità, disperazione (…And I tell myself/I don’t Know who I am…), per più di quattro minuti si è scaraventati a ritroso dentro quell’immenso capolavoro che rimane Low. Tutto è cupo, solitario, angosciato, depresso; il Bowie suggestivo, evocativo, è tutto in questo brano.

Più delle parole può l’ascolto, mai come in questo caso. A ben vedere giusto tre pezzi sono lievemente sottotono, per il resto c’è davvero da scegliere. I riferimenti agli album del passato sono frutto di sensazioni estremamente personali, ognuno magari ne troverà di altri, forse anche più calzanti; in ogni caso Bowie è tornato ed è in gran spolvero

Here I am, not quite died/My body left to rot in a hollow tree

Max

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...