The Green Violinist More Thrill & Never Ending Blessing 2013

Pubblicato: marzo 13, 2013 in Saranno famosi
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frontContinuando a esplorare le nuove proposte mi sono imbattuto in questa band proveniente dal Belgio, capitanata dal cantante e tastierista Vincent Dufresne; l’album in questione si intitola  More Thrill and Never Ending Blessing.

Il nome del gruppo è chiaramente ispirato alla omonima pittura di Marc Chagall tramite la quale Dufresne ha cercato di tradurre in note le profonde sensazioni ricavate.

Poche e frammentarie le notizie a disposizione sul gruppo che comunque è formato da sei elementi; oltre al citato front man ne fanno parte  Rex P (basso), Gabriel Peeters (batteria), Emilie Laclais (backing vocals), Raphael Bresler Mathieu Vandermolen (chitarre). L’ album è uscito per Galileo Records.

Volendo dare un riferimento cognitivo, uno spunto di partenza, questo non può essere altro che rappresentato da un nome: Anathema.

Il sound dei belgi infatti si rifa intuitivamente a quello di Cavanagh & Co. pur denotando di non volere rinunciare ad evidenziare le proprie intuizioni.

Il mood che spesso emerge dai brani, il timbro di Dufresne e comunque l’utilizzo delle vocalità e dei cori, le atmosfere spesso nostalgiche arricchite da arrangiamenti di archi, l’uso di sonorità elettroniche  e un tocco di psichedelia fanno di The Green Violinist sicuramente un gruppo derivativo ma nel senso positivo del termine.

La loro musica è senza dubbio un progressive di buon profilo, piuttosto immediato e basato sulle emozioni; non ci sono mirabolanti prestazioni tecniche, esercizi di stile ma un impianto sonoro diretto per quanto curato e garbato.

Oscuri paesaggi sonori scorrono nell’ascolto di questo album, colori e tinte fanno la loro comparsa in mezzo ad un sound ammantato di  una nebbiosa solitudine; la voce di Vincent Dufresne, talvolta solenne, altre volte quasi addolorata, è il collante tra tutti i sette brani che compongono il Cd.

E’ senza dubbio musica per immagini, come nel caso dell’introduttiva The Great Scapegoat Seeking; attorno al singer, sempre in primo piano, si snodano più temi melodici incrociati tra loro e sostenuti da un robusto apporto degli archi. Compare da subito quell’alone di malinconia che risulterà distintivo in tutto il lavoro così come è da rilevare pure il bello scambio tra le voci di Dufresne e di Emilie Laclais.

La chitarra acustica accompagna il front man nella seguente Velvet Road che, se possibile, accentua ancora il carattere nostalgico ed etereo del sound del gruppo. In questi primi due passaggi (non saranno gli unici), le analogie con gli Anathema di cui dicevo sopra sono piuttosto evidenti ma non si tratta comunque di mera emulazione. The Green Violinist riescono ad infondere alla loro musica una personalizzazione, qualcosa di difficilmente definibile, forse quasi sfuggente ma percepibile.

Momento completamente a sè stante è di certo Shy People che, canto a parte, pare un pezzo dei R.E.M. Posto che ho sempre apprezzato la band americana mi sfugge il senso, il nesso (da un punto di vista musicale) di questo brano che esula totalmente dal contesto. Preso in sé è gradevole ma mi restituisce l’impressione di uno sparo nel buio, è quanto meno anomalo.

Superato questo inatteso “ostacolo” è di nuovo un bell’ arpeggio di chitarra ad aprire Do Worry Be Sad che riporta il disco verso i livelli di pathos precedenti. In questo caso i belgi azzardano una mini suite di 13 minuti abbondanti nella quale c’è un crescendo di tensione, emotivo, un “montare” progressivo della drammatizzazione cui contribuiscono anche l’uso di sonorità elettroniche programmate, non ultima la batteria. Non sono pochi gli input di tipo psichedelico frammisti ad un’ aura ambient di sottofondo.

Human Connection tratteggia uno scenario gelido e triste, freddo e angosciato; il piano si sovrappone ad un ripetitivo arpeggio di chitarra, giochi ed intarsi di voci interrompono quella sola di Dufresne in una ballad mesta  e desolante.

Any Words You Say Won’t Be Enough è attraversata da un maggiore ritmo ma conserva, sopratutto nel timbro del cantante, la consueta venatura malinconica. Grande ricorso ai violini per un allestimento importante ed un breve solo di chitarra contraddistinguono la song.

La chiusa è affidata a Bad Inheritance (A Song To Cure) che riesce a combinare i due aspetti principali e cioè quello dolente ed inquieto con quello ritmico. Il piano è comunque sempre in prima fila a tracciare la linea da seguire e grazie ad un ottimo arrangiamento il brano si incanala verso un finale quasi epico.

Ci sono probabilmente da affinare e rifinire alcuni aspetti ma l’impianto dei The Green Violinist a mio avviso è valido: confezionano un disco di un new prog piuttosto segnato, con evidenti richiami a psichedelia ed elettronica, mantenuti sempre però in un alveo plumbeo. Un lavoro elegante e piacevole, molto invernale.

Max

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