frontGli Zenit vengono dalla vicina Svizzera (Canton Ticino) ed hanno al loro attivo già tre uscite; questa è la più recente dal titolo The Chandrasekhar Limit, rilasciata da Galileo Records. La band elvetica vede tra le sue fila due “vecchie conoscenze” per gli amanti del new prog e cioè Andy Thommen (basso) e Ivo Bernasconi (tastiere), rispettivamente membro e “tourer” dei Clepsydra.

Un gruppo interessante del quale a dire la verità si erano perse le tracce dopo la pubblicazione del secondo episodio, Surrender, che data oramai 2006.

E’ stata dunque una gradita sorpresa ritrovare il quintetto ancora attivo e sulla breccia e dico subito che The Chandrasekhar Limit è un album riuscito e piacevole, molto ben suonato e che non potrà non fare breccia nei cuori degli amanti di un progressive sinfonico, ricco di soli di chitarra e con raffinati e possenti tappeti di tastiere. Ma il bagaglio tecnico/sonoro degli Zenit non si esaurisce qui perché può contare su un altro aspetto distintivo e cioè quello rappresentato da una ritmica molto dinamica ed articolata, capace talvolta di sconfinare quasi in ambito fusion.Il lavoro incessante svolto da Thommen e Gabriele Schira (batteria) molto spesso, oltre che fungere da architrave, riesce ad andare ben oltre, colorando decisamente le sonorità della band; la chitarra di Luigi Biamino e la voce di Lorenzo Sonognini si occupano di disegnare melodie, sostenuti nel fraseggio da tastiere davvero di grande effetto.

Passando a descrivere The Chandrasekhar Limit, per chi non conoscesse il suono degli Zenit, posso cercare di sintetizzare in questo modo: un mix tra riverberi appartenenti all’ epopea Marillion, IQ da un lato e un sound più dinamico ed incisivo che fa pensare a Spock’s Beard da un altro. Ma non è tutto qui…

Infatti, cominciando l’ascolto dall’ introduttiva Awaken, non sono poche le sorprese: una prima parte solare e sinfonica, nella quale ben presto si mettono in luce la voce di Sonognini ed il basso (fantasioso) di Thommen, funge da preparazione ad una seconda in cui la chitarra assurge al ruolo di protagonista, trascinando il pezzo verso un atmosfera molto vicina ai Pink Floyd. A questo concorre pure il lavoro di basso e batteria, ipnotico e ripetitivo. Il suono dell’ organo in sottofondo chiude il cerchio, prima che lievi ed eleganti note di piano introducano la parte conclusiva, sognante e di nuovo con un occhio rivolto al prog inglese anni ’80.

Con l’accompagnamento di una chitarra acustica Sonognini apre Cub Lady, breve e delicato quadretto acustico.

PiGreco sottolinea le buone qualità del vocalist in una traccia che offre inizialmente qualche distinto richiamo verso sonorità Gentle Giant; di nuovo è la chitarra, distorta e carica di effetti, a mutare lo scenario del brano riconducendolo verso atmosfere più calde, con note bollenti e lunghissime. La parte conclusiva riprende e sviluppa il tema iniziale con l’inserimento del sax suonato da Stefano Zaccagni.

Sonorità della lontana India ed un testo in sanscrito, così si presenta Matrimandir; tra note di sitar ed altri suoni etnici prende il via un tema che sta a metà tra il progressive ed una incursione nella fusion grazie al piano elettrico, una chitarra pulita ed un drumming morbido ed efficace. Un arpeggio sull’acustica segna la metà del brano e con essa il cantato passa in inglese, il mood si fa decisamente più prog e sono da apprezzare anche i cori di Thommen e Biamino; bello il solo conclusivo della sei corde.

E’ presente anche una traccia interamente strumentale, Pulsar. Di nuovo la band riesce a mettere in atto la fusione tra sonorità prog e jazzy con gusto e apparente facilità. Brano che forse più di altri lascia spazio alla tecnica e a tale proposito voglio rimarcare il buon lavoro alle pelli di Gabriele Schira.

Con i suoi 24 minuti la suite The Daydream Suite porta a termine il lavoro che comunque risulta piuttosto cospicuo (70 minuti circa). Notevole spiegamento di backing vocals femminili, arrangiamenti sostanziosi, parti soliste importanti per le tastiere, tutti ingredienti immancabili in ogni prog suite degna di tal nome. Il singer denota anche una certa predisposizione verso la parte relativa all’interpretazione, all’emotività del canto; il piano fa la parte del leone dopo il segmento introduttivo, dettando la melodia ed il ritmo. Tocca poi al basso, con linee frizzanti, incanalare il brano in modo alternativo. La parte terminale è quella che preferisco, fatta di momenti molto suggestivi ed emozionanti.

La suite a mio avviso però diviene labirintica nel suo evolversi e credo che una maggiore brevità le avrebbe senz’altro giovato. Detto questo gli Zenit si sono ripresentati con un bel lavoro, capace di fare felici i fans del new prog sia del filone più sinfonico che di quello più ritmico e complesso. Awaken e Matrimandir ne sono due splendidi esempi.

Max

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commenti
  1. Andy Thommen ha detto:

    Grazie Max, ed un salutone a tutti gli amici italiani. Andy

  2. Ivo ha detto:

    Non pretendo valutazioni positive (i gusti son pur sempre gusti…), ma almeno una recensione esaustiva si. In questo caso tutti e due gli aspetti sono soddisfatti e non posso che rallegrarmene anche a nome di tutto il gruppo. Grazie, un saluto dalla Svizzera Italiana. Ivo Bernasconi

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