frontNon è facile scrivere di The Nexus, secondo e nuovo album degli Amaranthe; non è facile perché nonostante i ripetuti ascolti la mia valutazione si divide continuamente a metà, sospesa tra una manciata di brani molto “catchy” ma diretti ed intriganti ed un’altra, più o meno della medesima entità, composta da pezzi che risultano ovvi e scontati.

Da una parte dunque c’è la voglia di raccontare di una band svedese-danese in cerca di maturazione e crescita, che tenta di azzannare il successo con pezzi grintosi e melodici; dall’altra, come per contrappasso, di una band che spesso tende a perdersi dentro soluzioni davvero facili e prevedibili, cedendo con troppa arrendevolezza alla tentazione del “leggero”, del bello e patinato ma carente di sostanza.

Confesso che, globalmente,  mi aspettavo di meglio da questa prova, forte anche del fatto di avere visto mesi or sono in azione la bella e brava Elize Ryd come seconda voce nel concerto dei Kamelot a Bologna; solida ed affascinante presenza, grazie anche ai costumi di scena ed indubbiamente dotata di una voce ed una carica non comuni in una cantante di 28 anni. Una “soprano” molto interessante e, a mio avviso, dal sicuro avvenire.Qualcosa invece su The Nexus non quadra, non funziona a dovere e non è riferito alle performance dei singoli, peraltro tutte apprezzabili e di livello più che dignitoso. Si tratta piuttosto dell’ insieme, del complesso, che quando si esprime attraverso un song writing troppo easy, cala vertiginosamente di intensità. Non è un tema nuovo quando si parla di power metal né quando, altrettanto, ci si muove in ambito melodic death metalProprio tra questi due versanti ondeggiano gli Amaranthe, in un altalenare a mio vedere perennemente irrisolto; l’orientamento della band scandinava pare ora più diretto verso un approccio melodic death ma spesso il ricorso alla melodia avviene tramite canovaccio oramai già sentito e, forse, usurato.

Dunque mi sento di dovere dividere le dodici tracce in due gruppi che non sono soltanto quelli con il segno + o il segno – davanti ma che corrispondono per l’appunto al peso specifico, al carattere, alla trama di cui sono composti e, di conseguenza, collocano le sensazioni ricevute all’ascolto.

Pezzi come Theory of EverythingStardust, Burn with Me (su tutti), Mechanical Illusion, Future On HoldInfinity rappresentano quanto di meglio si può trovare sull’album. Bella e corposa la “dialettica” vocale tra il growl di Jake E e la Ryd, melodie se vogliamo intuitive ma sostenute sempre da una impalcatura sonora di rilievo, mai marginale. Ed ancora, una sezione ritmica impegnata ad impostare i pezzi con un ritmo martellante grazie al basso di Johan Andreassen e alla batteria di Morten Løwe Sørensen oppure in grado di sostenere con calore e precisione una bellissima ballad up-tempo. La varietà nelle parti cantate tra clean, growl e scream (Andreas Solveström); la grande mole di lavoro svolta da Olof Mörck che si divide tra chitarra e tastiere.

Decise puntate nel melodic death metal, con il giusto grado di aggressività e cattiveria (Future On Hold); un esatto 50 % del disco vede essenzialmente note positive dunque, purtroppo non si può dire lo stesso per l’altra metà.

Sei brani dove come dicevo pare avvenire un black out; tutto diventa prevedibile, basandosi per lo più su spunti melodici davvero leggeri, quasi inconsistenti. E a poco valgono le prove vocali dei tre cantanti; all’apparenza tutto sembra immutato ma in realtà il livello scende, la qualità si sfalda perché è troppo evidente la ricerca della melodia immediata, direi quasi da “classifica”.

In questo secondo lotto di brani salvo almeno in parte l’iniziale Afterlife, cui devo concedere onestamente una discreta forza di impatto. Per il resto il gruppo, sotto la supervisione di Jacob Hansen, sceglie la via più facile e scontata ed il livello, a mio avviso, quasi si inabissa. Tracce come Invincible, The Nexus, Razorblade, Electroheart Transhuman sembrano fatte con lo stampo.

Una costruzione praticamente identica con una ritmica sparata a tutta velocità e dei ritornelli a dir poco banali; persino la durata dei pezzi è molto simile, tutti tra 3 ed i 4 minuti. Riff di chitarra analoghi, tempi molto simili e un’architettura melodica che segue lo stesso schema, con dei cori a mio modesto avviso quasi imbarazzanti.

Non sono mai stato un fautore di classifiche o voti nella musica; in questo caso, cercando di sforzarmi, devo concludere dicendo che The Nexus stenta davvero non poco a raggiungere la sufficienza. Credo nella melodia e nell’interazione di essa con la ritmica, nel contrasto tra una voce pulita ed una in growl ma qui quel che manca è proprio la forza e l’intensità nei pezzi.

Max

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