Intronaut Habitual Levitations 2013

Pubblicato: marzo 31, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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frontVengono dagli States, hanno già pubblicato tre album (di cui gli ultimi due per Century Media), suonano un ottimo prog metal con tendenza a lambire lo sludge ma come spesso accade sono noti per lo più solo agli appassionati di settore. Sto parlando degli Intronaut, quartetto di Los Angeles che ci riprova con il quarto tassello della serie dal titolo Habitual Levitations (Instilling Words With Tones). Il disco vede il ritorno alla produzione di John Haddad che aveva già curato l’ esordio della band (Void, 2006).

Nel proliferare inarrestabile della formazione di gruppi, tra decine  e decine di nuove realizzazioni, spesso si finisce un pò per perdersi; altrettanto spesso le band stesse accettano, più o meno consapevolmente, di correre il rischio di divenire dei replicanti portando avanti tematiche musicali (magari valide) già ampiamente sfruttate.

Il prog metal oramai è un genere che non può più essere esente da questo rischio: se ripensiamo agli albori del genere, arrivando sino ad oggi, di strada ne è stata fatta tanta, è stata scritta una mole imponente di musica, si sono rivelati musicisti dotati di una tecnica strabiliante.Adesso però creare qualcosa di nuovo, di diverso, sta diventando obiettivamente complicato; il “colpo di genio” è sempre più difficile da inventare, anche per le formazioni americane che da sempre sono tra quelle che più si sono distinte in modo positivo.

In qualche modo riescono nell’intento gli Intronaut che pur non cavando il coniglio dal cilindro riescono ad uscire dai soliti schemi abbinando gli stilemi tipici del genere a parte di quelli che contraddistinguono lo sludge; chissà, credo che anche il tour a supporto dei Mastodon di qualche anno fa può avere inciso in tal senso, fatto sta che Habitual Levitations è un disco che non può passare inosservato.

Nove pezzi tesi e tirati in cui si segnalano la potenza, velocità e fantasia di Danny Walker (batteria), la sostanza e determinazione di Joe Lester (basso), i cupi, inflessibili e drastici riff delle chitarre  di Sacha Dunable (anche voce) Dave Timnick. Habitual Levitations però è un lavoro meno di assalto rispetto agli inizi, un disco nel quale il quartetto riesce a fondere più aromi tra loro, rendendolo forse anche più accessibile e diretto.

Analizzando i brani in rapida successione si parte con quello che forse è il brano più duro e spigoloso (Killing Birds With Stones) nel quale comunque spiccano immediatamente gli intenti della band; dal tema principale infatti dipartono numerose variazioni e cambi di ritmo.

A seguire The Welding, ipnotica ed inarrestabile con una prestazione di Walker alla batteria da incorniciare ed il cupo incedere di Steps, fatta di stacchi e ripartenze.

A Sore Sight For Eyes ne è sotto certi aspetti quasi un prolungamento, un’evoluzione; la profondità e allo stesso tempo l’immediatezza di Milk Leg, coinvolgente senza mai essere banale, che regala una prestazione di rilievo del basso di Lester.

Ed ancora, forti sensazioni con Harmonomicon, punteggiata da improvvise aperture; una notevole recrudescenza delle sonorità arriva con Eventual la quale poi si sviluppa in modo opposto. Breve e sognante ma di sicuro effetto e carica di pathos la seguente Blood From A Stone, velata di malinconia.

Chiude The Way Down, forse il brano più complesso ed impegnativo, nel quale ancora una volta svettano basso e batteria per la quantità e qualità si lavoro svolto; finale in stile noise.

Dopo essere stati support dei Meshuggah, in aprile gli Intronaut saranno per due date in Italia. Probabilmente non ci sono esasperati virtuosismi tecnici a vantaggio delle emozioni e di tratti melodici più fruibili, pur mantenendo un tasso qualitativo elevato. Habitual Levitations è un album diverso, che cattura l’attenzione all’istante e che non sconta un momento di stanca. Da non perdere.

Max

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