frontPassano gli anni e la saga denominata Avantasia prosegue le sue gesta, nonostante si pensasse giunta al termine. Il side project di Tobias Sammet (Edguy) non si arresta e giunge con The Mistery of Time al sesto capitolo della sua esistenza, nata e cominciata diversi anni fa (2001) con The Metal Opera. Una serie di concept/rock opera in chiave power-symphonic metal che il cantante, bassista e spesso tastierista tedesco ha posto da tempo come parte fondante dei suoi innumerevoli progetti e collaborazioni.

Pure in questo nuovo episodio si conferma la struttura precedente, cioé una band di quattro musicisti intorno alla quale ne ruotano altri (singolarmente ad ogni brano o quasi); allo stesso modo dicasi per il ruolo di cantante, che in questo caso viene coperto addirittura da ben sette elementi.

Il lungo Cd esce per Nuclear Blast e vede in cabina di regia ovviamente lo stesso Sammet e Sascha Paeth, come in passato anche in veste di chitarrista del quartetto; ai due fanno compagnia Miro alle tastiere e per la prima volta Russell Gilbrook  ( Uriah Heep) alla batteria, giunto a rilevare Eric Singer.Nella storia si alternano personaggi, situazioni, sentimenti; tutto ciò spiega e suggerisce la presenza non solo di varie voci e dunque di differenti mood ma allo stesso modo giustifica anche la presenza di numerosi musicisti, ognuno in grado di caratterizzare con il proprio strumento ogni singolo passaggio. Non bastasse va considerato anche il significativo apporto di una vera e propria orchestra, la Deutsches Filmorchester Babelsberg  con sede a Potsdam.

La trama, come riportato a grandi linee dal libretto, è ambientata in una piccola cittadina inglese durante l’epoca Vittoriana; il protagonista, un giovane scienziato (agnostico) di nome Aaron Blackwell è costretto ad esplorare le connessioni tra il tempo, Dio e la scienza. Vivrà così grandi conflitti tra le proprie convinzioni, le intuizioni ed i dubbi di tipo spirituale, i sentimenti. Ed in definitiva si interroga sul passare così veloce del tempo.

Una storia fantasy dunque, ben presentata dallo splendido art work di Rodney Matthews; Sammet come sempre è autore dell’intera opera, testi e musica.

Il lavoro dell’orchestra si fa subito sentire nella potente opener  Spectres che vede ottimamente impegnato al microfono Joe Lynn Turner (già con Rainbow e Yngwie Malmsteen); ancora Turner per The Watchmakers’ Dream che registra invece l’ingresso alla chitarra di Arjen Anthony LucassenIl brano sviluppa il tema precedente serrando maggiormente il tempo, aumentandone cadenza e velocità. Lucassen regala un breve cammeo di grande enfasi alla sei corde ma vorrei segnalare anche il gran lavoro alle tastiere di Miro.

Black Orchid vede la discesa in campo del grande “Biff” Byford, voce dei Saxon mentre alla chitarra Lucassen lascia il testimone a Bruce Kulick, in passato più volte collaboratore del progetto. Biff getta subito il cuore oltre l’ostacolo, il suo timbro inconfondibile colora in modo indelebile il brano. Kulick, dal canto suo, piazza un solo tagliente ed efficace, per uno dei momenti sin qui migliori.

Mutano i personaggi e le voci e giunge così il momento del grande Michael Kiske (ex Helloween ed ora Unisonic). Where Clock Hands Freeze si segnala per un andamento più mosso e, per forza di cose, per l’ennesima prestazione da brividi di Kiske e del suo tono altissimo. Da notare che alla chitarra fa il suo trionfale ingresso Oliver Hartmann (ex At Vance).

Avanti ! Sleepwalking è la traccia più breve, poco meno di 4 minuti per una tenera ballad cantata a due voci da Sammet e Cloudy Yang. Indubbiamente piuttosto “catchy”, passaggio molto orecchiabile ma comunque di buona fattura.

Di tutt’altra pasta è fatta Savior in the Clockwork, uno degli snodi centrali dell’opera. Quanto mai cinematografica grazie all’arrangiamento dell’orchestra, nei suo quasi undici minuti vede la presenza vocale di Turner, Byford e Kiske (oltre al solito Sammet): le parti principali di chitarra vengono di nuovo affidate a Kulick. Un passaggio epico, metallo fuso lavorato dalla band e da voci sempre all’altezza !

Segue una delle tracce più pesanti e metalliche del lotto, quella Invoke the Machine che segna il contributo al microfono di Ronnie  Atkins (Pretty Maids) ed è contrassegnata da una velocissima performance chitarristica di Oliver Hartmann.

Con What’s Left Of Me il microfono passa a Eric Martin (Mr.Big) e arriva un’altra ballad, avvolgente, in grado di mettere in mostra il bel timbro del singer e completata da cori potenti e di sicuro effetto.

Una breve sosta, perchè con Dweller in a Dream riprende il ritmo martellante sull’asse Kiske/Hartmann e devo evidenziare che Michael sa ancora emozionare.

Il sipario cala con The Great Mystery, altro brano di dieci minuti nel quale Turner, Byford e Sammet sono coadiuvati vocalmente da  Bob Catley (Magnum); le sensazioni sono paragonabili a quelle relative all’epilogo di un film, di una storia, alla fine di un lungo viaggio dunque. Cori veramente da brivido, grande spessore offerto dall’orchestra, intrecci vocali mirabolanti ed un immancabile solo di chitarra incorniciano in modo stupendo questo disco.

Talvolta in precedenza ho avuto modo di rilevare che in ambito power/symphonic ci sia spesso una certa tendenza a ripetersi, restando bloccati su posizioni pregresse ampiamente acquisite; bene, non è assolutamente il caso del nuovo Avantasia. The Mystery of Time è un gran bel disco, curato, ben bilanciato, in cui ogni musicista ha il suo spazio e trova modo di mettersi in luce; i vari cantanti, tutti estremamente dotati, riescono perfettamente a caratterizzare personaggi e situazioni. Il disco è mutevole, è heavy, power, symphonic e addirittura hard, in una girandola musicale incredibile. Promosso a pieni voti !!

Max

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