frontDa più parte accostati alla psichedelia anni ’70 rivisitata in modo attuale, paragonati spesso in Inghilterra ai Pink Floyd, oggi gli Amplifier sono approdati in casa Kscope per presentare il loro quarto e nuovo album, intitolato Echo Street.

Se i riferimenti floydiani permangono e restano innegabili l’ingresso nella casa discografica di Porcupine Tree, Steven Wilson Anathema è probabile che abbia influito in una sorta di riordino degli equilibri. Il quartetto di Manchester infatti prosegue nel solco tracciato con le uscite precedenti ma è indubbio che in alcuni passaggi l’alone magico di Mr. Wilson (e forse la volontà della label) sia arrivato a lambire il loro sound.

A onor del vero devo sottolineare come comunque la suggestione non sia troppo invasiva, differentemente da ciò che è accaduto in altri casi; gli Amplifier riescono a mantenere buona parte della loro ossatura space rock, ammorbidendola in qualche caso con maggiori concessioni melodiche.

I riscontri dei lavori precedenti erano stati confortanti anche se non tali da fare gridare al miracolo; questo non accade neanche per Echo Street ma è abbastanza netta la sensazione di un sound irrobustito e, forse, un pò meno naif.
La formazione guidata da Sam Balamir (chitarra e voce) e Matt Brobin (batteria) ha subito un notevole assestamento rispetto al passato con l’arrivo di Alex “Magnum” Redhead al basso e di Steve Durose (chitarra ritmica, ex Oceansize).

Il cambiamento come dicevo è avvenuto, ben percepibile anche se non radicale e penso di poter dire sia stato un salto di qualità; sembra quasi che la band abbia deciso di scrivere alcuni brani sulla falsariga del passato mentre in altri abbia deciso di abbracciare la novità.

Un album deflagrante nelle sonorità e, quasi per contrappasso, intimo in altri frangenti, teso a proiettarsi verso galassie lontane oppure incurvato su sé stesso, solitario. Due volti che si rincorrono tra loro per l’intera durata del Cd, mantenendo però come filo conduttore questa propensione alla psichedelia, quando più datata e quando (più spesso) attualizzata.

Dunque gli Amplifier si muovono su di un ampio spettro sonoro, coprendo distanze non indifferenti; si passa infatti da un brano space con venature moderne, corredato di un refrain davvero basico (Matmos) ad un altro (The Wheel) che è quello che più mi ha convinto; inoltre (fatalità…) risente più degli altri della vicinanza di casa con Wilson & Co. Sonorità ipnotiche, avvolgenti, nevrotiche, buono il timbro di Balamir che trasmette emozioni.

Sono presenti mini suite dal finale in gran crescendo come Extra Vehicular, pezzi che contengono incisi cantati a tre voci degni della West Coast (Where the River Goes), movimentati ed imprevedibili; ed ancora, momenti fatti di sensazioni intimiste, guidati da un arpeggio di chitarra (Paris in the Spring) oppure quasi dei tributi al sound californiano degli anni ’70 (Between Today and Yesterday), che potrebbe essere uscita dalla penna di David Crosby Graham Nash.

Il ritorno di sonorità space rock con la title track, passaggio che forse più di altri rappresenta il suono della band fino ad oggi conosciuto; la chiusura con Mary Rose invece segna a mio parere l’anello debole, una traccia poco riuscita nel senso che non riesce ad evolvere verso alcuna direzione.

E’ fuori di dubbio che entrando a fare parte di un team come quello Kscope ci fossero buone probabilità di uno scatto in avanti e per quanto mi riguarda confermo che gli Amplifier lo hanno realizzato, perlomeno in parte. Echo Street non possiede le stimmate del disco indimenticabile o imperdibile ma può rappresentare per la band un ottimo trampolino di lancio. Per chi vuole approfondire, il prossimo maggio saranno in Italia per tre date.

Max

commenti
  1. Paolo Carnelli scrive:

    Ciao Max, ascoltavo Echo Street proprio ieri sera in macchina tornando dal lavoro… non avevo mai ascoltato gli Amplifier e ho trovato questo lavoro un po’ impenetrabile, sempre in fase di lancio ma poi… quasi statico. Lo riascolterò.

    • Max scrive:

      Ciao Paolo, in effetti se ha un limite è proprio quello. Buona base però a conti fatti manca il colpo d’ala; colgo un’ evoluzione in corso ma pare ancora incompiuta.

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