frontUna delle uscite più attese del 2013 è sicuramente quella degli Amorphis; il loro nuovo ed undicesimo sigillo si intitola Circle, edito da Nuclear Blast. Abbandonata (momentaneamente ?) la collaborazione con Marco Hietala, l’album vede la produzione di Peter Tägtgren, già fondatore degli Hypocrisy e regista di rilievo in lavori di Children Of Bodom, Sabaton, Overkill, Celtic Frost, Dimmu Borgir, Amon Amarth. Un calibro pesante dunque il suo, “metallicamente” parlando !

I testi di Pekka Kainulainen questa volta si allontananano dalla saga epica e mitologica finlandese del Kalevala e si incentrano invece su di un’idea, un concept, basato sulla marginalizzazione e, in seguito, l’affermazione di una persona sfortunata e dunque in qualche modo diversa. Il riscatto avverrà in seguito ad un incidente,  ad’opera di una guida spirituale inviatagli da un altro mondo; questa gli consentirà di prendere in mano le redini della propria vita ed indirizzarla in altro modo.

Una delle migliori qualità espresse dalla band di Helsinki è stata sin qui proprio quella di riuscire a sfornare con regolarità degli album sempre all’altezza, raggiungendo in qualche caso (EclipseSilent Waters, Skyforger) picchi di rendimento davvero elevati.

Dopo l’uscita di The Beginning of Times (2011) si era levata qualche voce in controtendenza che voleva il loro sound essersi un pò come cristallizzato. La critica forse non era del tutto infondata (o forse gli Amorphis ci avevano abituato troppo bene), pur mantenendo quel lavoro uno standard qualitativo comunque di tutto rispetto; ecco che comunque l’avvicendamento in sede di produzione non è stato casuale ed in effetti non passa inosservato.

Circle è il quinto disco consecutivo che vede all’opera l’attuale formazione di sei elementi e questo a mio avviso è un altro dato da non sottovalutare, in un panorama musicale attuale che vede spesso una rotazione frenetica degli interpreti; la compattezza e l’armonia possono spesso giocare un ruolo determinante.

Volendo esercitare un richiamo con il lavoro precedente questo da la netta sensazione di maggiore pesantezza, di un sound più massiccio, pur cercando di non snaturare quelli che sono i tratti più caratteristici della band; per certi versi, anzi, c’è come un guardare indietro, verso Tuonela, aggiornando ed irrobustendo un sound che oggi spazia dal prog metal al doom-death di antica data, coniugando potenza e malinconia.

Album relativamente breve per gli standard odierni, è composto di nove tracce, nessuna delle quali superiore ai sei minuti.

Il terribile growl di Tomi Joutsen esplode subito con l’iniziale Shades of Gray e con esso la consueta potenza di fuoco del combo finlandese; resta proverbiale la capacità di Joutsen nello sdoppiarsi tra clean e growl. Il filo melodico proprio degli Amorphis è sempre presente ma sin dalle prime battute si percepisce una carica notevole.

Un lieve arpeggio del piano di Santeri Kallio introduce la successiva Mission, dove le sensazioni di Shades of Gray semmai si amplificano, aumentano i toni drammatici nel suono della band. Gran lavoro delle chitarre che mette in evidenza sopratutto un gran solo di Esa Holopainen.

The Wanderer prosegue nel solco tracciato, gran tiro e potenza; il lato melodico forse è di grana inferiore, un pò prevedibile e sfruttato. L’atmosfera che si viene a creare però ben si presta a quella che è la trama del disco, drammatica e possente, con improvvise e ardite aperture che guardano più al lato prog.

Piuttosto particolare è il brano seguente, Narrowpath, aperto da un suono di flauto molto dolce, subito doppiato dalle chitarre e poi dall’ingresso della ritmica. Niclas Etelävuori (basso) e Jan Rechberger (batteria) avanzano come dei carri armati in un pezzo che si divide tra sonorità lontanamente folk (grazie al flauto ed alle tastiere) e quelle che possono essere del repertorio più tipico del gruppo.

L’intro di Hopeless Days mostra la mano “pesante” del producer ma allo stesso modo conferma la grande capacità degli Amorphis di giocare sui due tavoli, quello della melodia e quello della potenza. E’ indubbio che al buon esito dell’operazione offra un contributo determinante proprio Tomi Joutsen, ottimo cantante dotato di una grande capacità di interpretazione. La parte finale è condotta pure dal sostanzioso lavoro delle chitarre, la ritmica di Tomi Koivusaari in questo caso è granitica.

Il growl agghiacciante del singer apre Nightbird’s Song, episodio durissimo e compatto almeno per il primo minuto e mezzo. Unico pezzo a firma di Tomi Koivusaari, vede nel prosieguo un nuovo e breve interludio di flauto, spazzato via ben presto dalla ripresa del tema iniziale.

Uno dei momenti migliori a mio avviso è senza dubbio Into the Abyss, scritta e aperta dalle tastiere di Santeri Kallio; prova maiuscola della band che spazza via, se mai ce ne fossero stati, dubbi e incertezze sul loro song writing e sulla loro intensità musicale. La traccia sprigiona una forza incredibile, coniugata come sempre a drammaticità e a melodica malinconia. Un solo da leccarsi i baffi di  Holopainen nobilita un ottimo pezzo che, peraltro, va a fare il paio con la seguente Enchanted by the Moon.

Questo infatti è l’episodio più suggestivo ed emozionante dell’intero lavoro, composto da un’ampia introduzione strumentale, una parte cantata in growl superata poi da una sezione melodica cantata con voce pulita. Le due fasi si alternano generando energia e pathos, mostrando chiaramente quell’occhio rivolto al passato di cui dicevo prima e producendo un finale a dire poco epico.

A New Day cala il sipario con tutta la suggestione del titolo, epilogo felice della storia. Sono presenti tutti gli ingredienti per un gran finale, nessuno escluso, i toni immaginifici assumono i tratti della speranza e poi della certezza. Sonorità che diventano squilli di vittoria e di giustizia chiudono qui la vicenda musicale proposta dai finnici.

Gli Amorphis hanno un nome ed una storia oramai ventennale, sono passati volutamente (ed indenni) attraverso più ambiti tra le pieghe del metal, sempre riuscendo a convincere. Ci riescono assolutamente anche questa volta e se non confezionano un capolavoro è solo perché, a quei livelli, per tutti è difficile ripetersi. Circle è un gran bel disco, a tratti entusiasmante, a mio parere meglio riuscito del precedente.

Max

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