frontContinua inarrestabile il flusso di musica proveniente dalla Polonia, un paese che negli ultimi anni sta offrendo molti spunti come ho già avuto modo di dire; le nuove tecnologie, internet, la relativa facilità con la quale oggi si può produrre un Cd (comparata all’ epoca del vinile), hanno fatto sì che un fermento inarrestabile pervadesse anche nazioni che una volta erano impensabili nei circuiti musicali.

Peccato però che spesso molte di queste proposte rimangano quasi confinate tra gli addetti ai lavori o poco più; peccato, ripeto, perché sovente si rivelano interessanti, come nel caso dei Believe, nati da una costola dei Collage e giunti già alla quinta release.

The Warmest Sun in Winter, titolo del nuovo lavoro, offre una bella raccolta di brani new prog che a ben vedere rimandano abbastanza alla seconda generazione del progressive, quella che fu dei Marillion, IQ, Pallas ma che allo stesso tempo il quintetto polacco prova a integrare con sonorità ed intuizioni più aderenti al nostro tempo. 

Indubitabile comunque la linea melodico-romantica della band, fatta di arpeggi delicati e tessiture oniriche, arricchite da sostanziosi soli di chitarra e corposi tappeti di tastiere; altrettanto netta però è l’attualità della proposta, in grado di fare emergere sentori più vivi ed attuali, di quando in quando più “pesanti”. Un connubio ben riuscito dunque che fotografa alla perfezione uno spaccato di questo tipo di progressive.

Partito nel 2006 con Hope to See Another Day, il quintetto diretto dall’ottimo e straripante chitarrista Mirek Gil propone dunque con The Warmest Sun in Winter un Cd molto piacevole, composto da sette brani; il disco è stato inciso negli studi del chitarrista che si è anche occupato del missaggio, la produzione è a cura del combo stesso.

Karol Wróblewski (voce), Konrad Wantrych (tastiere), Przemas Zawadzki (basso) e Vlodi Tafel (batteria) confermano di avere raggiunto un buon punto d’insieme, con un song writing di buon spessore e mai troppo indulgente. Sesto elemento in campo, come già in passato, il violino di Satomi che va a ricamare in due tracce.

L’album comincia …dalla fine (The End) che nonostante la brevissima durata, poco meno di due minuti, è qualcosa più di un banale prologo; piano, tastiere e poi chitarra offrono un piccolo saggio di ciò che seguirà.

Partenza per certi versi abbastanza “marillica” con Beginners nella quale si spiegano con rapidità quelle che sono le linee guida del gruppo; tanta chitarra, aspetto non così più comune oggi nel prog, con sonorità romantico-melanconiche che rimandano non poco a Steve Rothery o a Mike Holmes, una presenza vocale netta e squillante (Wróblewski), una ritmica eclettica in grado di fornire più tipologie di supporto.

La seguente title track, forse il momento migliore del disco, conferma piacevolmente le precedenti impressioni aggiungendo qualche altra similitudine qua e la tra i vocalizzi del singer e lo stile di Hogarth; colpisce la relativa facilità con la quale i polacchi riescono a costruire atmosfere accattivanti e di gusto, mai rinunciando a mettere in risalto il lavoro della sei corde. Passaggio molto bello e riuscito.

Altro salto indietro nel tempo con i suoni di Words dalla partenza lenta e dall’evoluzione invece più articolata, con puntuali ed efficaci inserti di piano. Ritmo e atmosfera altalenanti, sempre in bilico tra il chiudersi ed il dischiudersi, verso un esplosione finale che viene sottolineata, ancora una volta, dalla chitarra di Gil.

Altro episodio che mi è molto piaciuto è rappresentato da Unborn/Turn Around, traccia la quale si snoda nel solco delle precedenti, imperniata su di un mood romantico e sognante grazie ad un ottimo arrangiamento e alla bella prova vocale del cantante.

Please Go Home riparte dalla linea melodica di Unborn, arricchendo le sonorità con l’ingresso del violino di Satomi; ancora una volta un generoso e deflagrante assolo del chitarrista va a connotare il pezzo.

La lunga Heartless Land va a completare l’opera; un viaggio sonoro nelle modalità più tipiche, dunque con dilatazione dei temi, parti soliste alternate, frequenti cambi di tempo e scenari. Come sostengo da tempo la misura della suite (o della mini suite in questo caso) non è facile da masticare, il rischio di smarrire il filo del discorso o, peggio, di ripetersi, è dietro l’angolo. Se la cavano bene i Believe, sopratutto nella seconda metà che è quella che offre le migliori vibrazioni.

Il brano incorpora anche una hidden track intitolata The Bright Day che vede nuovamente in azione il violino come strumento aggiunto.

Molte delle band polacche emerse ultimamente sono orientate verso il prog-metal, i Believe invece sono chiaramente immersi nel mare di un progressive d’autore, con tanto entusiasmo e capacità. Non saltano agli occhi strepitosi tecnicismi che possano fare gridare al miracolo ma tanta passione e voglia di emozionare. Probabilmente derivativi ma con gusto ed un occhio al presente.

Max

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