frontNon potevano mancare i Millenium, una delle band più longeve espresse dalla Polonia in questo perenne ed incontenibile fiorire di uscite; il paese dell ‘est europeo sta diventando a tutti gli effetti assimilabile all’ Inghilterra degli anni’ 70 per il grande fervore progressive del quale è investito, grazie alla passione ed all’interesse sempre crescente del pubblico.

Non a caso anche molti nomi del gotha internazionale sono andati a suonare o ad incidere a Katowice, Gdansk, Cracovia, segno dei tempi che cambiano ma anche di un terreno fertile e ricettivo, che ben asseconda il new prog; strutture tecnicamente all’altezza e costi più contenuti ne stanno facendo la nuova mecca.

Tra i pionieri del “Polish prog” insieme a Quidam e Collage. i Millenium hanno ormai al loro attivo una corposa discografia che a partire dal primo titolo (Millenium 1999) ha sin qui prodotto ben nove album, un EP ed un corposo doppio live.

Ego, titolo della nuova release, si va dunque ad aggiungere ai precedenti, mostrando probabilmente un nuovo lato del quintetto, fedele alle proprie radici ma allo stesso tempo teso verso l’esplorazione di nuove sonorità.

Grande attenzione dunque agli arrangiamenti, interventi dei fiati (in particolare sax e tromba); reduci dall’ ambizioso Puzzles (2011, doppio) cercano ora di dare una nuova sferzata di vitalità e rinnovamento al loro sound. Sei brani di cui tre oltre i dieci minuti con i quali la band cerca di tracciare nuove traiettorie pur non rinnegando la propria matrice, saldamente ancorata al passato.

Si conferma la line up nel classico formato a cinque che prevede il front man e cantante Łukasz GallRyszard Kramarski alle tastiere, Piotr Płonka alla chitarra, Krzysztof Wyrwa al basso e Warr guitar e Tomasz Paśko alla batteria.

Dai Pink Floyd al prog inglese degli anni 80-90, con qualche vago accenno a sonorità del mondo di Peter Gabriel; questi solitamente i riferimenti più noti cui accostare il suono dei Millenium che però col tempo si è andato affinando, conquistando anche una propria dimensione e carattere.

I dieci minuti abbondanti della title track aprono il Cd in modo contraddittorio; ad una prima parte piuttosto prevedibile e per certi versi laconica segue un lento e costante crescendo, come nell’attesa che accada qualcosa. Infatti avviene una sorta di esplosione ma per questo bisogna attendere gli ultimi due minuti, durante i quali prende il via un solo siderale della chitarra di Plonka. Una partenza non propriamente felice, troppo lenta ed…allungata.

Born in 67 invece comincia subito col piede giusto, una gustosa ballad mid-tempo nella quale si notano anche i cori di Carolina Leszko; il timbro vocale di Łukasz Gall da parte sua è piacevole pur se piuttosto monocorde. Un inciso di tromba (Michal Bylica) prima spezza il tema iniziale e poi lo dilata fino all’ingresso della chitarra, puntuale e necessario. Su di esso, inaspettatamente, sale a concludere anche il sax (Dariusz Rybka) per un finale mosso.

Terzo brano in scaletta, Dark Secrets denota forse più “carattere” dei precedenti grazie ad una ritmica molto rotonda e alla chitarra che colora tutto con una leggera patina di aggressività. Un break del synth (molto efficace), poco prima di metà, da il via ad una seconda frazione nella quale sono proprio le tastiere ad ergersi protagoniste, con un ritmo più serrato.

Malinconici accordi di piano introducono When I Fall, la traccia cui forse è stata riservata la maggior cura e attenzione relativamente all’arrangiamento. Ancora tanta chitarra verso la metà del brano e delicato anche il declinare, dove viene ripreso il tema iniziale nuovamente a due voci.

Lonely Man riconduce la band su distanze lunghe, in questo caso a mio parere con esito migliore rispetto alla title track. Łukasz Gall sfoggia finalmente un’interpretazione più appassionata e brillante, il controcanto di Carolina Leszko risulta molto aggraziato ed il pezzo, in fin dei conti una lunga ballad, è molto morbido. L’ingresso del sax verso metà colora con tinte vive il brano e la breve parte di canto solista femminile conferisce un tocco in più; finale con un crescendo di tastiere e dell’immancabile chitarra per la traccia del lotto che più mi ha convinto.

Un saluto, un addio: Goodbye My Earth è il brano di chiusura dell’ album, nel quale si alternano fasi quasi acustiche, legate al piano, ad altre più movimentate e maestose. Allo stesso modo ad una prima parte quasi “preparatoria” segue una seconda più articolata e spezzettata, buon epilogo del disco.

Un lavoro particolare Ego, solo in apparenza facile o immediato; a mio parere  richiede ben più di un ascolto per riuscire a essere metabolizzato a dovere e solo dopo è possibile trarne una valutazione più approfondita. Nel complesso è un giudizio positivo, brani solidi, un sound ormai cementato nel quale è possibile riconoscere le influenze e ciò che invece è ormai patrimonio della band.

Resta però come un senso di incompiutezza, di qualcosa che forse avrebbe dovuto essere elaborato maggiormente o diversamente; ben oltre la sufficienza ma non riesce a incantarmi.

Max

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