Pendragon + Gary Chandler + Methodica (5 maggio 2013 – Sala Polivalente Club il Giardino – Caselle di Sommacampagna – VR)

Pubblicato: maggio 6, 2013 in Recensione Live Shows
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Non è la prima volta e non sarà neanche l’ultima per andare a vedere  i Pendragon, band come sempre generosa ed emozionante che riesce ogni volta a ripagare con gli interessi il prezzo del biglietto.

La Sala Polivalente Club il Giardino Caselle di Sommacampagna (Verona) si è affermata ormai come la “casa del progressive” ed ha nuovamente ospitato una serata ad alto voltaggio con la performance dei Pendragon, preceduta dai live set di Methodica e a sorpresa di Gary Chandler, valente chitarrista dei Jadis. In una cornice oramai familiare per pubblico e musicisti, nonostante una serata climaticamente da brividi (un nubifragio ha tempestato la giornata e la notte), ancora una volta è andata in scena una serata dedicata al Progressive che non ha mancato di richiamare un buon pubblico, in larga parte di “soliti noti” appassionati.

La prestazione dei Methodica, emergente band veronese, purtroppo ha sofferto di un inizio difficile e stentato, a causa di un ripetuto guasto all’impianto elettrico; non conoscevo il giovane gruppo e dunque per esprimere una valutazione non ho altri riferimenti all’infuori di questo spettacolo. Posso dire che se l’iniziale cover dei Genesis (pesantemente rivisitata) non mi ha colpito in modo molto felice il resto del mini-set si è comunque rivelato interessante, grazie all’entusiasmo del quintetto ed in particolar modo del chitarrista Marco Ciscato. Un prog metal il loro probabilmente ancora in divenire, sfaccettato e forse ancora non poggiato saldamente su basi granitiche, ma comunque interessante. Da rivedere…

Una mezz’ora o poco più per il set solitario di Gary Chandler, giunto a bordo del bus tra la sorpresa generale; lui e la sua Strato bianca, con l’ausilio di basi registrate, hanno improvvisato una serie di 5 o 6 brani che hanno nuovamente messo in luce la tecnica tutta particolare del chitarrista;  presentati pezzi del suo repertorio solista e un brano dall’ ultimo album dei Jadis, uscito nel 2012. Sicuramente qualcosa più di un gradevole riempitivo, certo è che con il gruppo al completo…

E così, mentre fuori tuoni, fulmini e saette impazzavano, è giunto il momento tanto atteso dell’ingresso dei Pendragon i quali, pur non presentando un nuovo lavoro, hanno intrapreso un breve tour di 8 date in giro per l’Europa (probabile o possibile rodaggio in vista di qualcosa di nuovo). Una set list lievemente modificata rispetto alle serate precedenti ha comunque proposto una bella carrellata di passaggi importanti della loro discografia, andando a pescare alcune tracce da Passion ma prendendo a piene mani anche dal passato più lontano.

Inevitabile in questi casi il disappunto per la mancanza di questo o quel pezzo ma questo, si sa, è bello e fa parte del gioco. Imbracciata l’acustica Nick Barrett e soci hanno esordito con un calibro importante, The Voyager, che data oramai 1991; dopo la parte acustica è toccato al piano di  Clive Nolan aprire la strada al cambio di chitarra. Stratocaster verde acqua al collo per Barrett  ed è cominciata la magia, come sempre ! Fin li tranquillo, il buon Scott Higham ha cominciato a menare fendenti sulle pelli, assecondato dal serafico ed imperturbabile Peter Gee al basso.

A ruota è seguita This Green and Pleasant Land ed è stato il primo colpo al cuore; un Barrett ispirato anche al canto, sopratutto nella dolce e malinconica introduzione, ha sciorinato poi un solo dei suoi, ancora adesso a ripensarci è da pelle d’oca. Sono i momenti in cui il pathos è al massimo livello, i momenti in cui questo tipo di musica riesce a trasmettere l’immenso carico di emozionalità di cui è permeata.

Detto questo posso solo citare in una rapida carrellata titoli tra gli altri come Paintbox, The Freak Show, Nostradamus, Your Black Heart, una splendida Breaking the Spell e ancora Empathy nuovamente con un solo struggente di Nick.

Due gli encore, vissuti direttamente a contatto con la band a bordo palco: una potente Indigo dove, complice l’entusiasmo ravvicinato del pubblico, Scott Higham ha aumentato notevolmente la potenza e la varietà dei suoi colpi e la conclusiva Masters of Illusion, apoteosi della serata, che ne ha sancito anche la conclusione.

A margine del concerto la consueta (ma non per questo meno gradita) disponibilità e simpatia dei musicisti che continuano a colpirmi per il loro basso profilo, fatto di passione, lavoro ed umiltà. Ho visto tanti concerti in vita mia e questa sensazione la riconosco, quella che si ha per tutta la giornata seguente, fatta di malinconia e astinenza; significa che il concerto è arrivato dove doveva, al cuore.

Max

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