frontSono trascorsi 5 anni dalla burrascosa dipartita di Timo Tolkki dagli Stratovarius ed in verità da allora il velocissimo chitarrista finlandese ha un pò smarrito la bussola. Un album solista, tre con il progetto Revolution Renaissance ed uno a nome dell’ensemble Symfonia purtroppo non hanno lasciato tracce estremamente significative.

In questi casi dunque la migliore cosa è tirare una riga sul passato e cercare di ripartire, magari con entusiasmo e idee più mirate; nasce così dunque il nuovo album a  firma Timo Tolkki’s Avalon, intitolato The Land of New Hope (A Metal Opera); scritto e prodotto dallo stesso Tolkki, viene edito per Frontier Records.

Una vera opera metal, un concept in funzione del quale è stato messo un cast di musicisti e voci di prim’ordine e che, nelle intenzioni del chitarrista, dovrebbe essere il primo tassello (a ritroso) di una trilogia.

La storia, brevemente, si svolge nel futuro e più precisamente nel 2055; il pianeta Terra è stato completamente distrutto da catastrofi naturali e così un piccolo drappello di sopravvissuti parte alla ricerca di un luogo sacro chiamato appunto The Land of New Hope. Un luogo mitologico del quale nessuno ha mai appurato l’esistenza e che per essere raggiunto costringe il gruppo ad affrontare una serie di pericoli ed insidie. Una veggente li guiderà lungo il cammino, spiegando loro che il luogo esiste ma è custodito da un Guardiano  che concederà l’accesso soltanto a coloro i quali sono realmente puri di cuore.

La formazione raccoglie oltre a Tolkki (chitarra, basso) Alex Holzwarth (Rhapsody Of Fire) alla batteria, Derek Sherinian (!!) alle tastiere, Jens Johansson (Stratovarius) alle tastiere e Mikko Härkin (ex Sonata Arctica) alle tastiere.

Sul fronte vocale invece la parata è ancora più imponente e vede in testa la protagonista Elize Ryd (Amaranthe), poi Russell Allen (Symphony X)Rob Rock (Impellitteri), Michael Kiske (Unisonic), Sharon den Adel (Within Temptation)Tony Kakko (Sonata Arctica).

Opera symphonic-power metal imponente, estremamente “cinematografica”, credo sia da valutare nel suo complesso più che soffermandosi ad analizzare ogni singola traccia, in caso contrario viene a perdere parte del suo significato. Stratovarius (ovviamente) e Avantasia possono essere considerati i naturali punti di riferimento per comparare e collocare al meglio il sound di The Land of New Hope, tenendo conto però della particolare essenza e composizione dell’album.

Possenti orchestrazioni, soli terrificanti anche se non eccessivamente dilatati di Tolkki, parti cantate ed interpretate da tutti i protagonisti con grande trasporto; a tale proposito una menzione particolare deve andare ad Elize Ryd, regina incontrastata dietro al microfono, in grado di confermarsi una volta di più come uno dei talenti emergenti di classe cristallina. Sul versante maschile è Rob Rock che si aggiudica la palma del più assiduo, seguito da Russell Allen.

Volendo invece addentrarsi rapidamente nel dettaglio, sono presenti brani più vicini per tipologia alla produzione Stratovarius (We Will Find a Way To the Edge of the Earth) e dunque forse più prevedibili; epici, come la title track conclusiva che vede un Michael Kiske da brividi ed un solo struggente di Tolkki. Possenti cavalcate come l’ opener Avalanche Anthem (che vede subito duettare la Ryd con Allen e con Rock) oppure The Magic of the Night interpretata dal solo Rob Rock.

Passaggi romantici ed estremamente evocativi nei quali gli arrangiamenti e le doti vocali di Elize Ryd dipingono paesaggi fiabeschi e sognanti: è il caso della “torrida” I’ll Sing You Home (altra prova eccellente del chitarrista), di In the Name of the Rose dove nuovamente, su accordi di piano in sottofondo, si costruisce una ballad up tempo a tre voci. E pure della splendida Shine che vede a confronto le voci della Ryd e quella, inconfondibile, di Sharon den Adel, entrambe a misurarsi in un brano vibrante e coinvolgente.

Enshrined in My Memory, in uscita come singolo, pone ancora il timbro della cantante svedese al centro della scena in un continuo crescendo. A World Without Us è forse l’unico episodio del concept che non è riuscito ad entusiasmarmi pur restando comunque ad un livello più che sufficiente.

Senza stare a girarci troppo intorno credo di poter definire questa la migliore prova di Timo Tolkki da anni a questa parte; idee ben sviluppate, song writing sostanzioso, il giusto bilanciamento tra parti di chitarra, gli altri strumenti e le orchestrazioni (presenti ma non invadenti). Scelta assolutamente indovinata degli interpreti, musicisti e sopratutto cantanti; finalmente le tessere del mosaico sembrano tornare ognuna al proprio posto. Bravo Timo !

Max

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