frontCome in una favola senza fine si materializza dunque per la seconda volta il ritorno dei Renaissance, storica band progressive rock inglese che ha da sempre connotato il proprio sound con vari accenti folk rock. Dunque, dopo il primo come back datato 2001 che aveva prodotto Tuscany, tornano a fare parlare di sé con il loro nuovo album dal titolo italianissimo Grandine Il Vento, inciso negli States ed edito per Symphonic Rock Recordings.

Ripercorrere qui la loro storia sarebbe inutile ripetizione; ricordo solo, a beneficio dei più giovani, che i 4 album prodotti dal  ’72 al ’75 (Prologue, Ashes Are Burning, Turn of the Cards, Scheherazade and Other Stories)  non possono mancare in una seria e completa collezione prog !

Una band da sempre in movimento, che a livello di interpreti ha mutato pelle un’infinità di volte con un alternarsi di musicisti impressionante; tra questi due di loro, la cantante dalla voce celestiale Annie Haslam ed il chitarrista e compositore Michael Dunford, sono ancora qui, presenti quasi dall’ inizio con tutta la loro storia ed esperienza.

Come è noto poi purtroppo, lo scorso novembre Dunford è deceduto ma la band ha deciso di continuare in suo onore, ingaggiando al suo posto Ryche Chlanda (ex Nektar).

Per il resto la formazione negli ultimi 10-12 anni si è largamente rinnovata e vede David J Keyes al basso, Rave Tesar Jason Hart alle tastiere e Frank Pagano alla batteria. Un ricambio generazionale che però, è bene sottolinearlo, non intacca radicalmente le tipiche sonorità della band inglese.

L’album si svela come un piacevole e garbato affresco sonoro, dipinto con le tipiche tonalità pastello dei Renaissance; Annie è l’autrice anche dell’art work (è stimata pittrice) e ha dichiarato che il titolo è un riferimento al vento, il vento del cambiamento.

Sin dall’introduttiva e lunga (12 minuti) Symphony Of Light il timbro pastorale di Annie Haslam fa da guida, riavvolgendo incredibilmente all’indietro il nastro del tempo. Il brano, dedicato al genio di Leonardo da Vinci, si muove dapprima morbidamente per poi acquisire vigore, passione e drammaticità, in una sorta di altalena tesa a rappresentare la complessa ed estrosa personalità dell’artista. Magnifico lavoro delle tastiere per un grande inizio !

Waterfall è ambientata nelle foreste pluviali del Brasile, tra scrosci di cascate e cinguettare di uccelli. La voce della Haslam non ha perso niente della carica emotiva di un tempo, ancora in grado di rendere quasi “visuali” i suoi testi e le melodie. Suoni ridotti ad un mero accompagnamento di chitarra acustica, lente percussioni e tastiere in sottofondo, a sottolineare il senso di pace e di armonia.

A seguire la title track che per bocca della stessa singer è una canzone d’amore, un amore che travalica qualsiasi cosa; pezzo suggestivo il cui limite se mai è quello di poggiare eccessivamente sulla voce della cantante, riducendo all’osso l’impianto musicale. Solo la parte conclusiva acquisisce maggiore spessore.

Porcelain ci porta in un villaggio africano, tra percussioni e sonorità etniche; dopo questa introduzione la traccia vira su una maggiore coralità e respiro per poi nuovamente tornare al mood iniziale. Con questo perenne ondeggiare il brano si avvia alla conclusione su delle note di piano.

Un inno al nostro pianeta, impreziosito dalla partecipazione del flauto di Ian Anderson. Cry to the World è in pratica un inno alla pace e al rispetto nel quale il “menestrello” si rende immediatamente riconoscibile per il suo “soffio” leggendario; brano decisamente folk-rock.

Di nuovo l’amore al centro di Air Of Drama, storia di un ritorno a Parigi per una coppia che li si era conosciuta anni prima. Grandi crescendo dei cori, un’atmosfera in bilico tra i ricordi del passato e le sensazioni del presente, sottolineata dal suono della fisarmonica suonata da Jason Hart.

Altro ospite di grande rilievo è John Wetton che duetta con Annie in Blood Silver Like Moonlight in un bellissimo e riuscito impasto vocale; la song è imperniata totalmente sulle due voci accompagnate dal piano ed è a dire poco suggestiva.

Chiusura affidata a The Mystic And The Muse, brano che più di altri adesso sa di estremo saluto e congedo per Dunford; la cantante ha dichiarato infatti che prendendo spunto da due sue pitture, la”musa” rappresenta proprio Michael Dunford mentre “il mistico” sarebbe lei stessa. Magnifica compenetrazione musicale tra le due figure con una grande varietà di scenari a descriverle, in particolar modo nella prima parte strumentale.

Sicuramente la traccia che più mi è piaciuta con Symphony Of Light.

Una testimonianza, un ritorno ed una separazione purtroppo definitiva; tante cose importanti sono racchiuse in Grandine Il Vento, un album che resterà nelle grazie degli appassionati di un tempo, i quali ritroveranno alcune delle sonorità di un lontano passato; interessante anche per i fans più giovani, un ‘ottima occasione per riscoprire poi a ritroso una formazione autrice di un prog lieve e delicato, malinconico ed a tratti coinvolgente, ancora in grado di dire la sua.

Max

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