frontLos Angeles, California, 2007; viene pubblicato l’album di debutto dei Days Between Stations dal titolo omonimo. Si potrebbe pensare ad uno dei tanti e passeggeri nuovi gruppi allo sbaraglio che suonano new prog ed in effetti, almeno da noi passa un pò sotto silenzio.

In realtà il disco non è affatto banale, se mai sin troppo ricco di spunti assemblati un pò alla meglio tra loro ma è fatto sicuramente di sostanza; di certo quel che colpisce maggiormente è la storia un pò raffazzonata dei due protagonisti, Sepand Samzadeh e Oscar Fuentes Bills . 

Il primo, chitarrista e (talvolta) tastierista iraniano trasferitosi successivamente negli Stati Uniti, è un poli strumentista con l’idea di fare musica e mettere su una propria formazione; pubblica un annuncio e si imbatte in Fuentes, pianista e tastierista, con il quale da vita fattivamente al proprio sogno.

Dapprima una collaborazione a distanza con Bruce Soord dei Pineapple Thief, poi, lentamente la maturazione ed il Cd di esordio.Dopo di che una lunga fase di silenzio che prelude alla composizione del secondo album, questa volta con una formazione decisamente allargata e completa. Billy Sherwood (ex Yes) diventa l’uomo giusto per il duo ed in breve Billy diventa voce, batterista e co- produttore del nuovo lavoro, firmando insieme anche tutti i testi.

Lentamente, in un processo a cascata, sono stati coinvolti altri musicisti, tutti di caratura internazionale, a cominciare dal compianto chitarrista Peter Banks (Yes), per poi continuare con il grande Tony Levin immancabilmente al basso; ancora, tra i credits troviamo Rick Wakeman in un brano e Colin Moulding (XTC) come cantante solista in un altro.

A completamento gli arrangiamenti della The Angel City Orchestra diretta da Chris Tedesco. Art work da favola, uscito dalla magica matita di Paul Whitehead; esce per Capital Records.

Lavoro che si avvale dell’entusiasmo dei due giovani musicisti unito alla infinita esperienza dei vari ospiti, credo che questa volta non possa passare inosservato all’attenzione degli amanti del progressive. Pur con qualche lieve defaillance, con un paio di brani al di sotto della media, esce un disco emozionante e ben suonato, dove si nota tra l’altro che i Days Between Stations offrono il meglio sulla lunga distanza.

Otto brani per una durata complessiva di circa 70 minuti: tra questi ci sono una suite e tre mini suite; volendo al solito cercare punti di riferimento questi si possono trovare tra Pineapple Thief appunto e Porcupine Tree per l’attualità mentre se si volge lo sguardo all’indietro, senza dubbio, Pink Floyd.

No Cause for Alarm (Overture), molto cadenzata dalla ritmica Levin/Sherwood, è un epico strumentale che mette in evidenza in particolare l’arrangiamento dell’orchestra.

Subito dopo la prima vera gemma, In Utero; cinque minuti di atmosfera rarefatta e magica, costruita dalle tastiere di Fuentes prima e dalla chitarra di Samzadeh poi che richiama molto (ma molto !) da vicino quella di David Gilmour. L’uso dei pedali, gli effetti, le note liquide…rimandano li e l’ottimo sottofondo dei fiati fa volare il pathos davvero in alto.

Come collegata, Visionary prende da qui le mosse; mini suite di quasi undici minuti, bella ed articolata che si snoda dapprima sulle note gilmouriane della chitarra di Samzadeh e poi sul drumming rutilante di Sherwood. Lo stesso Billy si disimpegna anche al microfono, ben accompagnato dal basso di Levin. Di gusto gli interventi del synth mentre la parte conclusiva, dopo un arpeggio di piano, vede la curiosa ma efficace comparsa di un dobro (Matt Bradford).

A ruota altri dieci minuti per Blackfoot, altra traccia strumentale dove Fuentes passa dall’ Hammond, al piano e al mellotron, facendo ricorso all’intero arsenale disponibile. E’ comunque ancora la chitarra a guidare il brano sostenuta da una sezione ritmica impeccabile.

Sin qui una mezzora da leccarsi i baffi !

Inspiegabile, musicalmente parlando, giunge The Man Who Died Two Times che vede cantante solista Colin Moulding (XTC) e Sherwood backing vocals. Il pezzo è completamente avulso rispetto al contesto sin qui proposto, un pezzo pop ben eseguito ma, ripeto, piuttosto anomalo.

La breve Waltz In E Minor è un breve e solenne omaggio alla memoria del recentemente scomparso Peter Banks, eseguito dall’ orchestra, niente di eclatante.

Banks compare alla chitarra ritmica nella successiva Eggshell Man, traccia di 12 minuti cui contribuisce pure Rick Wakeman con un solo di mini moog (inconfondibile) e al flute mellotron. La voce di Sherwood è qui particolarmente suggestiva, l’atmosfera sospesa che si crea nel brano lascia poi spazio ad un crescendo, interrotto dal suono del Tar, strumento a corda iraniano. Probabilmente questa è la traccia più complessa del disco.

Gran finale con gli oltre 21 minuti della suite che dai titolo al lavoro, suddivisa in sei parti. Come spesso succede guardo a questi brani oceanici con un pò di timore semplicemente perchè…non sono nelle corde di tutti. Invece, i Days Between Stations riescono piacevolmente a smentirmi riuscendo a costruire una trama varia ed intricata senza divenire labirintica o, peggio, inutilmente dilatata.

Mass (parte 1, strumentale) esprime gravità; On the Ground (parte 2) vede nuovamente il duo “titolare” al centro della scena ed un ottimo cantato di Billy Sherwood (sezione stupenda). A Requiem (parte 3) richiama di nuovo forti suggestioni di un prog romantico unito a tinte “floydiane”. Writing on the Water (parte 4) e Overland (parte 5) sono ambedue strumentali con taglienti e pastosi soli di chitarra e di synth, anche qui proiettati verso un sound molto prog sinfonico. La sesta ed ultima parte, It Never Ends, vede nuovamente la voce di Sherwood e resterà una delle ultime incisioni di Peter Banks.

Un grosso balzo in avanti rispetto alla prima uscita per i Days Between Stations. In Extremis è un’opera di alto livello dove si evidenzia, ripeto, un riuscito connubio tra gioventù ed esperienza, tra entusiasmo e grande mestiere. Complimenti dunque ai due musicisti “americani” ed un sentito suggerimento a tutti i proggers, non fatevelo scappare perchè ne vale la pena davvero !

Max

commenti
  1. yatahaze scrive:

    gran bel cd davvero!
    sinfonico anni ’70

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