AstralPhase Cover 300 DPISolitamente ritengo inutile recensire un album dell’anno precedente, sia perché spesso ormai risulta tardivo, sia perché è talmente numerosa la quantità di novità che difficilmente si riescono a seguire tutte. In questo però caso ho ritenuto doveroso fare un’eccezione; uscito alla fine dello scorso agosto AstralPhase è l’album di esordio per AnVision, ennesima e dotata band polacca, autrice di un prog metal agile ma allo stesso tempo molto ben strutturato.

Come purtroppo spesso accade una distribuzione magari ancora non capillare e, ripeto, la vera e propria marea di proposte che si incontrano sulla rete fa sì che, malgrado gli sforzi, qualche disco sfugga all’attenzione.

Cerco così di rimediare perché l’album degli AnVision merita  a mio vedere almeno un pò di visibilità; il quintetto ha in realtà al suo attivo anche un EP intitolato Eyes Wide Shut, pubblicato tre anni fa; hanno dalla loro una intensa attività “live” che sinora si è espressa per lo più in patria.

AstralPhase dunque rappresenta il vero e proprio “battesimo” con legittime aspirazioni di varcare i confini nazionali.Prodotto (ottimamente) e composto di insieme, si presenta con una formazione a 5 elementi, dunque tra le più classiche in ambito prog metal. In occasione di questo lavoro ne sono entrati a fare parte stabilmente il front man MarQus Ostrowski ed il valido tastierista Lukas Piwowoński che sono andati a raggiungere Greg Ziółek alla chitarra, Larz Duchnik alla batteria e Artur Serwin al basso.

L’album offre un gustoso mix di sonorità decisamente metal oriented e quindi potenti unite a belle aperture melodiche, tanto care al versante prog; sette composizioni accattivanti ed allo stesso tempo articolate, tra le quali emergono molte qualità di questo gruppo e con loro almeno tre brani a dir poco interessanti. Molti cambi di tempo e di direzione, atmosfere prima inquiete o drammatiche e poi epiche si susseguono senza sosta, seguendo quella che é la trama dell’album.

Questa,in poche parole, è basata sul viaggio di un’astronauta attraverso la vita e la morte, lo spazio ed il tempo, narrando i pensieri, i dubbi, le incertezze, i sogni ed i ricordi; non un tema nuovissimo dunque ma musicalmente davvero ben elaborato.

Tra i brani migliori in assoluto cito per primo l’ opener The Astronaut che devo ammettere mi ha colpito molto sin dal primo ascolto; una trama carica di tensione creata dalle tastiere e da un drumming asciutto ed incisivo viene amplificata dall’ingresso della chitarra, con un suono cristallino e tagliente. Subito dopo tocca alla voce del cantante, MarQus, che si impone subito all’attenzione per la pulizia del timbro. Il brano si muove ritmicamente grazie ad un possente ed oscuro riff di chitarra, basso e batteria procedono all’unisono come un rullo compressore, aumentando gradualmente i giri del motore.

Altro passaggio da sottolineare è sicuramente Mercitron nella quale emergono ulteriori accenti di un prog metal melodico che è alla base del sound degli AnVision; c’è una buona potenza d’urto ma sempre accompagnata da una linea melodica piuttosto netta. Da evidenziare il sapiente lavoro delle tastiere, in grado di riempire molti spazi con gusto. La voce del cantante si fa sempre più convincente, come del resto il bellissimo solo di chitarra che non può non rimandare a David Gilmour.

S.O.D. è un altra pezzo nel quale la band “picchia duro” e tuttavia non rinuncia a seguire allo stesso tempo un disegno armonico e musicale piuttosto preciso; questa è probabilmente la loro caratteristica principale e, forse, anche migliore. Da seguire tutta la parte conclusiva con la chitarra in primo piano.

Di rilievo pure Mental Suicide, presentata in anteprima, che riesce di nuovo a coniugare tra loro emozioni musicali di segno opposto, in un’alternanza incredibile di stati d’animo. Qui probabilmente si può trovare qualche riferimento pure ai Dream Theater  ed in ogni caso è uno degli episodi più metal.         

Di ottimo livello anche l’epica ballad Family Ties, dall’andamento molto largo ed emozionante.

I Can’t Live Without My Love è un’altra ballad, struggente, dove la band indugia sul lato sentimentale come si evince chiaramente dal titolo; ad una prima parte più prevedibile, seppure accurata, ne segue una seconda maggiormente mossa e corale con un grande lavoro di tastiere e chitarra.

La conclusiva I Have No Fear parte di nuovo forte, riportando in alto il livello di adrenalina; frequenti stacchi e cambi di tempo della batteria per una trama perennemente in mutamento nella quale probabilmente gli AnVision danno il meglio a livello tecnico.

In sintesi un Cd che mi ha lasciato estremamente soddisfatto, confermando una volta di più (se mai ce ne fosse stato bisogno) quanto sia effervescente la scena polacca. Prog metal segnato da piacevoli linee melodiche, una produzione davvero riuscita con ottimo bilanciamento dei suoni ed infine un artwork azzeccato (Piotr Szafraniec). Ora resta la curiosità di poterli sentire e vedere sul palco !

Max

 

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commenti
  1. Franz ha detto:

    Grandissimo disco, non riesco piu’ a toglerlo dal lettore!!!!!

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