Soft Machine Legacy Burden of Proof 2013

Pubblicato: maggio 25, 2013 in Recensioni Uscite 2013
Tag:, , , , , , , , ,

frontQuel che resta della famosa scena di Canterbury…non è poco, considerando che è trascorso ormai qualche decennio e nel frattempo, purtroppo, alcuni dei protagonisti sono scomparsi. E’ una considerazione che può apparire banale ma che invece ritengo giusto fare a margine della presentazione di Burden of Proof, nuovo album dei Soft Machine Legacy (Esoteric Antenna); perché se una delle band icone del movimento, pur nella sua forma attuale, è ancora in grado di regalare lavori come questo significa che per la bella musica ci sarà sempre tempo !

Burden of Proof è quindi il terzo titolo sotto l’egida Soft Machine Legacy, ripartita in studio con l’album omonimo nel 2006; in quell’anno purtroppo ci ha lasciato per sempre il magico sax di Elton Dean e tre anni dopo Hugh Hopper lo ha raggiunto. Tre mesi fa poi, si è spento anche Kevin Ayers, bassista e membro fondatore dei SM.

La formazione attuale dunque prevede Roy Babbington al basso, John Etheridge alla chitarra, John Marshall alla batteria e Theo Travis ai fiati (sax e flauto) e al piano; eccetto quest’ultimo dunque gli altri tre sono membri storici del gruppo a partire circa dalla metà degli anni ’70.

Dunque cambiano (per forza di cose) gli interpreti ma il valore della proposta del quartetto continua a rimanere altissimo, miscelando eternamente tra loro elementi jazz, progressive, psichedelia e talvolta folk, a tal punto da rendere difficile una reale ed oggettiva catalogazione del genere. Questo storicamente è stato sempre il punto di forza della band, il riuscire ad essere sopra le parti e le etichette, producendo un sound inconfondibile ed allo stesso tempo “impegnato” ed impegnativo.

Geniali, qualche volta persino cerebrali, Babbington e compagni riemergono di quando in quando sfornando sempre lavori destinati a lasciare impronte nette, a prescindere dai gusti personali.

Non fa eccezione dunque Burden of Proof nel quale i pionieri della contaminazione tra jazz e progressive rock ribadiscono le loro radici, alimentando la loro spinta grazie all’ ottimo lavoro del poliedrico Travis.

Linee melodiche prestabilite si fondono a spazi in cui prevale l’improvvisazione, i suoni sono ben amalgamati ed al tempo stesso netti, frutto di un ottimo lavoro tecnico in studio; ricchi arrangiamenti e orchestrazioni tra questi solchi non trovano posto, il sound è decisamente fusion, jazz oriented e per certi versi minimale.

L’asse sonoro in questo caso si è spostato abbastanza nettamente sul versante jazzy ma continua comunque a mantenere, seppure in tono minore, alcune caratteristiche prog. Difficile passare alla lente d’ingrandimento ogni singolo brano perché scarsamente funzionale alla descrizione; tra i brani più “esoterici” e dall’impronta totalmente free cito in ordine sparso Green Cubes, The Brief (un esasperato dialogo tra batteria e sax) ed i brevissimi Kitto, JSP Going Somewhere Canorous?

Il magnifico sax di Travis in Voyage Beyond Seven apre la strada ad un delirio cosmico-psichedelico del quartetto che rimanda davvero indietro nel tempo, sostenuto dalla chitarra “impossibile” di Etheridge. Atmosfera inizialmente  più jazz per la spigolosa Fallout che però ben presto precipita anch’essa nel labirinto sonoro più tipico del gruppo.

Sonorità spaziali del Fender Rhodes inaugurano la title track, ottimo episodio fusion guidato dal basso di Babbington prima e dalla chitarra poi. Andamento jazz/blues per la torrida e sinuosa Pie Chart (tipico brano da vecchio club fumoso): un magnifico esempio di fusion è rappresentato da Pump Room, dove si innestano anche elementi rock. La conclusiva They Landed On A Hill è una traccia molto breve, tre minuti circa, giocata tra chitarra e piano elettrico; suoni aerei, carichi di effetti e di echi, un’ immaginaria colonna sonora del… silenzio.

Per ultimi ho tenuto i due brani che in assoluto mi hanno più affascinato; il primo è Kings And Queens, vede Travis al flauto ed è quello che forse meglio di altri riesce a sovrapporre le due matrici, prog e jazz. Allo stesso modo Black And Crimson indugia in questa commistione che probabilmente riesce con gli stessi risultati a pochi altri gruppi.

Come spesso accade, parlando dei Soft Machine, la sensazione di appagamento è totale ed anzi, aumenta la curiosità per immaginare quale saranno le prossime iniziative di una band da sempre in uno stato di metamorfosi. L’età non ha scalfito tecnica, gusto e classe, l’innesto ormai ampiamente rodato di Theo Travis garantisce nuova linfa al progetto. Burden of Proof, come i suoi predecessori, è realmente una gemma che fatalmente però non è dedicata a tutti; l’amore per il jazz e la fusion, le fughe anarchiche e psichedeliche, le sonorità mescolate tra loro richiedono orizzonti aperti e nessuno steccato a dividere o separare.

Solo così diventa semplice cogliere l’essenza di una delle band più peculiari della storia.

Max

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...