frontUna segnalazione-flash nella speranza, come sempre, che un buon album non passi inosservato o rimanga…disperso.

Sto parlando di Observatory, coinvolgente EP pubblicato dagli australiani Bend The Sky; sei tracce potenti e drammatiche, sei rocciosi strumentali che sono stati in grado di attirare la mia attenzione. Il combo si esprime nel filone del djent metal ma anche in questa occasione presenta un lavoro che non prevede parti cantate.

Poco meno di un anno fa l’esordio con l’album auto-prodotto Origins ed oggi questo veloce ma consistente EP, incentrato sull’osservazione dello spazio; ho parlato di djent ma il fatto che manchino sequenze canore, oltre ad un abbondante utilizzo di orchestrazioni, ne fanno sicuramente un qualcosa di particolare ed interessante.

Se si va a ben vedere ci sono anche elementi symphonic oltre che prog metal; dunque un disco che tutto sommato esce dai canoni più rituali, proponendo qualcosa di alternativo.

Sei brani di breve o media durata che offrono un profilo preciso delle tendenze musicali del quartetto formato da Blake Savage (batteria, tastiere, orchestrazioni), Walter Cheung (chitarra), Ryan Savage (basso) e Will Bevis (chitarra). Il lavoro è stato composto interamente da B. Savage e W. Cheung che è pure l’autore dell’art work.

Alpha, breve introduzione, ha di per sé un grande fascino e risulta molto evocativa, rimanda per qualche verso ai Tangerine Dream, carica di atmosfera, perduta nell’infinito.

Orbit è un primo assaggio della potenza e della tensione musicale dei Bend The Sky; la traccia vive del forte contrasto tra le due chitarre da una parte e le tastiere e gli arrangiamenti orchestrali dall’altra. Nel mezzo una ritmica serrata e possente, in grado di creare una solida struttura. Ottimo episodio !

Observatory vede il suo baricentro spostato maggiormente sulla potenza dei riff delle due chitarre anche se la duplicità di temi prodotti dalle tastiere permane in modo accentuato, sopratutto nella parte conclusiva.

Aperta da un arpeggio di piano, As Planets Collide credo sia il momento migliore di questo EP, il registro si fa ancora più appassionato e teso, vibrante. La band riesce a fare salire di tono l’atmosfera ad ogni passaggio, c’è tanta tecnica ma anche tanto buon gusto e piacere verso soluzioni meno scontate.

Ancora il piano sotto i riflettori in Void per poi lasciare spazio al consueto “assalto melodico” proveniente da due fronti, chitarre e tastiere. Non va dimenticato, ripeto, il lavoro della ritmica; basso e batteria svolgono una mole di lavoro impressionante.

Chiude Reform II, poco meno di tre minuti nei quali la vena sinfonica ed epica del gruppo, sin qui colta a sprazzi, emerge in tutta la sua forza e potenza.

Buon lavoro davvero questo Observatory. Il quartetto di Perth produce un metal contaminato da molteplici direzioni e comunque, volendo assimilarlo al djent, non si può omologare a sound quali quello dei Meshuggah, Periphery o degli stessi TesseracT. Il fine non è evidentemente lo stesso, non è sovrapponibile ma il risultato mi pare indovinato. Da non perdere.

Max

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