My Soliloquy The Interpreter 2013

Pubblicato: maggio 28, 2013 in Recensioni Uscite 2013
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frontL’etichetta Sensory Records ha pubblicato The Interpreter, album di esordio della band prog metal inglese My Soliloquy. Detta così spiega poco, in realtà il mastermind del gruppo è Pete Morten, chitarra ritmica dei Threshold che è finalmente riuscito a mettere nero su bianco un progetto al quale lavorava da tempo.

Una formazione tutta sua, composta da altri quattro elementi e che è andata formandosi gradualmente, quando pareva in un primo momento che il buon Pete dovesse suonare tutti gli strumenti all’infuori della batteria.

Ne fanno parte dunque giovani musicisti che rispondono ai nomi di Damon Roots (batteria)Mike Gilpin (chitarra ritmica), Andy Berry (tastiere) e il potente Chris Sharp (basso).

La novità principale relativa a Morten sta nel fatto che in questa occasione ricopre anche il ruolo di cantante; un timbro particolare il suo, forse persino atipico in ambito prog metal ma devo dire che globalmente se la cava in modo più che dignitoso ed anzi, in qualche occasione, sorprendente.Come è naturale che sia, nel suono dei My Soliloquy è possibile ritrovare tracce della band-madre come pure, a mio avviso, dei Queensryche; l’intonazione vocale di Morten infatti non di rado ricorda, sottolineo con le dovute cautele, quella di Geoff Tate.

Ho volutamente parlato di “tracce” perchè poi, globalmente, il suono di questo gruppo si differenzia per una maggiore presenza delle tastiere, in grado di fornire sia un supporto melodico importante che di provvedere a vere e proprie sezioni orchestrate.

Va evidenziato inoltre come il chitarrista sia a suo agio anche nella veste di solista, ruolo coperto nei Threshold da Karl Groom; dotato di buon talento, Morten si affida più al gusto ed alle sue intuizioni, mostrando comunque una cifra tecnica apprezzabile.

The Interpreter è un album particolare, abbastanza diverso da molti altri del genere; tende a non svelarsi immediatamente, si concede con gradualità ed in definitiva è dunque meno “facile” del previsto. Non credo si possa definire “introspettivo” un Cd di prog metal ma quel che è certo, ripeto, è che richiede più di un ascolto per essere apprezzato a fondo.

Otto brani nei quali Pete Morten rivela lati di sè musicalmente inattesi, sia nel song writing che nell’interpretazione ed il tutto è reso più accessibile da un ottimo e proficuo lavoro di produzione, grazie al cielo misurato e non ultra effettistico.

Si parte forte con Ascenision Pending e da subito è possibile notare il ruolo prominente delle tastiere suonate da Andy Berry; allo stesso modo le chitarre non perdono tempo, cominciando ad ingaggiare duelli epici.

Riff ancora più scuri e corposi per la seguente Flash Point, il lavoro incessante delle tastiere prosegue e si manterrà una costante; pulsa sempre più forte e rotondo il basso di Chris Sharp, ad accompagnare le pelli di Roots che continua a proporre frequenti cambi di ritmo. Nella seconda parte Morten comincia a dimostrare che anche in qualità di lead guitar può dire la sua.

Uno strano ritmo house (mi vengono in mente gli ultimi Galahad) introduce Corrosive De-Emphasis in un andamento quanto meno imprevedibile per la prima parte; decisamente più incisiva e convincente la seconda metà in cui la prova vocale di PM si fa sempre più sicura, basso e chitarre recitano la parte del leone, in un crescendo continuo enfatizzato dalle keyboards.

Suoni spigolosi e convulsi annunciano Fractured, furiosa cavalcata suonata a perdifiato, segnata da stacchi ed accenti.

In una cornice sonora sospesa ed aerea giunge invece Six Seconds Grace; il mood ben presto diviene oscuro e solenne, con un’eclettica interpretazione vocale di Morten.

Un sostanzioso  giro di basso apre Dream in Extremis, drappeggiata dalla consueta tessitura delle tastiere. In questo passaggio c’è da registrare uno splendido solo di Pete, forse il migliore del disco.

Inner Circles rappresenta l’episodio più complesso e per certi versi interlocutorio; unica traccia che nonostante i ripetuti ascolti non riesce a fare breccia completamente, eccettuato i due minuti finali davvero coinvolgenti.

C’è aria di gran finale e puntualmente arriva con Star, frutto di una linea melodica tra chitarre e tastiere a dire poco emozionante. Morten canta come un singer di grande esperienza, infondendo calore, intensità e profondità con la sua interpretazione. Non pago, aggiunge pure un solo strappa-lacrime che regala al brano un’aura memorabile.

Grande e gradita sorpresa quindi da un chitarrista del quale almeno io, personalmente, ignoravo un tale potenziale; l’elaborazione del progetto a quanto pare non è stata breve ma a conti fatti l’attesa non è stata vana. Si scopre così un particolare e versatile cantante, una buona chitarra solista e per quanto attiene la band un bassista potente ed in grado di orientare il suono con la sua “presenza”. Tante e possenti tastiere, evocative, che hanno il pregio di caratterizzare in modo singolare questo album.

Max

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