frontSalvation è il quarto sigillo per The Prophecy, band inglese dedita dagli esordi al doom death metal; a volere essere precisi i titoli precedenti erano ancora più calati in quell’ambito perchè nel nuovo capitolo trapelano talvolta anche colori cari al progressive.

Intendiamoci, sto parlando di sfumature, vaghi accenni, bagliori ma questa a mio parere è forse proprio la principale novità contenuta in Salvation. Il quartetto di Halifax prosegue dunque sulla via di una certa sperimentazione, cercando la contaminazione con altre sorgenti; ricorda in qualche modo il cammino di band come Katatonia Anathema (tra le altre) e devo dire subito che l’operazione mi sembra perfettamente riuscita.

Comprensibilmente i fans della prima ora potranno rimanere perplessi davanti a questa virata così accentuata e lo capisco ma ritengo che pochi dischi mi abbiano trasmesso una carica malinconica (sembra un paradosso) come questo.E’ un tipo di percorso che sta diventando comune a molte band, si può pensare anche agli ultimi Opeth; a mio avviso la cosa significativa però sta nel fatto che quando questa mutazione è sincera, viene maturata con consapevolezza, allora merita comunque rispetto.

Cinque tracce, di cui 4 lunghe  ben oltre i dieci minuti, sono più che sufficienti ad inquadrare questo rinnovamento cercato e voluto da Matt Lawson (voce), Greg O’Shea (chitarra), Gavin Parkinson (basso) e John Bennett (batteria); l’album viene pubblicato da Code666 Records.

Aumentano le sezioni ed i brani cantati da Lawson in chiaro, le atmosfere così divengono di conseguenza ancora più ovattate e malinconiche, quasi spesse nella loro coltre di tristezza. Ecco che pian piano si materializza un quadro leggermente diverso, che in quei momenti si potrebbe definire progressive doom metal.

Difficile ad esempio non rimanere ipnotizzati dalla magia della title track, tredici minuti di musica interiore, dolente e intrisa di nostalgia ed è curioso come questo tipo di sonorità provenga non da una band scandinava ma inglese. Un “sentire” analogo permea il brano, una sensazione “autunnale” di decadenza e solitudine in un andamento fatalmente lento ed immutabile. Gradualmente il pezzo prende quota sino a che, poco prima di metà, fa il suo ingresso (ad intermittenza) il growl; basso e batteria scandiscono inesorabilmente il temp0. Molto bella !

Released si presenta al suono di una chitarra acustica, si colgono anche alcuni lontani echi dei Floyd; mentre la prima parte si snoda lentamente, la seconda risulta più mossa, il ritmo si fa più cadenzato pur mantenendo comunque un andamento lieve e soffuso, impregnato di un senso di disperazione.

Unico passaggio breve, Reflections regala nuovamente grandi emozioni; la musica prodotta da The Prophecy passa ora ancora di più dal canale emotivo in un flusso senza fine.

Il definitivo colpo al cuore giunge con In Silence, in cui un dolente arpeggio di piano accompagna la voce accorata di Matt Lawson; il consueto lento e progressivo crescendo sfocia poi in una seconda parte totalmente diversa, il canto si trasforma in growl, ritmica molto più serrata, la chitarra di Greg O’ ‘Shea prende a farsi sentire con maggiore decisione.

Tocca a Redemption concludere questa avventura tra le ombre e l’oscurità. Questa è sicuramente la traccia che forse più si avvicina al repertorio antecedente della band, un D.D.M. più canonico con maggiore presenza di parti in growl ed un piglio più aggressivo pur se largamente “attualizzata”.

Album che mi ha conquistato in particolare per le molte sensazioni che riesce a trasmettere, senza sosta, dall’inizio alla conclusione. Al solito, di fronte a dei cambiamenti il responso del pubblico è preventivamente insondabile, per quanto mi riguarda apprezzo e non poco questa svolta. Vivamente consigliato.

Max

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