frontSe esiste una band un pò a sé stante nella vecchia scena grunge questi sono sempre stati gli Alice In Chains; sin dai tempi del debutto (Facelift  1990) hanno segnato il loro sound con accenti doom più oscuri che in seguito hanno intrapreso un’evoluzione decisa verso lo stoner rock. Questa loro particolarità, questo loro sapersi distinguere me li ha sempre fatti avere particolarmente in simpatia; peccato che la storia travagliata non abbia permesso loro di esprimersi meglio e più di quanto hanno potuto.

Ad ogni modo, dopo la resurrezione avvenuta quattro anni fa con l’ottimo Black Gives Way to Blue si ripresentano con The Devil Put Dinosaurs Here, quinto album della loro scarna discografia; prodotto come il precedente dal “guru” Nick Raskulinecz ed inciso a Los Angeles, viene pubblicato da Capitol Records.

Un lavoro lungo, poco meno di un’ora e dieci minuti, nel quale le dodici tracce contenute pur ripartendo dal lavoro precedente allo stesso tempo, in parte, se ne distanziano.

Con ogni probabilità il ritorno di quattro anni rappresentava anche la necessità e l’urgenza di riannodare il fili con il proprio passato e con la cospicua base di fans sparsi ovunque; ecco che pertanto la scaletta di Black prevedeva tracce in puro stile AIC,  innervate di una certa immediatezza, molto dirette. I risultati hanno dato ragione al gruppo di Seattle e dunque, al solito molto lentamente, ha pian piano preso forma questo nuovo disco che invece trovo scavi più in profondità.

Difficile dire se migliore del predecessore, sicuramente lo trovo meno malleabile ed intuitivo. L’esplosività consueta non manca, come è presente l’usuale velo di malinconia che ne permea musica e testi ma questa volta le concessioni più “facili” sono più contenute.

Jerry Cantrell ha svolto un buon lavoro di scrittura e composizione con un contributo maggiore, in questo caso, degli altri musicisti.

La voce di William DuVall sta ormai diventando familiare, imprimendo nuova linfa al sound del quartetto; con il  suo timbro particolare DuVall più di ogni altri sta caratterizzando il nuovo corso degli Alice In Chains; dal canto loro Mike Inez Sean Kinney confermano la loro solidità e intesa, formando una sezione ritmica di rilievo e quanto mai attiva.

Tra i pezzi contenuti voglio menzionare assolutamente Hollow (primo singolo uscito), brutta-sporca e cattiva come ogni classico della band, in cui Cantrell si presenta in modo sfolgorante. Stone, secondo singolo rilasciato, pienamente aderente allo stile più riconoscibile del gruppo, grintoso e tagliente.

Su di una direttrice simile corre pure Low Ceiling, più cadenzata e meno aggressiva, con un ottimo lavoro delle chitarre. Phantom Limb, che registra DuVall come chitarra solista, è con i suoi sette minuti il brano più lungo, oscuro, disperato e “strascicato” come da marchio di fabbrica di casa Alice. Forse il passaggio più completo dell’album.

Voices è una tipica up-tempo stoner ballad con un bell’ impasto vocale a tre; la title track recupera ed esalta il lato più doom della band così come Lab Monkey nella quale però le linee melodiche si fanno più ardite, più complesse a fronte di un ispessimento del suono.

Molto suggestiva l’atmosfera di Hung On A Hook; segnalo pure la conclusiva Choke, brano largo e corale perfetto per un gran finale.

Continua dunque la favola degli Alice in Chains, forse il gruppo più trasversale di quella scena che infiammò gli States tra la seconda metà degli anni ’80 e gli anni ’90. La nuova fatica è sicuramente una prova di carattere e di sostanza anche se, mi ripeto, va assaporata gradualmente perché non è così intuitiva come si potrebbe pensare; indubbiamente il sound è diventato più ruvido e profondo.

Max

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